Da oggi i Palestinesi possono vedere le loro proprietà rubate nella banca dati che abbiamo reso pubblica

Dic 17, 2020 | Riflessioni

Nasser Qudwa

Middle East Eye, 11 dicembre 2020. 

È stata pubblicata una banca dati completa che raccoglie tutte le proprietà private appartenenti ai rifugiati palestinesi situate nei territori occupati da Israele nel 1948

Un Palestinese passa davanti a un murale raffigurante rifugiati palestinesi, dipinto sul muro di una strada di Gaza City. 8 novembre 2020 (AFP)

La politica estera del presidente statunitense Donald Trump si è data molto da fare per negare il multilateralismo e i principi basilari di un ordine mondiale fondato sulle leggi, ma se si guarda alla questione Israele e Palestina, bisogna dire che qui l’impegno è stato ancora più feroce.

Invece di limitarsi soltanto a manifestare posizioni apertamente pro-Israele, Trump ha appoggiato del tutto una visione estremista di annessione, presentando un piano che perpetua il rifiuto a riconoscere i diritti nazionali dei Palestinesi da parte di Israele. Questo piano non ha solo incoraggiato la creazione di insediamenti coloniali illegali, ma ha anche negato i diritti dei rifugiati palestinesi. Gli Stati Uniti hanno mirato ad anticipare alcune questioni relative allo status definitivo, tra cui Gerusalemme, gli insediamenti e i rifugiati, andando addirittura al di là delle posizioni dichiarate da Israele.

Il tentativo di demolire l’UNRWA, l’agenzia delle Nazioni Unite che sostiene i rifugiati palestinesi, era parte integrante del piano strategico del team di Trump. Ma non si sono resi conto di quanto i diritti dei Palestinesi –e in particolare quelli dei rifugiati– siano saldamente custoditi all’interno del sistema delle Nazioni Unite.

Tutto è iniziato non appena le Nazioni Unite hanno nominato il loro primo mediatore, lo svedese Folke Bernadotte, successivamente assassinato a Gerusalemme per mano di terroristi israeliani. Il suo lascito più importante è stato, probabilmente, la Risoluzione 194, approvata l’11 dicembre 1948, che sanciva l’istituzione di una Commissione di Conciliazione composta da Stati Uniti, Francia e Turchia, intesa ad aiutare le parti per arrivare ad un accordo finale.

Pur non riuscendo a raggiungere il suo obiettivo principale, la commissione riuscì a creare un archivio completo delle proprietà private situate all’interno dei territori occupati da Israele nel 1948 e appartenenti a rifugiati palestinesi, chiese, fondazioni e proprietari non palestinesi.

Per molti anni, la banca dati è rimasta secretata, ma alcune sue copie furono distribuite a Israele, Giordania, Egitto, Siria, la Lega Araba e all’Organizzazione per la Liberazione della Palestina.

Il lavoro della commissione è stato aggiornato e digitalizzato dopo che il suo segretario generale era stato invitato dalle Nazioni Unite ad “adottare misure appropriate … per proteggere le proprietà, i patrimoni e i diritti di proprietà degli Arabi in Israele e per preservare e aggiornare i registri esistenti”. La copia finale di questo lavoro è stata consegnata alla Missione Palestinese all’ONU di cui ero a capo.

Responsabilità internazionale

A fronte dei tremendi attacchi degli Stati Uniti contro i diritti del nostro popolo, abbiamo deciso di rendere l’archivio aperto al pubblico con l’aiuto della Fondazione Yasser Arafat. Anche se il team che ha lavorato al piano Trump in Medio Oriente ha avuto l’arroganza di ignorare il diritto internazionale, le risoluzioni delle Nazioni Unite e persino la storia diplomatica di Washington, abbiamo pensato che forse avrebbero capito il valore della proprietà privata e dei diritti dei singoli proprietari.

Così oggi abbiamo deciso di mettere questa banca dati a disposizione di tutti i Palestinesi, per permettere loro di informarsi sulle loro proprietà e, in alcuni casi, ottenere i relativi documenti.

Alunne palestinesi in una scuola gestita dall’ONU nel campo profughi di Jabalia. 8 agosto 2020 (AF

Chi consulterà la banca dati non solo comprenderà le pesanti ingiustizie inflitte al popolo palestinese, ma anche gli enormi profitti che Israele ha ricavato dalle proprietà sottratte ai rifugiati palestinesi. La banca dati comprende 210.000 proprietari e 540.000 lotti di terra, censiti utilizzando principalmente i registri catastali ed esattoriali inglesi. Questi documenti includono circa 6.000 mappe che riportano l’ubicazione dei singoli lotti. 

In altre parole, stiamo ragionevolmente parlando di circa 5,5 milioni di dunum (550.000 ettari) di proprietà palestinese che adesso sono israeliani, senza considerare il Negev che non era registrato.

I diritti dei rifugiati palestinesi sono sanciti nel diritto internazionale e nelle risoluzioni delle Nazioni Unite. Per questo, proprio quella stessa comunità internazionale che ha deciso di dividere la Palestina non può continuare ad ignorare i risultati delle proprie azioni.

In assenza di un accordo politico equo e sostenibile che affronti le questioni secondo  il diritto internazionale, il rispetto dei diritti inalienabili dei Palestinesi, incluso quello all’autodeterminazione, continua ad essere responsabilità della comunità internazionale.

Approccio fallimentare

Trump ha dichiarato che riconoscendo Gerusalemme come capitale di Israele, la stava togliendo “dal tavolo nei negoziati”. Suo genero, Jared Kushner, ha sfruttato una logica simile nella sua campagna per strangolare l’UNRWA,  cercando di eliminare “dal tavolo” anche la questione dei rifugiati.

Ma il loro approccio si è rivelato fallimentare. Questa è la lezione che devono imparare tutti coloro che continuano a lavorare per negare i diritti dei Palestinesi. Negare i diritti dei Palestinesi significa negare i principi basilari sui quali furono fondate le Nazioni Unite, e questo rappresenta uno dei fallimenti maggiori del sistema multilaterale internazionale. La dimensione della causa palestinese è il motivo per cui Trump ha fallito.

Quando, nel 1949, Israele è diventato un membro dell’ONU, si è impegnato a rispettare il suo statuto e le sue risoluzioni. A distanza di settantadue anni, ancora non ha ancora rispettato questo impegno. 

Se si continueranno a ripetere formule mirate a consolidare l’impunità di Israele e a negare i diritti dei Palestinesi, neanche l’amministrazione Biden agirà a sostegno della pace. Si dovrebbe cercare, invece, di collaborare con gli altri membri della comunità internazionale per porre riparo ai fallimenti precedenti, con la consapevolezza che non è possibile ignorare né il diritto internazionale, né i diritti di milioni di rifugiati palestinesi. 

La banca dati delle proprietà dei rifugiati che abbiamo aperto al pubblico va vista come un promemoria dell’enormità di ciò che è stato fatto al popolo palestinese.

Le opinioni espresse in questo articolo appartengono al suo autore e non riflettono necessariamente le politiche editoriali del Middle East Eye.

Nasser Qudwa

Nasser Qudwa è a capo della Fondazione Yasser Arafat ed è un membro del Comitato Centrale di Fatah. È stato rappresentante permanente della Palestina alle Nazioni Unite e Ministro degli Esteri. Ha guidato il gruppo palestinese dinanzi alla Corte Internazionale di Giustizia nel caso contro il muro costruito da Israele nei territori palestinesi occupati (2004).

https://www.middleeasteye.net/opinion/refugee-property-database-highlights-severe-injustices-done-palestinian-people

Traduzione di Giulia Incelli – AssopacePalestina

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