Rapporto OCHA 14 – 27 luglio 2020

Ago 3, 2020 | Rapporti Palestina OCHA

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Rapporto sulla Protezione dei Civili nei Territori Palestinesi occupati

per il periodo 14 – 27 luglio 2020.

La versione in italiano dei rapporti ONU OCHA è a cura dell’Associazione per la pace – gruppo di Rivoli: https://sites.google.com/site/assopacerivoli/materiali/rapporti-onu/rapporti-settimanali-integrali

Nota per chi ha poco tempo: gli aspetti salienti di ciascuna notizia sono scritti in grassetto

In Cisgiordania, 20 palestinesi sono rimasti feriti in scontri con forze israeliane. Questo dato è più basso di circa l’80% rispetto al numero medio di feriti registrati dall’inizio del 2020 in analoghe circostanze. Dei venti feriti, quattordici si sono avuti durante scontri scoppiati in due separate proteste contro la realizzazione di due avamposti colonici [israeliani] nei pressi dei villaggi di Asira ash Shamaliya e di Beita (entrambi in Nablus); tali avamposti sono stati successivamente smantellati dalle autorità israeliane. Gli altri sei palestinesi [dei 20], incluso un minore, sono rimasti feriti durante scontri innescati da operazioni di ricerca-arresto nei Campi profughi di Balata (Nablus), Al Jalazun (Ramallah) e Jenin, e nella città di Tulkarm.

Il 21 luglio, due ragazzi palestinesi (di 11 e 14 anni) sono rimasti ustionati (uno in modo grave) maneggiando un oggetto caduto da un aeromobile israeliano durante un addestramento militare, secondo quanto riferito; l’oggetto ha spontaneamente preso fuoco dopo la caduta. L’episodio è avvenuto nella città di Hebron, nell’Area (H2) controllata da Israele, nei pressi della casa dei ragazzi.

Il 25 luglio, nella città di Nablus, durante scontri, le forze di sicurezza palestinesi hanno sparato, uccidendo un palestinese e ferendone diversi altri. Gli scontri sono scoppiati quando le forze palestinesi, nell’intento di applicare le norme di blocco imposte nel contesto della pandemia, hanno tentato di chiudere negozi e arrestare i proprietari. Le autorità palestinesi hanno annunciato l’apertura di un’inchiesta.

A Gerusalemme Est, le forze israeliane hanno condotto 26 operazioni di ricerca-arresto; due di tali operazioni sono state effettuate presso sedi di istituzioni culturali ed una presso un centro di magazzinaggio della Società della Mezzaluna Rossa Palestinese (PRCS). In quest’ultimo caso, le forze israeliane hanno requisito circa 100 confezioni di alimenti destinati, secondo quanto riferito, alle famiglie in quarantena domiciliare per il COVID-19; le motivazioni dell’azione non sono ancora chiare. In seguito all’operazione svolta nei due centri culturali e all’arresto dei loro direttori, una rete di ONG palestinesi ha rilasciato una dichiarazione nella quale esorta la Comunità internazionale a difendere lo spazio civico e a proteggere le Organizzazioni della società civile palestinese. In una delle operazioni, svolta nel quartiere di Al ‘Isawiya, una unità sotto copertura ha aggredito fisicamente e arrestato un ragazzo palestinese di 12 anni.

Nella Striscia di Gaza, presumibilmente per far rispettare le restrizioni di accesso alle aree [interne alla Striscia e] prossime alla recinzione perimetrale israeliana e al largo della costa, in almeno 22 occasioni, le forze israeliane hanno aperto il fuoco di avvertimento; non sono stati segnalati feriti né danni alle proprietà. In due occasioni, le forze israeliane sono entrate in Gaza ed hanno effettuato operazioni di spianatura del terreno e di scavo vicino alla recinzione perimetrale.

In Area C e Gerusalemme Est, per mancanza di permessi di costruzione rilasciati da Israele, sono state demolite o sequestrate trenta strutture di proprietà palestinese, sfollando 25 persone e creando ripercussioni su altre 140 [seguono alcuni dettagli]. In un episodio accaduto il 21 luglio, le autorità israeliane hanno demolito una struttura alla periferia della città di Hebron che, secondo la Municipalità di Hebron, era pianificata per essere utilizzata come centro diagnostico del COVID-19; l’affermazione è contestata dalle autorità israeliane. Questa e altre tre strutture sono state demolite in base ad un “Ordine Militare 1797”, che consente la demolizione di edifici “non autorizzati” entro 96 ore dalla consegna della notifica. Le Organizzazioni Umanitarie e per i Diritti Umani hanno ripetutamente manifestato preoccupazione per questa procedura che, sostanzialmente, impedisce alle persone destinatarie dei provvedimenti di essere ascoltate da un organo giudiziario.

Dal 5 marzo (data di inizio dell’emergenza COVID-19), citando la mancanza di permessi [israeliani] di costruzione, le autorità israeliane hanno demolito o sequestrato 19 case abitate, esistenti prima di tale data, sfollando 104 palestinesi. Ciò è in contrasto con l’impegno, da parte delle autorità [israeliane], di sospendere la demolizione di tali strutture durante la pandemia. Durante questo periodo, altre sette case abitate sono state autodemolite dai proprietari, in ottemperanza all’emissione di ordini di demolizione. Dall’inizio dell’emergenza COVID-19, adducendo la motivazione della mancanza di permessi di costruzione, 282 strutture palestinesi di ogni tipo [abitazioni e/o strutture di servizio] sono state demolite o sequestrate in violazione del diritto umanitario internazionale.

Assalitori, ritenuti coloni israeliani, hanno ferito tre palestinesi ed hanno vandalizzato una moschea, circa 30 alberi ed altre proprietà [seguono dettagli]. Dei tre feriti, due sono stati aggrediti fisicamente con bastoni e pietre nel villaggio di Turmus’ayya (Ramallah) e un altro nella Zona H2 della città di Hebron. Il 27 luglio, nella città di Al Bireh (Ramallah,) una moschea è stata incendiata, danneggiandone parti e scritte in lingua ebraica sono state dipinte sui suoi muri. È stato riferito che la polizia israeliana ha aperto un’inchiesta. Nei villaggi di Turmus’ayya, Burin, Qaryut (tutti in Nablus) e Sa’ir (Hebron) sono stati incendiati o abbattuti circa 30 ulivi. Tra le altre proprietà vandalizzate sono da includere escavatori e altri strumenti di lavoro in una cava nel villaggio di Jamma’in (Nablus) e negozi chiusi nella Zona H2 della città di Hebron.

Un colono israeliano è stato aggredito fisicamente e ferito da palestinesi nell’Area H2 della città di Hebron. Secondo fonti israeliane, altri quattro israeliani sono rimasti feriti per il lancio di pietre da parte di palestinesi contro veicoli in transito sulle strade della Cisgiordania. A quanto riferito, sei veicoli israeliani hanno subito danni a causa del lancio di pietre ed uno a causa del lancio di una bottiglia incendiaria da parte di palestinesi.

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