Netanyahu a marce forzate verso l’annessione

Benjamin Netanyahu è riuscito a formare una coalizione governativa il cui obiettivo principale è l’annessione di gran parte della Cisgiordania. Ha il sostegno di Donald Trump e la complice passività della “comunità internazionale” per farlo.

di Sylvain Cypel

Orient XXI, 6 maggio 2020

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La valle del Giordano a nord di Gerico, nel cuore del progetto di annessione israeliano. Abir Sultan / AFP

Netanyahu l’aveva promesso ai suoi compatrioti durante l’ultima campagna elettorale: intende annettere al più presto una parte sostanziale dei territori palestinesi in Cisgiordania. Vinte le elezioni, è passato all’azione. L’accordo per formare una grande coalizione, firmato il 21 aprile con il suo principale concorrente, il generale Benny Gantz, capo della formazione Blu e Bianco, fa di questa annessione il suo obiettivo politico prioritario. Stabilisce che questo processo di annessione potrà partire dal prossimo 1° luglio.

Netanyahu sembra essere ancora una volta l’indiscusso uomo forte del governo. È lui e solo lui a stabilire le priorità. Come scrive crudelmente un editorialista israeliano, “ha assunto Gantz come guardia del corpo per i prossimi tre anni“. E incarna più che mai le correnti politiche profonde che animano la società ebraica israeliana.

La Capitolazione di Benny Gantz

Gantz, l’ex capo di stato maggiore il cui partito è andato in pezzi dopo il suo accordo con Netanyahu, fa una ben misera figura al suo fianco. Tutto ciò che è riuscito a ottenere in questo accordo governativo è che qualsiasi annessione dovrà prima godere di un “pieno consenso americano” (che Netanyahu avrebbe comunque cercato). Oggi, il numero due del partito Blu e Bianco, un altro ex capo di stato maggiore, Gabi Ashkenazi, lascia capire che è contrario a un’annessione, ma che il suo partito non poteva fare nulla, dal momento che, anche senza i voti di Blu e Bianco, Netanyahu ha una maggioranza indiscutibile in Parlamento per far approvare un’annessione. Argomentazione esatta, anche se l’ex generale non mostra un travolgente coraggio politico …

Per quanto riguarda le altre formazioni politiche, a parte il cosiddetto “partito arabo”, che rappresenta gli interessi palestinesi in Parlamento, esse sono quasi impercettibili. L’estrema destra spera solo che l’annessione sia la più ampia possibile. A sinistra, lo storico partito laburista, o ciò che ne rimane (tre eletti!), per entrare nella coalizione di governo si è dovuto impegnare a rispettarne la disciplina. In altre parole, votare per le annessioni quando sarà il momento, cosa che evidentemente non rappresenta più un problema per questo partito.

Spingere i Palestinesi verso i centri urbani

Quale territorio intende annettere Netanyahu? Tutto? È quasi da escludere. Ciò abolirebbe de facto l’Autorità Palestinese (AP), cosa che Israele certamente non vuole – almeno non in questa fase. Qualsiasi governo israeliano preferirà lasciare a un’AP impotente un’apparenza di responsabilità per la gestione dei suoi maggiori centri urbani. In effetti, per almeno due decenni, uno degli elementi chiave della politica coloniale israeliana in Cisgiordania è stato quello di sottrarre la terra ai Palestinesi delle aree rurali per spingerli a trasferirsi nelle periferie delle città e offrire così ai coloni siti di insediamento svuotati il più possibile della popolazione autoctona. La cosa più probabile è che questa annessione riguarderà l’intera valle del Giordano (senza dubbio ad eccezione della città di Gerico, a otto chilometri dal ponte di Allenby, l’unico varco stradale tra Israele e Giordania), e una parte più o meno importante della cosiddetta zona “C”, rimasta interamente sotto il controllo israeliano dopo gli Accordi di Oslo (1993) e che comprende il 62% di tutto il territorio della Cisgiordania.

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Cisgiordania, zona C e Gerusalemme Est (OCHAoPT, mappa del 2011)
In blu scuro, la parte in cui è già preclusa qualsiasi costruzione ai Palestinesi (70%); in azzurro, il restante 30%, in cui l’accesso ai Palestinesi è fortemente limitato.

Questa zona C è divisa in sette grandi blocchi disconnessi, essi stessi frammentati al loro interno. Qui vivono circa 300.000 Palestinesi (un numero quasi equivalente è stato espulso negli ultimi vent’anni), mentre 390.000 coloni vivono già in questa zona, pari a quasi il 90% di tutti gli Israeliani che vivono in Cisgiordania (senza contare i 250.000 che vivono a Gerusalemme Est). In Israele, le stime sulla dimensione dei futuri territori annessi variano tra il 30 e il 40% del territorio palestinese. Per la cronaca, il “piano di pace” di Donald Trump, presentato lo scorso gennaio, concedeva a Israele il diritto di appropriarsi del 35% circa della Cisgiordania, in realtà il 5 o il 6% in più, se si tiene conto delle superfici demaniali delle colonie.

Qualche voce di dissenso

La prevista annessione ha ricevuto un notevole sostegno popolare in Israele. Ma c’è stata qualche voce di dissenso. Come spesso accade in questo paese, solo alti funzionari della sicurezza in carica osano far trapelare la loro ostilità verso la politica annessionista. Secondo Al Monitor, sono tra questi l’attuale capo di stato maggiore, Aviv Kochavi, quello dello Shin Beit, Nadav Argaman, e quello dell’intelligence militare, Tamir Hayman. All’inizio di aprile, 220 ex alti funzionari della sicurezza (esercito, Shin Bet, intelligence militare) avevano firmato una petizione contro le annessioni previste. Il 22 aprile, l’ex ammiraglio e capo dello Shin Bet Ami Ayalon, l’ex direttore del Mossad Tamir Pardo e il generale di riserva Gadi Shamni, hanno pubblicato negli Stati Uniti una pagina che denuncia i “rischi” delle annessioni previste.

Il rischio maggiore, a loro avviso, è la Giordania, un paese che “ha una consistente popolazione palestinese” e  che temono potrebbe far pagare a Israele il costo di una destabilizzazione del suo regime, la monarchia hashemita, assai maggiore del vantaggio ottenuto con le annessioni in Cisgiordania. Da parte americana, anche 149 leader di spicco della comunità ebraica hanno messo in guardia Israele dalla deriva politica che il paese avrebbe dovuto affrontare se la Cisgiordania fosse stata annessa. Ma queste voci, specialmente in Israele, rimangono marginali. Ed è molto improbabile che da sole siano sufficienti a far tornare indietro sia Netanyahu che Trump.

Donald Trump in campagna presidenziale

Dei due uomini, Netanyahu è il più ansioso di portare rapidamente a termine il lavoro. Perché per lui il tempo stringe: il 3 novembre saprà se Trump è stato rieletto o meno. Deve quindi iniziare il processo di annessione prima di tale termine. Se Trump viene rieletto, cosa ad oggi non sicura, sarà tutto a posto. Se viene sconfitto, Netanyahu potrebbe negoziare in una posizione di forza, sulla base del fatto compiuto, con un presidente democratico.

Per quanto riguarda Trump, è una figura certamente onnipresente, spesso imprevedibile, ma per la sua rielezione è essenziale il sostegno più massiccio possibile da parte degli ultra-evangelici che gli forniscono grandi battaglioni di “sionisti cristiani”. Dovrebbe pertanto sostenere le previste annessioni. Inoltre, anche se non se ne sa molto, dopo la pubblicazione del suo “piano di pace”, fu formata una commissione americano-israeliana per mappare le future annessioni approvate dall’amministrazione USA. Non si sa a che stadio di avanzamento siano giunti i lavori di questa commissione, ma la sua mera esistenza indica che le annessioni sono state coordinate con la Casa Bianca.

L’unica incognita in questo teatro delle ombre è se Trump vorrà, per qualche motivo, apparire come un “moderatore” dell’azione intrapresa da Netanyahu, o se asseconderà tutte o quasi tutte le sue ambizioni territoriali. La logica della campagna elettorale di Trump è che la seconda opzione dovrebbe prevalere. Ma, con quest’uomo border line (vedi la candeggina per eliminare il coronavirus dai polmoni…), tutto e il contrario di tutto è ancora possibile.

Il “piano di pace” di Trump assecondava quasi tutte le ambizioni annessioniste di Netanyahu. È difficile pensare che torni indietro. È quindi tutta una questione di timing. La cosa più probabile è che, quando lo riterrà opportuno, Trump approverà le annessioni pianificate da Netanyahu. E su questo punto, quest’ultimo sembra tranquillo. In un video indirizzato a gruppi di evangelici europei che sono fanatici sostenitori del “Grande Israele”, ha recentemente descritto il “piano di pace” di Trump come il riconoscimento del diritto di Israele di prendere tutte le terre in cui si trovano gli insediamenti. “Sono fiducioso: tra pochi mesi questo impegno sarà onorato e saremo in grado di celebrare un nuovo momento storico nella storia del sionismo“, ha detto loro. Tre giorni prima, il segretario di Stato americano Mike Pompeo aveva rafforzato questa fiducia. Le annessioni sono “una decisione israeliana“, ha detto.

Gli Europei – Emmanuel Macron in testa – hanno reso nota tutta la loro contrarietà riguardo a queste future annessioni. Ma, fa notare una giornalista israeliana, Netanyahu se ne ride. “Non ci saranno conseguenze. Cosa faranno gli Europei? Prenderanno il loro tè un po’ arrabbiati. La storia dell’occupazione è una storia infinita di ridicole condanne europee.” Poco dopo la dichiarazione del rappresentante francese presso il Consiglio di Sicurezza, Nicolas de Rivière, secondo il quale queste annessioni, se fossero attuate, “condizionerebbero le relazioni” del suo paese con Israele, alti diplomatici israeliani se la ridevano, rilevando che l’Unione Europea non è stata in grado di adottare una posizione comune in materia.

Joe Biden farà sentire la sua voce?

Nel frattempo, il probabile candidato democratico alle presidenziali Joe Biden tace. Già non ha nulla da dire sui difetti del sistema sanitario americano di fronte al coronavirus, figuriamoci quanto sia lontana da lui l’annessione della Cisgiordania. Tuttavia, due importanti ex consiglieri di Obama per le questioni internazionali, Philip Gordon e Robert Malley, hanno lanciato un appello urgente, invitandolo a “parlare contro i piani israeliani di annessione prima che sia troppo tardi“. Perché questa urgenza? Biden, scrivono i due ex consiglieri, non sarà presidente il prossimo 1° luglio, ma le sue parole “potrebbero influenzare ciò che farà Netanyahu, la posizione di Gantz e quella degli Stati arabi“.

Ed è urgente perché Biden è l’unico ad avere questa possibilità. Per dire cosa? In breve, che l’annessione mette in pericolo la democrazia israeliana, che ignora i diritti dei Palestinesi e che potrebbe trascinare la regione verso maggiore instabilità e violenza. Ma soprattutto, aggiungono, Biden dovrebbe suggerire a Netanyahu che, se persiste nelle sue intenzioni, gli Stati Uniti sotto la sua guida potrebbero intraprendere sanzioni finanziarie verso Israele. Alcuni diranno, concludono, che un simile atteggiamento potrebbe solo convincere Netanyahu ad andare ancora più veloce e Trump a sostenerlo. Sfortunatamente, “né l’uno né l’altro ha bisogno di incoraggiamenti per andare avanti, ed entrambi credono che una forte politica di annessione li aiuterà a rimanere al potere. Ma se Biden non parla oggi, dopo potrebbe essere troppo tardi, anche se venisse eletto a novembre“.

Il 29 novembre, durante una cena di raccolta fondi per la sua campagna, Biden ha parlato del Medio Oriente. Per occuparsi dei piani di annessione di Netanyahu? Niente affatto. Ha detto solo che, se eletto, non riporterà l’ambasciata americana da Gerusalemme a Tel Aviv. Ricordiamo che, quando Trump ha annunciato quella mossa altamente simbolica, Biden ha definito “miope e frivola” la decisione. Ma oggi spiega che invertire questo fatto compiuto non aiuterebbe a rilanciare un processo di pace. Tuttavia, ha precisato che avrebbe riaperto il consolato americano a Gerusalemme Est che Trump ha chiuso.

Gli Israeliani sanno come leggere queste situazioni. Durante l’inverno del 2009, il loro esercito ha fatto uno dei più terribili bombardamenti di massa su Gaza, seguito da un’invasione di terra. Ci sono stati 1.315 morti palestinesi (65% civili), nonché 10 soldati israeliani (di cui 4 per “fuoco amico”, cioè per errori israeliani) e 3 civili. All’epoca, Barack Obama era in attesa di insediarsi alla Casa Bianca il 20 gennaio. Alcuni dei suoi consiglieri lo pregarono di parlare per porre fine agli attacchi israeliani. Si rifiutò, ripetendo che sarebbe intervenuto solo una volta entrato alla Casa Bianca. Due giorni prima, gli israeliani cessarono le ostilità. Per loro, politicamente, il messaggio di Obama era stato chiaro: aveva consentito che il loro intervento continuasse.

Benyamin Netanyahu può quindi legittimamente sentirsi in grado, se necessario, di far inghiottire domani a un nuovo presidente democratico gli stessi rospi che aveva fatto mandar giù a Obama. Ma preferisce che la Casa Bianca convalidi queste annessioni prima delle elezioni presidenziali di novembre.

Sylvain Cypel, giàcaporedattore di Le Monde e del Courrier International. È autore di Les emmurés. La société israélienne dans l’impasse (La Découverte, 2006) e di L’État d’Israël contre les Juifs (La Découverte, 2020).

https://orientxxi.info/magazine/netanyahou-a-marche-forcee-vers-l-annexion,3845

Traduzione di Donato Cioli – Assopace Palestina

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