Obama segue le orme di Jimmy Carter e parla apertamente contro Israele e l’AIPAC

Dic 7, 2020 | Riflessioni

di Nasim Ahmed

MiddleEastMonitor, 16 novembre 2020. 

Il Presidente egiziano Anwar al-Sadat (sin.), il Presidente Jimmy Carter e il Primo Ministro israeliano Menachem Begin (ds.) ridono prima della firma dell’accordo di pace tra Israele ed Egitto del 26 marzo 1979, nel cortile nord della Casa Bianca, Washington, DC.[AFP/Getty Images]

Qualche volta, alcuni Presidenti degli Stati Uniti hanno trovato il coraggio, dopo aver terminato il proprio mandato, di parlare in modo onesto del rapporto con Israele e dell’influenza della lobby sionista a Washington. Fra tutti, Jimmy Carter è stato probabilmente il caso più noto. Nonostante il suo ruolo di mediatore negli accordi di Camp David del 1979 tra Egitto e Israele, il 39esimo Presidente degli Stati Uniti venne tacciato di antisemitismo in seguito alla pubblicazione, nel 2006, del suo libro Palestine: Peace Not Apartheid (Palestina: Pace, non Apartheid), diventato poi uno dei bestseller del New York Times.

In seguito alla violenta reazione al suo libro, Carter spiegò come mai sia così difficile per un politico americano parlare onestamente dei rapporti con Israele e delle politiche dello stato sionista. “Per un membro del Congresso, mantenere una posizione equilibrata nella complessa questione israelo-palestinese sarebbe quasi un suicidio, politicamente parlando” scrisse all’epoca sul Guardian. “Solo pochissimi si sono degnati di visitare città palestinesi come Ramallah, Nablus, Hebron, Gaza o Betlemme, o di parlare con la popolazione che vive sotto assedio.” Carter spronava gli Americani a prendere atto della “abominevole oppressione dei Palestinesi”.

Lo scopo ultimo di questo libro, disse Carter, era di presentare quei fatti riguardanti il Medio Oriente che sono in larga parte sconosciuti alla maggioranza degli Americani, nel tentativo di ravvivare la discussione e di aiutare a far ripartire il processo di pace tra Israele e i suoi vicini. “Un’altra speranza è che gli Ebrei e in generale tutti gli Americani che condividono questo obiettivo si sentano motivati a esprimere la propria opinione anche in pubblico, possibilmente di comune accordo.”

Sebbene il libro di Carter non abbia avuto l’impatto sperato sul Congresso USA, probabilmente proprio perché un dibattito equilibrato sarebbe stato, secondo le sue parole, un suicidio politico, ha comunque realizzato l’obiettivo di riportare alla ribalta una discussione franca all’interno delle varie comunità americane. Arrivato al pubblico un anno dopo il lancio della campagna per il BDS (Boycott, Divestment and Sanctions), il libro Palestine: Peace Not Apartheid ha avuto l’indiscusso merito di accostare la brutale occupazione israeliana al regime di apartheid perpetrato ai danni della popolazione del Sud Africa dominato dai bianchi.

Un anno dopo il libro di Carter, gli accademici americani John Mearsheimer e Stephen Walt hanno gettato ulteriore luce su alcune delle preoccupazioni sollevate dall’ex Presidente, nel loro libro La Lobby israeliana e la politica estera americana. Mearsheimer e Walt intendevano rispondere a una domanda fondamentale: “Perché il governo degli Stati Uniti è stato disposto a mettere da parte la propria sicurezza e quella dei propri alleati pur di salvaguardare gli interessi di un altro stato?”

“Si potrebbe pensare che il legame tra due paesi (Stati Uniti e Israele) sia basato su interessi strategici condivisi o su un superiore imperativo morale” suggerivano i due studiosi, prima di spiegare che “Nessuna di queste spiegazioni può giustificare l’incredibile livello di supporto materiale e diplomatico che gli Stati Uniti forniscono” allo stato Sionista.

Proprio le attività della “Lobby israeliana,” dicono Mearsheimer e Walt, hanno permesso di “distorcere” la politica estera americana e di “deviarla molto al di fuori dell’interesse nazionale, pur convincendo i cittadini americani che l’interesse degli Stati Uniti e quello di un altro paese, in questo caso Israele, fosse sostanzialmente il medesimo”

Nei 13 anni trascorsi dalla pubblicazione della loro importante opera, ci sono stati tentativi disperati di fermare i legislatori americani. Questi tentativi hanno messo in luce l’influenza dei gruppi anti-palestinesi come l’AIPAC (American Israel Public Affairs Committee, un potente gruppo di pressione filo-israeliano) nel gettare fango su chiunque criticasse le politiche di Israele, tacciandolo di “antisemitismo”. La rappresentante democratica al Congresso Ilhan Omar è l’ultima vittima di questa campagna.

Nonostante i tentativi di mettere a tacere persone come Omar, le obiezioni sollevate da Carter, Mearsheimer e Walt nei confronti della lobby filo-israeliana hanno continuato ad essere fonte di preoccupazione per i Presidenti e gli alti ufficiali degli Stati Uniti. Seguendo le orme di Jimmy Carter, anche Barack Obama ha voluto mettere in guardia gli Americani sull’influenza spregiudicata della lobby filo-israeliana e sull’uso strumentale dell’accusa di antisemitismo come arma per silenziare le critiche nei confronti delle politiche sioniste. Nel suo prossimo libro A Promised Land (Una Terra Promessa), Obama sembra prendere atto che c’è un prezzo politico da pagare nel criticare Israele e che i sostenitori americani dell’occupazione utilizzano l’accusa di antisemitismo per mettere a tacere qualunque voce contraria alle politiche del governo israeliano a danno dei Palestinesi.

Secondo gli estratti pubblicati dal Jewish Insider, Obama scrive che i politici americani che “criticano troppo aspramente le politiche israeliane rischiano di venire bollati come ‘anti-israeliani’ (e magari anche antisemiti) e di doversi confrontare alle successive elezioni con un’opposizione ben finanziata.”

Obama ha anche attaccato l’AIPAC, dicendo che il potente gruppo anti-palestinese si è nel tempo spostato sempre più a destra, riflettendo l’orientamento del governo guidato da Benjamin Netanyahu, al punto da difendere Israele anche quando le sue azioni si sono rivelate “contrarie alle politiche USA”. Questa è la stessa conclusione raggiunta da Mearsheimer e Walt nel loro libro, per la quale i due accademici furono marchiati come antisemiti. L’ex presidente ha anche rivelato di aver avuto problemi con il suo stesso partito per aver criticato gli insediamenti israeliani.

Obama non è l’unico ad aver messo in guardia dalla lobby israeliana. Il Colonnello Douglas Macgregor, consulente senior del Pentagono, ha accusato il Segretario di Stato Mike Pompeo e altri politici di aver ricevuto soldi e di essere diventati ricchi grazie alla “lobby israeliana”. Si noti anche che mentre le parole di Ilhan Omar hanno scosso l’intero establishment americano, quelle dell’ex colonnello sono invece rimaste soffocate da un muro di silenzio.

Macgregor, che è stato recentemente nominato consigliere senior del nuovo vice-segretario americano alla Difesa, ha espresso ai media simili commenti in due diverse occasioni nel 2012 e nel 2019. La sua ipotesi era che potenze straniere stessero influenzando gli Stati Uniti in modo da farli agire contro il proprio stesso interesse. Queste parole sono venute alla luce solo nella scorsa settimana.

“Bisogna vedere chi sono coloro che fanno donazioni a questi individui” avrebbe detto Macgregor alla CNN durante un’intervista nel settembre del 2019, quando gli venne chiesto se l’allora Consulente alla Sicurezza Nazionale John Bolton e il senatore repubblicano Lindsey Graham volessero una guerra con l’Iran. “Mr. Bolton è diventato molto, molto ricco e si trova nella posizione che occupa grazie al suo supporto incondizionato alla lobby israeliana. Bolton è il loro uomo sul campo all’interno della Casa Bianca. La stessa cosa si può dire per Mr. Pompeo, che aspira alla presidenza e mira ai soldi della lobby israeliana, dei Sauditi e di altri.”

È giunta l’ora che il popolo americano alzi la voce nei confronti dei propri rappresentanti e degli organi eletti per guidare il paese. Come disse Jimmy Carter, i cittadini americani hanno il diritto di conoscere la verità sulla “abominevole oppressione dei Palestinesi” e di porre fine alla servitù del governo nei confronti di un paese straniero.

Traduzione di Matteo Cesari – AssopacePalestina

1 commento

  1. dsebastiano comis

    Mentre negli USA la lobby israeliana controlla il congresso finanziando lautamente solo il candidati che si impegnano a votare nell’interesse di Israele, l’UCEI non ha nessun bisogno di mettere mano al portafoglio. Pur di essere ammessi nella stanza dei bottoni gli ex PCI si sono appiattiti sulla linea del filosionismo più pecoreccio. Dopo di che tutta la c.d. sinistra è diventata fervente sostenitrice del razzismo d dell’apartheid praticati senza vergogna dallo stato degli ebrei. Il tutto contro gli interessi mediterranei e mediorientali dell’Italia, lucidamente difesi da Andreotti e Craxi.

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