Come i Palestinesi possono unirsi in un nuovo progetto per contrastare l’annessione di Israele

da | Lug 1, 2020 | Notizie, Riflessioni

La gente si riunisce per protestare contro il piano di annessione israeliano della Valle del Giordano, di fronte all’Ufficio del Coordinatore Speciale dell’ONU per il processo di pace in Medio Oriente (UNSCO) a Gaza City, Gaza, 29 giugno 2020. Ali Jadallah — Anadolu Agency via Getty Images

di Salam Fayyad

Time, 30 giugno 2020

  

A gennaio, il presidente Donald Trump ha lanciato il suo tanto decantato piano per la pace in Medio Oriente. Ha cercato di formalizzare la pluriennale impresa di insediamento coloniale di Israele trasformandola in un presunto modello di accordo per porre fine al conflitto, incontrando naturalmente il rifiuto assoluto dei Palestinesi.

Ma il primo ministro israeliano ha annunciato la sua intenzione di approfittare di ciò che era per lui un utile immediato del piano Trump: l’annessione del 30% della Cisgiordania, compresa la Valle del Giordano, territorio essenziale per la sovranità di un futuro stato palestinese. La comunità internazionale ha messo in guardia contro le conseguenze negative che la manovra potrebbe comportare per la pace, la sicurezza e la normalizzazione della regione.

Non sembra, tuttavia, che il governo israeliano voglia ascoltare tali avvertimenti. Ritiene infatti che, alla fine, il resto del mondo si acquieterà, proprio come ha fatto due anni e mezzo fa, dopo che gli Stati Uniti hanno riconosciuto Gerusalemme come capitale di Israele e dopo la più recente dichiarazione che gli insediamenti israeliani non sarebbero illegittimi secondo il diritto internazionale.

Il governo israeliano si è dato una scadenza al 1° luglio per annunciare esattamente come sarà fatta l’annessione di queste terre. Tuttavia, anche se rimandasse per il momento l’azione, la leadership palestinese dovrebbe comunque prendere decisioni importanti. Credo che una risposta credibile sia urgentemente necessaria e ormai attesa da tempo. Bisogna cioè ripensare i nostri progetti passati per costruire insieme un nuovo futuro.

La leadership palestinese non è rimasta in silenzio. Il 19 maggio, il presidente Mahmoud Abbas ha dichiarato che l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP) si considerava da quel momento sciolta da tutti gli accordi e le intese con gli Stati Uniti e con i governi israeliani. Questa è stata una dichiarazione significativa, anche se giunta dopo molti anni di ripetute minacce di abbandono del quadro di Oslo – tanto che qualcuno l’ha liquidata erroneamente come un’altra vuota minaccia.

Secondo me, tuttavia, il problema non è se questa dichiarazione sia significativa o meno, ma se punta abbastanza lontano. In particolare, che probabilità ha di fermare il treno dell’annessione? Ancora più importante: potrà cambiare radicalmente la situazione che ha permesso a Israele di salire in primo luogo su quel treno? La risposta alla prima domanda è, nella migliore delle ipotesi, forse. Alla seconda, è un inequivocabile no.

Non tutto è perduto, però. Per ripristinare piena efficacia alla nostra ricerca di libertà e dignità, è tempo che la leadership palestinese si liberi da una precedente dichiarazione. L’OLP deve ripensare ora alla sua iniziativa di pace del 1988, in particolare all’accettazione di uno stato palestinese sul 22% della Palestina storica, in base alla cosiddetta “soluzione a due stati”.

Cosa abbiamo ottenuto con questa scommessa fatta dall’OLP nel 1988? Nel corso di trent’anni di un “processo di pace” che ha posto fine alla prima intifada sgonfiandone lo spirito di iniziativa, Israele ha potuto intensificare progressivamente la sua occupazione. Ha reso impossibile per i Palestinesi ottenere qualsiasi cosa tranne l’autogoverno nelle aree sotto il dominio di Israele e ha dato a Israele un importante argomento per respingere ogni accusa di apartheid. Sarebbe irragionevole per il popolo palestinese aspettarsi che il suo unico rappresentante legittimo, l’OLP, riconsideri questa scommessa?

Al suo posto, l’OLP deve proporre una via alternativa che possa ottenere un ampio sostegno palestinese. Ciò di cui il popolo palestinese ha disperatamente bisogno è una dichiarazione chiara: un progetto definito su cui possiamo legittimamente perseguire le nostre aspirazioni nazionali. Credo che un ampio consenso nazionale palestinese possa essere costruito su una piattaforma impegnata in una delle due opzioni seguenti.

La prima è ancorata al modello di un singolo stato, la cui costituzione preveda la piena uguaglianza per tutti i cittadini, senza alcuna discriminazione, su qualunque base essa possa esser concepita. La seconda è una soluzione concordata a due stati, ma solo con uno stato palestinese indipendente e pienamente sovrano sull’intero territorio occupato da Israele nel 1967, compresa Gerusalemme Est. Ciò si deve accompagnare all’impegno in un processo di pace che porti a tale risultato, e che sia preceduto dal riconoscimento internazionale, anche da parte di Israele, del diritto dei Palestinesi a tale stato, nonché degli altri diritti previsti dal diritto internazionale, vale a dire il diritto al ritorno in conformità con la risoluzione 194 delle Nazioni Unite e il diritto all’autodeterminazione.

Ovviamente queste due opzioni si escludono a vicenda. Tuttavia, devono essere entrambe comprese nella nuova piattaforma per garantire che l’OLP –man mano che inizia a includere fazioni e forze non-PLO opposte al quadro di Oslo o al compromesso del 1988– abbia il potere di trasmettere subito, a nome di tutti i Palestinesi, ciò che siamo disposti ad accettare. Ad un certo punto, i Palestinesi dovranno scegliere tra le due possibili opzioni descritte sopra. Ciò, tuttavia, non potrà accadere se Israele non riconoscerà i nostri diritti nazionali.

Nel frattempo, non dovremmo risparmiare nessuno sforzo per iniziare il processo di riunificazione della nostra politica, di ricostruzione e rafforzamento delle nostre istituzioni: un’impresa particolarmente impegnativa dopo tredici anni di rottura e separazione. Ci vuole un progetto che ci permetta di diventare i padroni del nostro destino. Una volta che riusciamo a convergere su una dichiarazione politica basata sulle opzioni di cui sopra, possiamo iniziare a mettere insieme quel progetto.

Tutto ciò è possibile da subito se la nostra leadership segnala la sua volontà di guidare la forza di tale visione. La scelta in questo momento spetta a noi. Una volta che decidiamo di agire, tutti, vicini e lontani, inizieranno a rendersi conto che la nostra volontà non è stata spezzata e che non lo sarà mai.

Salam Fayyad è uno studioso e professore visitatore presso l’Università di Princeton ed è stato Primo Ministro dell’Autorità Palestinese dal 2007 al 2013.

https://time.com/5861739/israel-annexation-west-bank-palestinians-plo/

Traduzione di Donato Cioli – AssopacePalestina

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