Khalida Jarrar riesce a far uscire una lettera per ‘Palestine Writes’

Dic 27, 2020 | Riflessioni

di Khalida Jarrar

MondoWeiss, 9 dicembre 2020. 

La prigioniera politica Khalida Jarrar condivide il ruolo fondamentale che la letteratura gioca per i prigionieri palestinesi che lottano per conservare la propria umanità e rimanere in contatto con il mondo esterno.

Khalida Jarrar (Photo: Samidoun)

Nota redazionale: la seguente lettera è stata letta durante la tavola rotonda finale del festival di letteratura Palestine Writes [La Palestina Scrive, tenutosi in forma virtuale dal 2 al 6 dicembre, ndtr.]

Dal carcere israeliano di Damon, situato sulla cima del monte Carmelo ad Haifa, invio a voi i miei saluti da parte mia e delle mie 40 compagne palestinesi combattenti per la libertà nelle prigioni israeliane. Inviamo il nostro saluto e il dovuto rispetto a tutti gli scrittori, studiosi, intellettuali e artisti che dicono la verità e chiedono libertà e giustizia per

tutti e che difendono il diritto del popolo all’autodeterminazione e ad opporsi alla dominazione colonialista e razzista.

In quest’occasione consentitemi di inviare il nostro saluto e sostegno anche a tutti gli scrittori, studiosi, intellettuali e artisti arabi che rifiutano la normalizzazione con il sistema del colonialismo di insediamento israeliano e che non accettano gli accordi di normalizzazione di Emirati, Bahrein e Sudan con l’entità sionista. È una posizione come questa che rappresenta i veri legami tra il nostro popolo e il mondo arabo e rende interiormente più forti noi detenuti. Benché siamo tenuti fisicamente prigionieri dietro a cancelli e sbarre, le nostre anime rimangono libere e fluttuano nei cieli della Palestina e del mondo. Indipendentemente dalla durezza delle pratiche dell’occupazione israeliana e dell’imposizione di misure punitive, la nostra voce libera continuerà a parlare apertamente a favore del nostro popolo che ha sofferto terribili catastrofi, espulsioni, occupazione e arresti. Continuerà anche a far sapere al mondo la forte volontà palestinese, che rifiuterà senza sosta e sfiderà il colonialismo in tutte le sue forme. Lavoriamo per instaurare e rafforzare i valori umani e cerchiamo di ottenere la liberazione sociale ed economica che unisce i popoli liberi del mondo.

Salutiamo i partecipanti a questo dibattito conclusivo: la compagna Angela Davis, la collega e amica Hanan Ashrawi, Richard Falk, la cara Susan Abulhawa e Bill V. Mullen.

Riguardo al nostro contributo a questa conferenza, vorremmo cercare di portarvi le nostre esperienze attuali con la letteratura e la cultura mentre siamo nelle prigioni israeliane. L’elemento più importante a questo proposito sono i libri. Essi costituiscono le fondamenta della vita in carcere. Conservano l’equilibrio psicologico e morale dei combattenti per la libertà che vedono la propria detenzione come parte della resistenza generale contro l’occupazione colonialista della Palestina. I libri giocano anche un ruolo in ogni lotta individuale del carcerato tra lui e le autorità carcerarie. In altre parole, la lotta diventa una sfida per i prigionieri palestinesi in quanto i carcerieri cercano di spogliarci della nostra umanità e di tenerci isolati dal resto del mondo. La sfida dei detenuti è trasformare la nostra incarcerazione in una condizione di “rivoluzione culturale” attraverso la lettura, l’educazione e il dibattito letterario.

I detenuti politici palestinesi devono affrontare molti ostacoli per poter avere accesso ai libri. Per esempio, quando sono portati da un membro della famiglia talvolta essi non ci arrivano in quanto vengono sottoposti a meccanismi di stretto controllo e sequestri. In teoria a ogni carcerata è concesso di ricevere due libri al mese. Tuttavia questi libri sono soggetti a “esami di controllo” in cui, il più delle volte, sono rifiutati dall’amministrazione penitenziaria con il pretesto che si tratta di libri che incitano all’odio. Privare i detenuti della possibilità di avere libri viene utilizzato come punizione quando ai carcerati viene vietato di riceverli per due o tre mesi, come mi è capitato nel 2017.

Anche la modesta biblioteca a disposizione dei prigionieri è soggetta a continue ispezioni in quanto le guardie carcerarie confiscano qualunque libro che possa essere stato portato dentro il carcere senza che lo sapessero. Ciò obbliga i detenuti a inventarsi sistemi creativi per proteggere i libri che probabilmente potrebbero essere sequestrati. Impedire che i libri vengano presi dalle autorità della prigione costituisce uno degli impegni più importanti per i detenuti.

In questa prospettiva, nonostante le stringenti limitazioni, le detenute palestinesi sono riuscite a far entrare di soppiatto un certo numero di libri importanti. Per esempio, oltre a qualche libro di filosofia e di storia, molti dei lavori di Ghassan Kanafani [scrittore, giornalista e dirigente politico palestinese, ndtr.], Ibrahim Nasrallah [scrittore e poeta palestinese, ndtr.] e di Suzan Abu-Alhawa [scrittrice e attivista palestinese, ndtr.] sono tra quelli che sono riusciti ad entrare e sono studiati dai prigionieri. Il romanzo di Maxim Gorky “La madre” è diventato di conforto per le prigioniere che sono private dell’amore delle loro madri. I lavori di Domitila Chúngara [lavoratrice boliviana e attivista, ndtr.], Abd-Arahman Munif [scrittore giordano, ndtr.], Al-Taher Wattar [scrittore algerino, ndtr.], Ahlam Mustaghanmi [scrittrice algerina, ndtr.], Mahmoud Darwish [grande poeta palestinese, ndtr.], “Le quaranta porte” [Rizzoli, 2011, ndtr.] di Elif Shafak [scrittrice turca, ndtr.], “I miserabili” di Victor Hugo, Nawal El Saadawi [scrittrice e psichiatra egiziana, ndtr.], Sahar Khalifeh [scrittrice palestinese, ndtr.], Edward Said [famoso intellettuale palestinese, ndtr.], Angela Davis [famosa intellettuale e militante afro-americana, ndtr.] e Albert Camus [scrittore francese, ndtr.] sono tra i libri più apprezzati che sono sfuggiti ai controlli e sono stati introdotti di nascosto con successo.

Tuttavia libri come “Scritto sotto la forca” [Red Star Press, 2015] di Julius Fučík [giornalista e militante antinazista cecoslovacco, ndtr.] e i “Quaderni dal carcere” di Gramsci non hanno mai potuto sfuggire alle misure e restrizioni carcerarie. Di fatto a nessuno dei libri di Gramsci è stato consentito di entrare nelle prigioni a causa di quella che sembra essere una particolare presa di posizione da parte delle autorità dell’occupazione nei confronti di Gramsci.

Parte positiva delle nostre vite, alcuni libri scritti da prigionieri nelle carceri, uno dei quali parla della esperienza di incarcerazione e di interrogatorio nelle prigioni israeliane, intitolato “You are Not Alone” [Non sei solo], sono riusciti ad arrivare di nascosto fino a noi. Quello che sto cercando di dire, cari artisti e scrittori, è che i vostri libri esposti nelle librerie di tutto il mondo sono sottoposti a persecuzione e confisca da parte delle autorità carcerarie dell’occupazione israeliana se cerchiamo di avervi accesso: i vostri libri qui vengono arrestati come avviene al nostro popolo.

La disponibilità di libri non è l’unica lotta che devono affrontare i prigionieri palestinesi nelle prigioni israeliane. Cercherò di darvi una rapida immagine delle nostre vite, ma ricordate che il nostro Desiderio richiede da noi di rimanere forti come l’acciaio.

Le autorità carcerarie israeliane impongono giornalmente misure oppressive, come dimostrano l’applicazione di politiche di separazione attraverso l’isolamento. Ci privano anche delle visite dei familiari, vietano l’ingresso a libri di cultura e letteratura e proibiscono assolutamente i libri scolastici. Vietano anche di cantare in qualunque modo. Sono vietate sia canzoni rivoluzionarie che non impegnate.

Inoltre non ci viene consentito di comprare più dell’unica radio a nostra disposizione. La radio è un’importante fonte di informazione che ci tiene legate con l’esterno diffondendo le notizie dal mondo. Ma per noi la radio è più di questo… È uno strumento che ci mette in comunicazione con le nostre famiglie ed amici, in quanto essi chiamano e inviano messaggi attraverso vari programmi radiofonici palestinesi.

Le autorità carcerarie israeliane non ci consentono neppure una qualunque forma di assemblea o riunione. Puniscono in continuazione le carcerate riducendo i prodotti che possono essere ottenuti allo “spaccio”, l’unico “negozio” a disposizione.

I prigionieri vengono continuamente sorvegliati attraverso il controllo delle telecamere di sicurezza che circondano ogni angolo della prigione, compreso il piazzale (Al-Forah). Questo spazio è dove alle prigioniere viene concesso di stare all’aria aperta per cinque ore non consecutive al giorno fuori dalle loro celle e finestre con le sbarre. Anche le nostre stanze sono sottoposte a ispezioni severe e provocatorie ad ogni ora del giorno e della notte alla ricerca di qualunque pezzo di carta con scritto sopra qualcosa. Potete immaginare quanto sia stato difficile per me farvi arrivare questo messaggio.

Quanto sopra ed altro ci obbliga ad architettare sistemi per contrastare queste prassi. Alcuni dettagli e oggetti possono sembrare banali fuori dalla prigione, ma hanno una grande importanza per noi prigioniere. Per esempio, penne e carta sono importanti, e i libri sono considerati un tesoro. Tutto questo costituisce uno strumento utilizzato come parte della nostra sopravvivenza e lotta contro l’occupazione, ed anche per il nostro miglioramento.

Come aspetto positivo abbiamo scoperto che molte prigioniere, nonostante le difficoltà menzionate, soprattutto quelle che scontano una condanna pesante, hanno arricchito la letteratura pubblicando romanzi, che spero attireranno l’attenzione degli scrittori arabi e internazionali. In aggiunta il movimento dei carcerati ha pubblicato alcuni studi e ricerche che fanno luce sulla situazione delle condizioni delle prigioni israeliane. Io stessa nel 2016, mentre ero in prigione, ho condotto uno studio sulla “Condizione delle prigioniere nelle prigioni israeliane”. Esso si concentra sugli effetti e le violazioni contro donne e minori palestinesi richiusi nelle prigioni. Nel 2019 ho preparato un altro documento, “Educazione nelle prigioni israeliane”, pubblicato nel libro di Ramzy Baroud su educazione e detenute intitolato “These Chains Will be Broken” [Queste catene saranno spezzate].

Sfortunatamente, a causa del mio attuale nuovo arresto, non ho visto la versione pubblicata del libro. Nel documento citato ho presentato gli ostacoli che la formazione deve affrontare in prigione, uno dei quali è l’insistenza israeliana nell’impedirci di portare avanti un qualunque percorso formativo in carcere. Il loro intento è chiaramente isolare i detenuti, donne e uomini, e spezzarci, trasformandoci in individui senza speranza o progetti per un futuro dignitoso. D’altra parte i prigionieri fanno il possibile per contrastare i tentativi delle autorità carcerarie attraverso nuovi sistemi creativi per conquistarsi il diritto alla formazione.

Ora stiamo cercando di iniziare l’educazione universitaria per il primo ciclo di detenute, come seconda fase della nostra lotta per rivendicare il diritto alla formazione. Ciò segnerà la prima volta nella storia in cui detenute palestinesi, soprattutto quelle con pesanti condanne, saranno in grado di ottenere un titolo universitario dal carcere. Su questo aspetto nel prossimo futuro sarà disponibile un aggiornamento, riguardante anche le difficoltà incontrate.

Una parte del programma di formazione universitaria si basa sull’integrazione di esperienze educative palestinesi, arabe e internazionali attraverso la letteratura della resistenza. Il programma includerà anche ricerche e studi scientifici alla nostra portata in carcere, nel tentativo di approfondire le capacità di analisi delle detenute e di identificare le loro aspirazioni per il futuro.

Tutta questa iniziativa intende stimolare e rafforzare l’autostima delle detenute incoraggiandole a considerare la prigione come un luogo per lo sviluppo creativo, culturale e umano. Speriamo che l’iniziativa rafforzi le convinzioni e capacità delle carcerate di creare un cambiamento nella società una volta che verranno liberate.

Questa iniziativa intende contribuire alla complessiva lotta di liberazione contro l’apartheid israeliano e la disparità di genere rafforzando le detenute per favorire la loro educazione e il loro ingresso nel mondo del lavoro quando saranno rilasciate.

Voglio sottolineare che durante la preparazione di questa dichiarazione abbiamo tenuto due sessioni per detenute iscritte all’università. I due corsi di formazione erano rispettivamente in inglese e in arabo.

Ciò che ha suscitato la mia attenzione è stato che, durante il primo corso in inglese, ho chiesto che ogni detenuta compilasse una simulazione di domanda per l’università specificando il campo di studi che intende seguire. Vorrei condividere alcune delle richieste che ho ricevuto:

Shorouq: detenuta di Gerusalemme condannata a 16 anni e che finora ne ha scontati 6. È stata arrestata mentre frequentava una specializzazione in “Turismo” all’università di Betlemme. Il sogno di Shorouq è diventare guida turistica. Ha scelto la specializzazione in turismo perché vuole sensibilizzare il mondo sui luoghi storici in Palestina. È particolarmente interessata ad accompagnare visite a Gerusalemme a causa di annessione, furto, violazioni e stravolgimento del paesaggio continuamente imposti alla città dall’occupazione israeliana.

Maysoun: detenuta di Betlemme condannata a 15 anni di prigione e che ne ha scontati finora 6. È stata arrestata mentre frequentava una specializzazione in letteratura all’università. Maysoun è un’accanita lettrice anche in prigione. Ama la letteratura. Descrive la letteratura come un metodo per costruirsi un futuro. Secondo lei la letteratura richiede che il lettore pensi e si ponga molte domande relative a un particolare argomento sollevato dal romanzo o dall’opera letteraria in questione. Pensa che ciò porti a un pensiero critico e allo sviluppo culturale.

Ruba: Ruba è una studentessa al terzo anno di sociologia che frequentava l’università di Birzeit. È stata arrestata tre mesi fa ed è ancora in attesa di giudizio. Ruba desidera ed è pronta a continuare i suoi studi al suo rilascio. Secondo lei la ragione per cui ha scelto sociologia come specializzazione è lo sviluppo della sua formazione universitaria e analitica sulle strutture sociali e di classe nella società e sul loro impatto sulle donne.

Nel mio tentativo di comprendere i motivi che stanno dietro le aspirazioni e i sogni di queste donne ho deciso di discutere con loro i problemi in modo più approfondito. Ho scoperto che il comune denominatore tra loro è la ribellione contro l’oppressione e le limitazioni imposte, un deciso rifiuto delle politiche dell’occupazione per impedire l’educazione delle prigioniere, una forza interiore per sfidare il controllo utilizzato contro le detenute inteso ad isolarle e trasformarle in donne disperate senza sogni o progetti per il futuro.

Altri motivi includono la resistenza contro il progetto dell’occupazione di cancellare l’identità e la storia palestinesi. Queste donne vogliono anche rompere con professioni stereotipate e di genere che la società destina alle donne. Per questo scelgono specializzazioni come turismo, letteratura, sociologia e teoria critica.

Per il secondo corso in lingua araba ci siamo concentrate sull’autobiografia e abbiamo lavorato sui diversi metodi per stilare un’autobiografia. Le detenute sono state divise in gruppi che hanno discusso diverse biografie, tra cui quella della dirigente sindacale e femminista boliviana Domitila Chúngara, “Chiedo la parola”, che parla delle esperienze e delle lotte dei minatori in Bolivia. Inoltre abbiamo studiato le biografie e autobiografie di affermati scrittori arabi come “Al-Ayyam” [Il libro dei giorni, Zanzibar, 1999, ndtr.] di Taha Hussein [scrittrice egiziana, ndtr.] e “I Was Born There, I Was Born Here” [Sono nato là, sono nato qua] di Mourid Barghouti [scrittore palestinese, ndtr.].

Il corso ha incluso anche un’analisi di testi letterari come quello del poeta palestinese Mahmoud Darwish intitolato “Incertezza del ritornato”, che è un discorso fatto da Darwish all’università di Birzeit durante i festeggiamenti per la liberazione del sud del Libano nel 2000.

I corsi di formazione, le presentazioni e discussioni hanno arricchito la consapevolezza delle detenute e le hanno incoraggiate a continuare a leggere libri e romanzi. Abbiamo trasformato la prigione in una scuola di cultura in cui le carcerate apprendono altre esperienze e in cui annulliamo i tentativi dell’occupazione di isolarci dal resto del mondo.

In conclusione, la nostra lotta per la liberazione dentro le carceri inizia con la protezione della letteratura di resistenza. Facciamo giungere le nostre voci e storie mentre le scriviamo in circostanze molto difficili. Quando siamo incarcerate il prezzo che paghiamo a volte è pesante, soprattutto quando la nostra punizione sono l’isolamento o il divieto delle visite dei familiari.

Un caso emblematico è il prezzo pagato dal detenuto Waleed Daqa, messo in isolamento per aver fatto uscire clandestinamente dalla prigione il suo romanzo perché venisse pubblicato. Ciò costituisce un’ulteriore sfida che dobbiamo affrontare nel contesto dei “Due Desideri”, quella dei combattenti per la libertà e quella dei colonizzatori, come espresso dalla combattente per la libertà Domitila Chúngara in “Chiedo la parola”.

Anche noi, donne palestinesi prigioniere diciamo “lasciateci parlare… lasciateci sognare… lasciateci sentire libere!” Grazie per avermi ascoltata e per avermi dato la possibilità di partecipare a questa conferenza.

Khalida Jarrar, prigioniera politica,

Prigione di Damon, 17 ottobre 2020.

Khalida Jarrar

Khalida Jarrar è una femminista ed attivista per i diritti umani e fa parte del Consiglio Legislativo Palestinese [il parlamento dell’Autorità Nazionale Palestinese, in cui rappresenta il partito marxista Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina, ndtr.]. Vive a Ramallah, ma è stata tenuta in detenzione amministrativa [incarcerazione senza imputazione e senza condanna rinnovabile a tempo indefinito, ndtr.] da Israele in vari periodi dal luglio 2015.

https://mondoweiss.net/2020/12/khalida-jarrar-smuggles-a-letter-for-palestine-writes/

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi – Zeitun)

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