Nel tentativo di arrestare un Palestinese affetto da disabilità mentale, le truppe israeliane uccidono un adolescente presente sul posto

Giu 18, 2020 | Riflessioni

Dopo che un’unità di operazioni speciali aveva fallito la cattura di un “ricercato”, un giovane disabile, all’interno di un campo profughi, un soldato ha mirato al tetto di un edificio di cinque piani e ha esploso un colpo che ha raggiuto e ucciso un adolescente che stava assistendo a ciò che accadeva.

di Gideon Levy e Alex Levac

Haaretz, 12.06.2020

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Barlanet, la madre di Zeid Qaysiyah mostra sul suo cellulare una foto del figlio deceduto. Alex Levac

Zeid Qaysiyah sognava di diventare un cantante famoso. Per poter realizzare il suo sogno, aveva comprato un semplice sistema di amplificazione, utilizzando i soldi che sua madre gli aveva dato in prestito e promettendole di restituirli non appena fosse diventato una star. Si era esibito, a titolo gratuito, in quasi tutte le feste di famiglia ad Al-Fawar, il campo profughi a sud di Hebron, dove viveva, nonché nelle cittadine circostanti.

A volte il diciassettenne si esibiva per strada, nelle scuole e in abitazioni private; in effetti, molti residenti del campo hanno videoclip di lui che canta, accompagnato da una base strumentale. Gli piaceva soprattutto il dahiya, una melodia tradizionale di danza beduina, su cui componeva testi. Sognava di emulare Muayan Alasam, il “re del dahiya” di Rahat, la città beduina del Negev. Per raggiungere questo obiettivo sperava di poter studiare musica in una scuola di Betlemme, progetto per il quale aveva bisogno di mettere da parte il denaro necessario.

Poco dopo l’alba del 13 maggio, i sogni del giovane sono stati interrotti per sempre. Un soldato dell’unità di operazioni speciali delle Forze di Difesa Israeliane della Duvdevan, che si trovava in una strada del campo, ha puntato il suo fucile verso il tetto dell’edificio dove si trovava Qaysiya, in piedi, assieme a suo fratello minore e ai loro cugini, per osservare cosa stesse succedendo. Il soldato ha sparato da una distanza di circa 100 metri, dritto al centro della faccia di Qaysiyah, uccidendolo all’istante. Non erano state lanciate pietre dal tetto dove si trovava il gruppetto, sia per l’altezza alla quale si trovavano sia per la distanza dai soldati; in ogni caso, un altro tetto, più in basso, separava i giovani dai soldati.

Perché, allora, il soldato ha sparato? L’IDF dovrà rispondere a questa domanda. Intanto, le foto scattate subito dopo la morte di Qaysiyah sono raccapriccianti. La sua faccia è spappolata, la sua maglietta rossa è inzuppata di sangue e il pavimento su cui si trovava è inondato da una quantità tale di sangue da restituire un’immagine straziante, che ricorda quella di un macello.

L’unità militare israeliana era arrivata ad Al-Fawar per svolgere una missione apparentemente di grande urgenza: un diciottenne con disabilità intellettiva, Ayman Halikawi, noto come instabile e preso in giro dai giovani locali, aveva caricato un post su Facebook in cui aveva scritto: “Capitano Nidal, vieni ad Al-Fawar e ti sparerò”.

“Capitano Nidal” è il segretissimo nome in codice del comandante del servizio locale di sicurezza, afferente allo Shin Bet. Il post del giovane disabile è bastato a indurre l’IDF –che di solito evita di fare incursioni nel campo, a causa della sua intensa atmosfera militante– a inviare una forza speciale di circa 20 soldati. I militari sono arrivati al campo verso l’alba, in un furgone camuffato in modo da sembrare un veicolo palestinese, per arrestare il pericoloso giovane che aveva scritto un post così minaccioso. Ecco quanto sono annoiati i soldati della Duvdevan; ecco come è inconsistente il mondo di questa unità d’élite.

Ma l’unità militare non è riuscita a portare a termine la sua missione: Halikawi non era in casa. A quel punto i soldati dovevano ritirarsi a piedi, lasciando rapidamente il campo, dove la vita, all’alba del 13 maggio, nel mezzo del Ramadan e della pandemia di coronavirus, era già in pieno fermento, con le persone che erano rimaste in piedi tutta la notte, tra il digiuno del giorno precedente e quello del nuovo giorno.

I soldati si stavano già avviando lungo la strada principale e stavano per uscire da Al-Fawar passando per le colline, per fare rientro alla base di Adurayim, che i Palestinesi chiamano Al-Majnooni (“il luogo pazzo”). A quel punto, come di consueto, è iniziato il lancio delle pietre –centinaia di giovani si erano già radunati lungo quella strada– e uno dei soldati dell’unità ha deciso, forse a causa della mancata cattura del ricercato, di appostarsi e sparare il colpo che ha ucciso Qaysiyah.

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La vista del campo profughi di Al-Fawar dal tetto della casa di Qaysiyah, dove Zeid è stato colpito a morte. Alex Levac

A proposito, diverse ore più tardi, Halikawi è stato consegnato all’IDF, al posto di blocco posizionato all’ingresso di Al-Fawar, da suo padre stesso. Una telefonata al padre sarebbe bastata a concludere il suo arresto, evitando l’audace operazione organizzata dalla Duvdevan e lo spaventoso prezzo che essa ha comportato. Da allora, Halikawi è rimasto in custodia, nonostante le sue instabili condizioni di salute mentale.

Al-Fawar è il più meridionale e il più remoto dei campi profughi della Cisgiordania, ciò che forse aiuta a dar ragione del suo aspetto così simile a quello di Gaza. La sua popolazione di 12.000 abitanti vive in un’area di un chilometro quadrato (meno di 0,40 miglia quadrate). L’atmosfera stessa ricorda i campi profughi nella Striscia di Gaza: spirito di lotta, determinazione, calore umano e semplicità.

Il padre di Qaysiyah è nato nella vicina città di Dahariya; sua madre all’interno del campo profughi stesso. Lei discende da una famiglia proveniente da Iraq al-Manshiyya, sulle cui rovine sorge la città israeliana di Kiryat Gat. I genitori si sposarono in accordo con una consuetudine antica e insolita: lei andò in sposa a un uomo la cui sorella aveva sposato suo fratello, evitando così che la famiglia dovesse pagasse la dote ai genitori della sposa. Ma la coppia divorziò e, dopo il divorzio, la vita del figlio si è divisa tra sua madre ad Al-Fawar e suo padre a Dahariya.

Barlanet, la madre di Qaysiyah, ha vissuto per 15 anni a Rahat e nella vicina Segev Shalom senza permesso di lavoro, facendo le pulizie in case israeliane un po’ in giro per il sud. A volte suo figlio la aiutava, così come aveva fatto in occasione del suo precedente lavoro, a Moshav Ahisamakh, circa due anni fa.

Barlanet, 45 anni, e un nome che si ispira a quello di una nota cantante egiziana, è una donna sorridente e di buon cuore che ha vissuto altre traversie prima di questa tragedia. Oltre a Zeid, ha sei figlie femmine e due maschi. La loro casa si trova nel seminterrato di un edificio di cinque piani sulla strada principale di Al-Fawar. Circa sei mesi fa, ha aperto un piccolo negozio di abbigliamento per bambini e adolescenti al piano strada dell’edificio, con il nome di Roses Center, come una delle sue figlie, Wardah (“Rosa”). Il suo guadagno medio giornaliero è di circa 50 shekel ($ 15). Ora una fotografia del figlio morto è attaccata alla vetrina del negozio. Da quando è stato ucciso, sono aumentate le persone che fanno acquisti nel piccolo negozio, manifestando la loro solidarietà nei confronti della madre in lutto.

La sua casa è piuttosto ricercata. Una rampa di pochi gradini conduce fino a una porta che si apre su un ampio spazio, con luci colorate, cuori di velluto rosso e mobiletti di vetro che custodiscono utensili domestici. La casa è animata da donne e bambini, tutti seduti sui tappeti del pavimento. È qui che è cresciuto Zeid Qaysiyah. Tre giorni prima di essere ucciso, era tornato da una breve visita a Dahariya da suo padre. Dopo la musica, la seconda passione del ragazzo era il PUBG (Playerunknown’s Battlegrounds), un gioco per cellulari molto popolare nei territori. Ci aveva giocato anche l’ultima sera, con il fratellino tredicenne, Jihad.

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Uno striscione commemorativo con l’immagine di Zeid Qaysiyah, appeso alla rivendita di vestiti di sua madre in Al-Fawar. Sei testimoni dicono che non furono tirati sassi dal tetto e che non c’era alcun motivo di sparare. Alec Levac

I soldati erano arrivati alle prime luci dell’alba, verso le 5:40, contrariamente alla loro abitudine di comparire nel cuore della notte. Essendo Ramadan, tutti avevano già fatto colazione prima della giornata di digiuno. Il furgone ha fatto scendere i soldati nel quartiere di Beit Jubrin –il campo è diviso in quartieri secondo i villaggi di origine dei rifugiati– che si trova a circa 500 metri dalla casa di Qaysiyah.

I soldati sono entrati in alcune case del quartiere e poi, avendo scoperto che il ricercato non c’era, hanno cominciato ad a uscire. Ma intanto la loro presenza aveva attirato centinaia di giovani nelle strade, mentre molti altri erano saliti sui tetti per vedere cosa succedeva.

Mentre si allontanavano, i soldati hanno aperto il fuoco, per autoprotezione. Sparavano granate stordenti, proiettili ricoperti di gomma e anche vere pallottole in aria. I giovani lanciavano pietre contro di loro dai vicoli che portano alla strada principale.

In quel momento, Zeid Qaysiyah giocava in casa con il PUGB, ma quando il fratellino Jihad sentì il rumore uscì per vedere cosa stava succedendo. Zeid lo seguì, forse per tenerlo d’occhio. La madre dormiva nella sua stanza, essendo andata a letto alle 4 del mattino. Pochi minuti dopo, i due fratelli tornarono in casa e decisero di salire sul tetto per vedere gli eventi da una distanza di sicurezza.

È un tetto alto, cinque piani sopra. Ci siamo arrampicati su anche noi questa settimana.

“In Israele tutto è ascensori ma qui non c’è ascensore”, commentò Barlanet mentre salivamo, chiusa nel suo lutto. Sei bidoni di plastica neri e uno bianco, tutti per l’acqua, una colombaia, una gabbia per uccelli, un’antenna parabolica e una vista dell’intero campo. Da qui non c’era alcuna possibilità di lanciare qualcosa e colpire soldati che si trovavano molto più in basso sulla strada.

Le truppe stavano per svoltare a sinistra, in un vicolo che li avrebbe condotti fuori dal campo, di fronte al negozio di alimentari di Abu Muatasel e ad un panificio di proprietà di un parente dell’adolescente ricercato, Ayman Halikawi. E poi, all’angolo della strada, accanto a un’auto coperta da un telo, un soldato si è messo in posizione di fuoco e ha puntato il suo fucile verso l’alto, verso il tetto dove stavano Zeid e Jihad.

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Il campo profughi di Al-Fawar, a sud di Hebron, nel 2016. Amira Hass

I due erano arrivati ​​lassù pochi secondi prima. Lo zio, che era lì anche lui, aveva appena finito di dire alle sue figlie Asil (16 anni) e Hadil (13), di allontanarsi dal bordo del tetto. Una delle ragazze notò il soldato che puntava il fucile contro di loro. Jihad si riparò tra i contenitori dell’acqua e da lì sbirciò giù per la strada, ma Zeid si avvicinò al bordo. Suo zio raccontò in seguito che stava per richiamare anche lui come aveva fatto con le figlie, ma ormai era troppo tardi. Il giovane fu colpito nel momento in cui si sporgeva per guardare e crollò a terra. Jihad pensava che stesse fingendo di essere ferito come in uno scherzo: “Mi stai prendendo in giro?” chiese, prima che il sangue iniziasse a fuoriuscire da sotto il corpo di suo fratello.

Un ricercatore della ONG israeliana per i diritti umani B’Tselem, Musa Abu Hashhash, ha raccolto testimonianze da sei testimoni oculari di ciò che è accaduto sul tetto. Tutti hanno fatto lo stesso racconto. Non furono lanciate pietre, quindi non c’era motivo di sparare sul tetto. I due fratelli di Abu Hashhash, che vivono nella casa accanto, portarono Zeid Qaysiyah dal tetto alla strada e da lì fino al piccolo ospedale nella città di Yatta, dove fu dichiarato morto.

Barlanet si svegliò al frastuono delle urla sul tetto. Pensava che sua nipote Shirin fosse svenuta di nuovo, come era successo una volta, causando il panico della famiglia. Corse verso il tetto, ma sulla scala, vicino al terzo piano, vide due uomini che portavano suo figlio al piano di sotto, in gran fretta. Gli avevano coperto il viso con una maglietta per risparmiare alla madre il brutale spettacolo, per cui lei non si rese conto della serietà delle sue condizioni. Zeid era stato ferito al braccio, le dissero. Iniziò a urlare e crollò sulle scale. Erano le 6:15 del mattino.

Barlanet insistette per essere portata all’ospedale di Yatta per seguire suo figlio. Quando arrivò lì e stava per entrare nel pronto soccorso, suo fratello, che era arrivato prima di lei, la fermò e le disse: “Chiedi a Dio di benedire Zeid”. Capì immediatamente e si accasciò sul pavimento.

Questa settimana lei e le sue due giovani nipoti che erano sul tetto sono state convocate per dare testimonianza alla polizia militare presso gli uffici di Hebron dell’Amministrazione Civile, l’organo di governo di Israele nei territori. Secondo Barlanet, uno degli ufficiali le disse che si era verificato un errore e che i soldati dovevano essere puniti.

Questa settimana il portavoce dell’IDF ha rilasciato ad Haaretz la seguente dichiarazione: “Durante le operazioni per arrestare persone ricercate nel campo profughi di Al-Fawar il 13 maggio 2020, si è verificato un violento disordine durante il quale sono stati lanciate pietre e sassi, cocktail Molotov e ordigni esplosivi e i soldati sono stati colpiti.”

“I soldati hanno risposto con misure di dispersione della folla e con proiettili veri. Un soldato dell’IDF è stato leggermente ferito dal lancio di pietre. Dopo l’incidente, abbiamo ricevuto un rapporto su un Palestinese che è stato ucciso ed è stata avviata un’indagine della polizia militare. Quando sarà conclusa, i risultati saranno trasmessi all’ufficio dell’avvocato generale dell’IDF per essere esaminati.”

Gli abitanti della casa ci mostrano le immagini sul loro cellulare. Quasi tutti hanno una clip di Qaysiyah che canta una canzone. Qui sta cantando con sua madre per il suo compleanno; qui è sulla strada con i passanti che si radunano intorno a lui; qui sta cantando ad Al-Fawar, a Dahariya, nel mercato di Hebron. “Sono Zeid e non ho soldi”, canta in una delle sue tristi canzoni. L’accompagnamento musicale è scaricato da YouTube. A volte canta con il fratellastro di 14 anni, Abdel Bassat, a volte con Jihad, che ora è seduto con noi.

Nel cellulare di Zeid c’è anche la clip di una canzone pop ebraica che gli piaceva ascoltare: “Perché mi hai fatto male / Perché mi hai spezzato / Nei tuoi occhi ho visto una bugia / Tutto il mio corpo hai lasciato in rovina / Come ti ho potuto credere / Come ho potuto promettermi a te / Sei andata con un altro / E mi hai lasciato alle spalle / Non guardarmi negli occhi / Perché ho già sofferto abbastanza ”.

https://www.haaretz.com/israel-news/.premium.MAGAZINE-seeking-to-arrest-a-mentally-disabled-palestinian-idf-troops-kill-teenage-bystander-1.8916065

Traduzione di Daniela Marrapese – AssopacePalestina

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