A Gerusalemme Est il progetto dei coloni si sta espandendo sottoterra

Ott 28, 2020 | Riflessioni

di Natasha Roth-Rowland

+972magazine, 23 ottobre 2020.

La politicizzazione dell’archeologia fatta da Elad, in particolare con il parco della Città di Davide a Gerusalemme Est, cancella i Palestinesi e la loro storia.

Operatori sul sito archeologico della Città di Davide, vicino alla Città Vecchia di Gerusalemme, 22 luglio 2019. (Hadas Parush/Flash90)

La notizia che il Fondo Nazionale Ebraico (Jewish National Fund – JNF) collabora da decenni con il gruppo di coloni “Elad” a Gerusalemme Est, notizia portata alla luce da +972 Magazine questa settimana, può aver sorpreso qualcuno che sta all’estero. Il JNF è stimato infatti dalla diaspora ebraica per le sue campagne di piantagione di alberi e per aver dato il suo nome a parchi in tutto Israele. Elad, d’altro canto, è noto per la confisca di case nel quartiere palestinese di Silwan a Gerusalemme Est, vicino alla Città Vecchia.

Eppure la cooperazione tra le due entità non è affatto strana. Per decenni, il JNF ha svolto un ruolo centrale nel nascondere i resti delle località palestinesi spopolate dopo le guerre del 1948 e del 1967, acquisendo proprietà nella Cisgiordania occupata e facilitando il progetto di insediamento coloniale. Tutte queste attività sono servite, in un modo o nell’altro, a far avanzare l’antico imperativo sionista “il massimo di terra, il minimo di Arabi”; lo stesso obiettivo che spinge Elad, per usar le sue parole, a “giudaizzare” Gerusalemme Est.

Le due organizzazioni condividono inoltre un comune approccio: usare il concetto sionista del rapporto degli Ebrei con la terra per presentare le proprie attività come realizzazioni naturali, quasi predestinate, di un sogno nazionale. Mentre i metodi del JFN prevedevano l’acquisto di terreni e la creazione di spazi verdi, Elad, fin dai primi anni 90 del secolo scorso, si è posto l’obiettivo di controllare gli scavi archeologici a Gerusalemme Est.

Il metodo di Elad, tuttavia, è probabilmente più sofisticato e di più vasta portata: non solo controlla la terra, ma anche ciò che vi sta (o non vi sta) sotto, al fine di rivedere e rimuovere segmenti del passato della regione, al servizio di una visione riduttiva del suo futuro. E mentre il revisionismo storico è sempre stato centrale nella costruzione della nazione israeliana, negli ultimi decenni, sotto governi sempre più di destra, è divenuto sempre più sfacciato e di vasta portata.

Perciò l’archeologia israeliana –che è sempre servita come base per costruire una coscienza sionista– è diventata sempre più soggetta alle cure di varie fazioni dello stato e dei coloni. Questi gruppi sono determinati a presentare la narrazione della presenza ebraica nella terra come un’irrefutabile proprietà millenaria, interrotta da un periodo di esilio provvisorio prima di essere ripristinata con la creazione dello Stato di Israele.

Nel corso di questa strumentalizzazione, l’archeologia è utilizzata per contrastare il racconto dell’occupazione coloniale – e della Nakba –  usando sia l’azione che il simbolismo. Poche organizzazioni sono state così centrali in questa politicizzazione dell’archeologia quanto Elad, in particolare mediante il suo progetto principale, il parco della Città di Davide.

Nelle mani dei coloni

Situato nel cuore di Silwan, il parco nazionale della Città di Davide (“Ir David”) è uno dei siti archeologici più sensibili del paese. È a pochi passi dalle mura della Città Vecchia e il suo valore come presunta sede del potere del re Davide (una narrazione che deve ancora essere provata in modo conclusivo) l’ha reso uno dei Sacri Graal archeologici di Israele. Per questa ragione è il sito che, dalla fine degli anni 70 del secolo scorso, ha avuto scavi israeliani quasi ininterrotti, che sino ai primi anni 2000 erano esclusivamente sotto l’egida di agenzie governative. L’Autorità per le Antichità d’Israele (IAA) ha supervisionato gli scavi, mentre l’Autorità per la Natura e i Parchi (NAP) ha gestito il parco nazionale intorno ad essi.

Operatori sul sito archeologico della Città di Davide, vicino al villaggio palestinese di Silwan dall’altra parte della strada rispetto alla Città Vecchia di Gerusalemme, 7 aprile 2013. (Uri Lenz/Flash90)

Alla fine degli anni 90 del secolo scorso, tuttavia, la diminuzione dei fondi pubblici per l’IAA e una sempre maggiore inclinazione a destra nelle politiche nazionali e locali hanno visto il governo trasferire la responsabilità del parco della Città di Davide a Elad, che, nel 1994, aveva anche iniziato a sovvenzionare gli scavi al posto dell’IAA a corto di denaro. Malgrado le sue pubbliche rimostranze, l’IAA è stata solo in grado di rallentare l’eventuale trasferimento del sito dal NPA a Elad. Nel 2002, cinque anni dopo che il governo aveva deciso di consegnare a Elad le chiavi del parco, i coloni avevano la Città di Davide nelle loro mani.

Il parco, uno dei principali siti turistici di Gerusalemme, è la più potente arma territoriale, politica e simbolica di Elad. L’organizzazione ha presentato i reperti degli scavi in modo assolutamente appropriato alla propria missione ideologica: i visitatori della Città di Davide troveranno una narrazione incentrata sull’epoca biblica, mentre sarà soppressa la molteplicità delle altre storie sepolte sotto le strade di Silwan.

Allo stesso tempo, il ruolo pratico di Elad come sottoscrittore degli scavi dell’IAA gli ha dato una grande influenza sull’esecuzione degli scavi stessi. Secondo l’ONG Emek Shaveh, molti tunnel dell’opera sono stati scavati in violazione delle migliori pratiche archeologiche. Invece di scavare verticalmente, gli scavatori hanno fatto tunnel orizzontali, rovinando quindi l’integrità di qualsiasi scoperta archeologica.

Inoltre, questi tunnel si sono estesi sotto le case dei Palestinesi della zona; alcune abitazioni sono divenute così strutturalmente pericolanti da costringere i loro abitanti ad andarsene. Eppure, a pochi metri di distanza, nel diorama biblico della Città di Davide, i visitatori sono lasciati completamente all’oscuro del presente e della storia di Silwan, così come della storia dei suoi abitanti palestinesi. Viene invece presentata una storia di redenzione israelo-ebraica, un popolo ritornato alla sua casa e alla storia dopo millenni in terre selvagge.

Rendere i Palestinesi invisibili

Non è solo la visione di Elad di Gerusalemme Est che il JNF ha rifiutato di ripudiare, ma anche la sua riduttiva versione della storia.

Per Elad –e per la destra e l’ideologia religioso-nazionalista alla quale i suoi associati aderiscono– le scoperte archeologiche sono un mezzo per confermare l’asse teleologico sionista fatto di antichità-esilio-ritorno. Questa cornice non è esclusiva della destra religiosa; come osservava lo scomparso sociologo Michael Feige, l’archeologia israeliana ha sempre avuto una duplice funzione nella narrazione nazionale, “uno, mostrare l’antica unità del popolo ebraico, in contrasto con la sua frammentazione nell’esilio; e due, mostrare gli antichi diritti del popolo alla Terra di Israele”.

Turisti in visita al sito archeologico della Città di Davide, vicino alla Città Vecchia di Gerusalemme, 7 aprile 2013. (Uri Lenz/Flash90)

La fondazione dello Stato di Israele, come spiegato da Feige, ha successivamente dato vita a un duello tra differenti narrazioni, che ha infine privilegiato una storia interrotta e altamente selettiva della presenza ebraica nell’antica patria rispetto alla storia della diaspora, cancellando di fatto il passato di quest’ultima.

Ciò che Elad è determinato a presentare, dunque, sono i presunti giorni di gloria del popolo ebraico durante i periodi Davidico e del Secondo Tempio, un passato precedente alla caduta, prima dell’ignominia dell’esilio (e la vergogna implicita della presenza, e del possesso, di non-Ebrei in Terra Santa). 

Avendo come obiettivo la conferma archeologica di questa narrativa, la ricerca di Elad comporta così una duplice cancellazione: non è solo la storia della diaspora a essere liquidata insieme alle sue comunità (che divengono superflue poiché il “ritorno” in patria è stato realizzato), ma anche la l’effimera storia di altre nazione in Terra Santa durante quel periodo di esilio. Due scenari della storia si chiudono di colpo per l’immaginario ebraico-israeliano.

Con questa impalcatura storica, Elad, insieme con i suoi sostenitori governativi e non, è andata oltre la retorica e l’affabulazione: ne ha fatto il pilastro centrale del suo progetto di giudaizzazione di tutta Gerusalemme Est. In poche parole, gli scavi nella Città di Davide servono a rendere i Palestinesi invisibili nel quartiere, sia appropriandosi delle loro case che scavando sotto di esse o eliminando i loro spazi pubblici.

Simbolicamente parlando, tuttavia, le attività archeologiche di Elad sono un mezzo che non solo permette ai coloni israeliani di sfrattare i Palestinesi o tenerli rinchiusi sotto crescenti livelli di sicurezza, ma accorda loro il diritto etico di farlo. Se, come suggerisce il nucleo centrale dell’ideologia sionista, il ritorno degli Ebrei alla loro antica patria è un diritto morale, storico e religioso, allora, agli occhi di un gruppo che vuole portare questa convinzione alla sua conclusione definitiva, espellere i Palestinesi e sostituirli con gli Ebrei è più che un atto decretato dal divino e politicamente legittimo: è un dovere.

Questa logica è al centro dell’uso che Elad fa dell’archeologica e della sua convinzione di avere il diritto di agire a Silwan come un padrone di casa. È a questa visione politica che il JNF ha scelto di allinearsi. Un dato di fatto che nessun “greenwashing” e nessun numero di alberi piantati può cambiare.

Natasha Roth-Rowland ha un dottorato di ricerca in storia all’University of Virginia, dove svolge ricerche e scrive sull’estrema destra ebraica in Israele-Palestina e negli USA. In precedenza ha lavorato per diversi anni come scrittrice, redattrice e traduttrice in Israele-Palestina e i suoi lavori sono apparsi in The Daily Beast, London Review of Books Blog, Haaretz, The Forward e Protocols. Scrive usando il cognome reale della sua famiglia in memoria del nonno, Kurt, che fu costretto a cambiare il suo cognome in Rowland quando si rifugiò nel Regno Unito durante la Seconda Guerra Mondiale.

https://www.972mag.com/city-of-david-elad-palestinians/

Traduzione di Elisabetta Valento – Assopace Palestina

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