Un secolo di lotta al sionismo: voci di dissidenti ebrei

Dic 28, 2020 | Riflessioni

di Allan C. Brownfeld

Lincoln Review, agosto/settembre 2020.  

Hannah Arendt

Il sionismo, molti ora lo dimenticano, ha sempre costituito una posizione minoritaria tra gli ebrei. Quando Theodor Herzl organizzò il movimento sionista nel 19° secolo, incontrò un’aspra opposizione da parte dei leader ebrei di tutto il mondo. Il rabbino capo di Vienna, Moritz Gudemann, denunciò il rischio che intravedeva di un nazionalismo ebraico. “La fede in un solo Dio era il fattore unificante per gli ebrei”, dichiarò, e il sionismo era “incompatibile con gli insegnamenti del giudaismo”.

Nel 1885, i rabbini riformati americani, riuniti a Pittsburg, rifiutarono il nazionalismo di qualsiasi tipo e dichiararono: “Non ci consideriamo una nazione ma una comunità religiosa, e quindi non ci aspettiamo né un ritorno in Palestina … né il ripristino di alcuna legge riguardante uno stato ebraico”.

Fu solo l’avvento di Hitler e dell’Olocausto a convincere molti ebrei che uno stato ebraico era necessario. Molti ora stanno arrivando alla conclusione che questo è stato davvero un errore e una violazione dei valori morali ed etici ebraici.

In un importante libro (Daphna Levit,Wrestling With Zionism: Jewish Voices of Dissent, Interlink Publishing, 2020), pubblicato nel settembre 2020, Daphna Levit(1) amplifica le voci di 21 pensatori ebrei e israeliani: studiosi, teologi, giornalisti e attivisti che si confrontano col sionismo su basi religiose, culturali, etiche e filosofiche. Il libro riunisce una serie di punti di vista in un unico excursus storico, a partire dalla fine del 19° secolo, molto prima della fondazione dello Stato di Israele. Tra coloro di cui parla ci sono Theodor Herzl, Albert Einstein, Martin Buber, Hannah Arendt, Noam Chomsky e israeliani dissenzienti come Yeshayahu Leibowitz, Zeev Sternhell, Shlomo Sand e Ilan Pappe.

Levit è una israeliana che ora vive e insegna in Canada. Fu ufficiale dell’esercito israeliano e progressivamente è arrivata a capire che la narrativa israeliana degli eventi era contraria alla storia. Ha visto con i propri occhi il maltrattamento quotidiano dei palestinesi nei territori occupati. Scrive: “Il mio lungo processo di disillusione nei confronti della narrativa sionista e la ricerca di altre voci dissenzienti è iniziato subito dopo la Guerra dei Sei Giorni del 1967, quando ero ufficiale per i rapporti con la stampa al ponte Allenby e ho visto i rifugiati palestinesi che tentavano di fuggire attraverso il confine. La separazione dal mio paese è stata graduale e ha richiesto diversi decenni. Nel 2002 ho lasciato Israele per il Canada, in quanto la politica sionista stava diventando sempre più aggressiva ed intollerante nei confronti del dissenso.”

Uno stato “ebraico”, questa era l’idea di Levit, avrebbe dovuto essere “una luce per le nazioni”. Invece, sottolinea, è diventato qualcosa di molto diverso. “Invece, siamo diventati una potenza militare, armati fino ai denti e ciechi di fronte alle vittime della nostra stessa crudeltà. Ho trovato altri spiriti liberi, forse più illuminati di me, nella mia ricerca di assoluzione dalla colpa della mia complicità nelle azioni del mio paese “.

Le voci che ha raccolto sono davvero eloquenti, mentre cercano di mantenere la tradizione morale ed etica ebraica di fronte agli eccessi a cui conduce il nazionalismo. Fin dall’inizio, lo slogan del sionismo “Una terra senza popolo per un popolo senza terra” è stato confutato dai primi coloni sionisti in Palestina, che hanno scoperto che la terra era popolata da persone che erano lì da molte generazioni. Asher Ginsberg, un sionista “culturale” di origine russa, criticò la mancanza di nefesh o spirito ebraico da parte di Herzl. Scrisse sotto lo pseudonimo di Ahad Ha’am, che letteralmente significa “una delle persone”. Nel 1891, dopo la sua prima visita in Palestina, scrisse che la terra non era deserta, che la sua gente non era selvaggia e la superiorità morale degli ebrei era ingiustificata, che gli ebrei in Palestina si stavano comportando in modo ostile e crudele nei confronti della popolazione nativa.

Levit esamina il pensiero di un’ampia varietà di critici ebrei e israeliani del sionismo. Nel 1938, con riferimento al nazismo, Albert Einstein mise in guardia un pubblico di attivisti sionisti contro la “tentazione di creare uno stato intriso di un nazionalismo ristretto, tentazione che è all’interno delle nostre stesse file”.

Un altro eminente ebreo tedesco, il filosofo Martin Buber, si espresse nel 1942 contro “l’obiettivo della minoranza di ‘conquistare’ il territorio per mezzo di manovre internazionali”. Da Gerusalemme, nel mezzo delle ostilità che scoppiarono dopo che Israele dichiarò unilateralmente l’indipendenza nel maggio 1948, Buber gridò disperato: “Questa sorta di ‘sionismo’ bestemmia il nome di Sion, non è altro che una delle forme rozze del nazionalismo. “

Un capitolo è dedicato a Yeshayahu Leibowitz, ebreo ortodosso e professore di lunga data all’Università ebraica. Dice che nessuna nazione o stato dovrebbe mai essere adorato come santo e ha sostenuto la separazione tra religione e stato. Vedeva l’occupazione della terra palestinese come un abominio che stava corrompendo l’anima di Israele. Non voleva che il giudaismo servisse da “copertura per la nudità del nazionalismo”. Né voleva che fosse “usato per dotare il nazionalismo con l’aura di santità attribuita al servizio di Dio”. Il rispetto per lo Stato di Israele come terra santa era inaccettabile, una forma di idolatria. Nella comprensione di Leibowitz del giudaismo, nessun pezzo di terra potrebbe essere santo, né potrebbe alcuna nazione o stato. Solo Dio è santo e solo il Suo imperativo è assoluto.

Un altro capitolo è dedicato a Zeev Sternhell, che è stato capo del dipartimento di scienze politiche all’Università ebraica ed esperto ampiamente riconosciuto di fascismo. Ha scritto un articolo nel 2018 dal titolo “In Israele, il crescente fascismo e un razzismo simile al nazismo iniziale”. Sternhell chiede: “come interpreterebbe uno storico tra 50 o 100 anni … il nostro periodo? Quand’è che lo stato si è trasformato in una vera mostruosità per i suoi abitanti non ebrei? Quando è che gli israeliani cominciarono a capire che la loro crudeltà e capacità di dominare gli altri, palestinesi o africani, iniziò a erodere la legittimità morale della loro esistenza come entità sovrana?”

Shlomo Sand, professore emerito di storia all’Università di Tel Aviv ed ora in UK, ritiene che la società ebraica in Israele sia diventata intollerabilmente etnocentrica e razzista. Gli ebrei in Israele oggi hanno privilegi maggiori rispetto ad altri che vivono nello stesso paese. Anche gli ebrei che vivono al di fuori di Israele, osserva, che non hanno mai messo piede in Israele, hanno più diritti e privilegi all’interno di Israele rispetto agli israeliani non ebrei.

C’è molto in questo libro sui “Nuovi storici” di Israele, che hanno denunciato la campagna di pulizia etnica per liberare il paese dai suoi abitanti palestinesi. Nel suo libro “The Ethnic Cleansing of Palestine”, Ilan Pappe scrive che il problema della popolazione era già stato riconosciuto come una questione importante dai primi sionisti alla fine del XIX secolo. Già nel 1895, Herzl propose una soluzione: “Cercheremo di espellere la popolazione povera attraverso il confine in modo da non suscitare scalpore”. E nel 1947, David Ben-Gurion riaffermò il principio di fondo: “Non può esserci uno stato ebraico forte fintanto che ha una maggioranza ebraica di solo il 60%”. Nel 2003, Benyamin Netanyahu ha riaffermato questa posizione affermando: “Se gli arabi in Israele formano il 40% della popolazione, questa è la fine dello stato ebraico … ma anche il 20% è un problema … Lo stato ha il diritto di assumere misure estreme.”

Levit osserva che: “Questo libro non intende essere una storia completa di opposizione al fallimento morale del nazionalismo ebraico perché ciò richiederebbe un lavoro molto più lungo”. Ciò che il libro fa è presentare al lettore un gran numero di importanti critici ebrei del sionismo, persone che o cercano di salvaguardare la tradizione ebraica umanitaria, che crede che gli uomini e le donne di ogni razza e nazione siano creati a immagine di Dio e meritino essere trattati allo stesso modo. Mentre Israele si muove nella sua attuale direzione, è probabile che il numero di dissidenti ebrei aumenti notevolmente.

 (1)Daphna Levit è stata professore di economia e finanza alle università di Tel Aviv e Gerusalemme, è stata attiva in gruppi pacifisti quali Gush Shalom, B’tselem, Windows, Physicians for Human Rights, Makhsom Watch, Ta’ayush

Allan C. Brownfeld

https://www.wrmea.org/middle-east-books-and-more/wrestling-with-zionism-jewish-voices-of-dissent.html

Traduzione a cura di Associazione di Amicizia Italo.Palestinese

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