Cosa dovrebbero imparare i Palestinesi dall’accordo di normalizzazione EAU-Bahrein- Israele

Nov 30, 2020 | Riflessioni

di Ibrahim Fraihat,

Jadaliyya, 24 novembre 2020. 

Abdullatif bin Rashid Al Zayani, Benjamin Netanyahu, Donald Trump e Abdullah bin Zayed Al Nahyan alla cerimonia della firma degli ‘Accordi di Abramo’ alla Casa Bianca, Washington 15 settembre 2020. via Wikimedia Commons

Non c’è dubbio che il recente accordo di normalizzazione fra Israele, Emirati Arabi Uniti (EAU) e Bahrein abbia seriamente indebolito la posizione palestinese nell’ambito del negoziato con Israele. Ciò spiega la reazione adirata della leadership palestinese che l’ha definito un tradimento. Certamente gli accordi fortemente voluti dall’amministrazione Trump hanno allontanato la Palestina da una risoluzione giusta e pacifica del conflitto con Israele come mai prima d’ora era accaduto.

Eppure l’accordo di normalizzazione offre ai Palestinesi una potenziale opportunità: quella di liberarsi dell’illusione che il modello di negoziazione uscito dagli accordi di Oslo del 1993 possa un giorno portare alla creazione di uno stato di Palestina indipendente. Questa presa di coscienza dovrebbe spingere i Palestinesi a creare un nuovo schema entro cui sviluppare la lotta per la loro indipendenza nell’era della post-normalizzazione.

I Palestinesi hanno sempre considerato l’appoggio degli stati arabi come una risorsa strategica. Ma questa risorsa è ormai pregiudicata dal momento che diversi governi arabi hanno di recente normalizzato i loro rapporti con Israele in assenza di un accordo per terminare il conflitto. L’accordo EAU-Bahrein-Israele ha ulteriormente sbilanciato la già precaria e asimmetrica relazione fra Israele e Palestina eliminando ogni incentivo –quale l’accesso ai mercati arabi– che poteva indurre Israele ad avviare negoziati seri con i Palestinesi.

Per quanto potenzialmente dannoso per la prospettiva di una pace completa, il recente accordo di normalizzazione dovrebbe però servire come sveglia per i Palestinesi.

In particolare dovrebbe aprire gli occhi ai loro leader, che ancora credono di poter arrivare ad ottenere l’indipendenza attraverso gli accordi di Oslo. Questi leader hanno disperatamente inseguito per 27 anni la chimera della sovranità dello stato di Palestina, convinti di ottenerla attraverso negoziati bilaterali. Il risultato più rilevante è stato l’aumento di coloni israeliani nella Cisgiordania: da circa 100.000 nel 1993 a più di 550.000 oggi. Inoltre, alla leadership palestinese bisognerebbe ricordare che l’Iniziativa per la Pace Araba del 2002, che Israele non ha mai accettato, viene ora abbandonata dagli stessi stati arabi che l’avevano proposta.

In aggiunta a quanto sopra, la normalizzazione dovrebbe convincere i partiti palestinesi in conflitto fra loro a sviluppare accordi strategici comuni. Da tredici anni i Palestinesi sono nettamente divisi fra il movimento Fatah, che ha abbracciato il sistema del negoziato come mezzo per l’autodeterminazione, mentre Hamas ha scelto la resistenza armata. In realtà, Fatah non sta negoziando e Hamas non sta resistendo, mentre la mancanza di flessibilità strategica di entrambi sta paralizzando il progetto nazionale palestinese. Ora, per la prima volta dal 2007, tutte le fazioni palestinesi hanno respinto all’unanimità l’accordo di normalizzazione EAU-Bahrein-Israele quale grave minaccia per la causa nazionale.

Dagli accordi di Oslo del 1993 in poi, il supporto dei paesi arabi ha senz’altro aiutato il popolo palestinese sul piano diplomatico e finanziario, ma non ha mai fornito un significativo appoggio alla soluzione del conflitto con Israele. Una conseguenza involontaria di questa forma di aiuto è stato il fatto che la dirigenza palestinese ha sviluppato un atteggiamento di dipendenza nei confronti degli stati arabi. La normalizzazione ha ora creato una realtà differente e i leader palestinesi, se vogliono mantenere la loro posizione, dovranno modificare questo atteggiamento e guadagnare per se stessi il ruolo di rappresentanti di una giusta causa.

Storicamente, sono stati usati tre diversi modelli per risolvere il conflitto israelo-palestinese: la resistenza armata (1965-1993), i negoziati nell’ambito del trattato di Oslo e dell’Iniziativa per la Pace Araba (1993- oggi) e l’auto-proclamato ‘Accordo del Secolo’ dell’amministrazione Trump (2018- oggi). I primi due non sono riusciti a conseguire gli obiettivi palestinesi, ‘l’Accordo del Secolo’ mira ad una resa incondizionata. Per questi motivi, in un’epoca in cui si assiste alla normalizzazione dei rapporti fra stati arabi e Israele, la risposta palestinese deve riuscire a creare un quarto modello alternativo, in grado di combinare ‘soft power’ [potere di persuasione] e resistenza popolare.

La caratteristica più saliente del ‘soft power’ palestinese risiede nella forza morale della legittima lotta di questo popolo per la libertà, la giustizia, pari diritti e dignità, caratteristica che può diventare strumento di mobilitazione della solidarietà internazionale, con modalità simili a quelle della lotta contro l’apartheid in Sud Africa. Un fronte di solidarietà internazionale ampio e combattivo aiuterebbe i Palestinesi ad affrontare e a modificare, almeno in parte, gli effetti dello squilibrio di potere con Israele, che da sempre impedisce una soluzione giusta del conflitto. Decenni di esperienza sul campo hanno dimostrato che nello scontro militare Israele ha sempre la meglio. Tuttavia, come dimostrano gli esempi del Sud Africa e del movimento per i diritti civili negli USA, la mobilitazione attiva in nome della legittimità morale, un terreno su cui i Palestinesi hanno la meglio, può giocare un ruolo determinante nella lotta contro un sistema di discriminazione e ingiustizia, fino a neutralizzare i vantaggi procurati dal possesso di mezzi bellici superiori.

E tuttavia il soft power ha i suoi limiti. Per questo è necessario che i Palestinesi si impegnino anche in una campagna di resistenza popolare sul terreno. È importante sottolineare che mentre la lotta armata, e a maggior ragione i negoziati, non avevano coinvolto la grande maggioranza della popolazione, la resistenza popolare –ad esempio le insurrezioni scoppiate dal 1987 al 1993– è inclusiva e caratterizzata da un’ampia partecipazione. La resistenza popolare è certamente uno strumento che può trasformare la lotta dei Palestinesi in una lotta nazionale in cui non è impegnata solo una stretta élite, ma tutto il popolo partecipa attivamente.

Se decidiamo che questo è un cambio di modalità necessario ed efficace, dobbiamo poi chiederci chi sia in grado di portarlo avanti e se l’attuale leadership sia capace di dirigere un progetto di resistenza pluridimensionale. In parole semplici, soprattutto nell’era post-normalizzazione, una trasformazione di questo tipo richiede una leadership credibile e illuminata, che goda di stima e fiducia da parte di coloro che rappresenta. E allora bisogna dire che Mahmoud Abbas non è né un Nelson Mandela né un Martin Luther King. Né sarebbe in grado di portare avanti le riforme istituzionali e di produrre la mobilitazione popolare che un simile progetto richiede.

Quello che Abbas e la dirigenza palestinese potrebbero fare è facilitare l’emergere di nuovi leader, e ce ne sono tanti, in grado di portare avanti questa lotta nazionale di tipo nuovo, appoggiati e affiancati dall’opinione pubblica internazionale. Come Marwa Fatafta e Alaa Tartir hanno recentemente scritto su “Foreign Policy” I Palestinesi devono riprendere possesso dell’OLP e esprimere “una nuova generazione di leader in grado di garantire libertà e un governo responsabile ed efficace”. La necessità di riformare e svecchiare l’OLP è stata senza dubbio al fondo di ogni tentativo di eliminare la scissione fra Fatah e Hamas. Fare in modo che l’OLP torni a rappresentare tutti i Palestinesi a prescindere dalla loro posizione è premessa indispensabile per la soluzione di questa crisi.

 Un dialogo inclusivo a livello nazionale sostenuto dall’attuale leadership può fornire un approccio efficace per portare avanti il progetto palestinese nell’era post-normalizzazione. In questo senso un insolito meeting tenutosi a metà settembre e che ha eccezionalmente coinvolto tutte le fazioni palestinesi rivali, riunite per definire una strategia in risposta alle sfide della normalizzazione EAU-Israele, potrebbe rappresentare un passo in avanti verso la fine delle divisioni. Diversi altri incontri sono seguiti, per elaborare una nuova strategia nazionale e permettere ad altri gruppi di prendere parte alla discussione.

Se il dialogo a livello nazionale avrà successo, esso potrebbe portare anche ad un nuovo contratto sociale che permetta l’emergere di una nuova leadership. Tuttavia il successo di questo dialogo non si può misurare solo con livello di consenso dei gruppi che vi partecipano, dovrà piuttosto concretizzarsi in nuove elezioni che ormai si attendono da troppo tempo. Delle elezioni libere e imparziali non solo sarebbero in grado di produrre i nuovi leader, ma anche di investirli della legittimità popolare e politica necessaria per guidare il cambiamento di contesto e affrontare le sfide dell’era post-normalizzazione EAU-Bahrain-Israele.

La natura della lotta nazionale palestinese nell’ultimo decennio è cambiata radicalmente. Solo una nuova dirigenza sarà in grado di rispondere alle sfide che ne conseguono e di agire efficacemente. Per governare l’indispensabile cambio di paradigma, e ancor di più la resistenza popolare, occorrono una mentalità e un approccio che quelli rimasti intrappolati nel percorso di Oslo per un quarto di secolo non posseggono, né possono sviluppare. La normalizzazione fra paesi del Golfo e Israele ha creato nella regione realtà politiche del tutto nuove. Soltanto una nuova strategia palestinese, che metta al centro forza morale e resistenza popolare può affrontare la sfida.

https://www.jadaliyya.com/Details/42058/How-the-Palestinians-Should-Understand-UAE-Bahrain-Israel-Normalization

 Traduzione di Nara Ronchetti – AssopacePalestina

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