In Israele 24.000 persone non sanno nemmeno che c’è il lockdown da coronavirus

Mentre gli israeliani festeggiano il graduale allentamento delle misure restrittive, un gruppo di migliaia di persone vive in un isolamento involontario, ma permanente, coronavirus o meno

di Miriam Anati

Haaretz, 28 aprile 2020

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Lavoratori thailandesi nel moshav Sde Uziahu. 14 ottobre 2015 Ilan Assayag

Quando tutti noi finalmente usciremo dal nostro attuale confinamento in casa e il coronavirus diventerà un ricordo lontano, in Israele 24.000 persone continueranno a restarci, tagliate fuori dalle normali vicende del mondo che le circonda. Erano in isolamento prima che il COVID-19 raggiungesse il nostro Paese. Lo saranno anche dopo. 

La loro vita da confinati va avanti come al solito anche ora. Si alzano la mattina, vanno al lavoro, tornano a casa, cenano, chiacchierano con gli amici, passano un po’ di tempo online e poi vanno a dormire. Sono così isolati che molti non hanno nessuna idea che il resto di Israele è in lockdown.

Sto parlando di un gruppo di 24.000 uomini e di alcune donne che vivono sparsi per il Paese, la maggior parte in moshavim e kibbutzim [comuni agricole e manifatturiere, ndtr.], uno qui, uno là, talvolta due, tre o più insieme o, in casi ancora più rari, in 30 o più. Sono perfettamente legali: non solo sono legali, sono stati invitati a venirci dallo Stato di Israele. 

A loro è stato dato un visto di lavoro per cinque anni e tre mesi grazie al quale godono di tutti i diritti di ogni altro lavoratore israeliano. Insieme a quelle dei braccianti palestinesi, le loro sono le mani che fanno arrivare frutta e verdura sulle nostre tavole. Sono migranti del settore agricolo e tutti i 24.000 oggi in Israele provengono dalla Thailandia. 

Quando arrivano in Israele vanno in isolamento e non solo al tempo del COVID-19. Sono tagliati fuori dalla società in diversi modi: geograficamente, dato che vivono nella stessa fattoria per cui lavorano e raramente se ne allontanano. Normalmente hanno un giorno libero, ma è il sabato quando non ci sono trasporti pubblici e così non possono andare da nessuna parte. Sono anche isolati socialmente perché spesso non parlano né ebraico né inglese, solo thailandese e perciò difficilmente possono interagire con qualcuno. 

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Lavoratori thailandesi in una serra del kibbutz Netiv Haasarah. 6 luglio 2004. Alon Ron

Sono esclusi dai servizi a cui avrebbero diritto per legge perché in pratica non possono accedervi. Per esempio, spesso non possono andare da un medico perché il traduttore dell’agenzia privata che dovrebbe assisterli non è disponibile e la clinica non ne ha uno. 

Comunque la più crudele e inumana di tutte queste forme di segregazione forse è l’isolamento emotivo dovuto ai maltrattamenti dei violenti datori di lavoro. Molti dei lavoratori che ci hanno contattato a Kav LaOved (un’organizzazione della società civile che difende i diritti di tutti i lavoratori in Israele) hanno riferito di lavorare per un principale che li minaccia regolarmente affinché non protestino o parlino con nessuno delle loro paghe al di sotto del minimo sindacale, dei loro squallidi alloggi o di doversi arrampicare dentro le serre senza dispositivi di protezione o training.  

Il coronavirus per loro non ha portato tante novità. Erano e rimangono isolati. Continuano a lavorare nel settore agricolo che è essenziale per l’economia e come tale non soggetto alle stesse restrizioni imposte ad altri. Sanno poco di quello che sta accadendo intorno a loro e non ricevono quasi nessun aggiornamento in thai sulla situazione in Israele. Continuano a chiamarci per avere un aiuto per le necessità quotidiane perché le agenzie private, pagate da loro e dai loro datori di lavoro per assisterli, molto spesso non sono disponibili. Quei datori di lavoro che erano indifferenti ai requisiti legali prima della crisi sanitaria continuano a esserlo anche in questi momenti critici. 

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Lavoratori thailandesi sistemano finocchi appena raccolti vicino al kibbutz Sa’ad nel sud di Israele. March 26, 2014REUTERS

Nei primi giorni della crisi abbiamo condotto un sondaggio sulla nostra pagina Facebook in thai chiedendo ai lavoratori se i loro principali avevano controllato la loro temperatura corporea, come richiesto. Il risultato del rilevamento, ripetuto in tre giorni separati, è stato che il 97% dei circa 500 lavoratori che hanno risposto a ciascuno dei sondaggi ha detto che nessuno gliel’aveva controllata. 

Ma per gli immigrati thailandesi in Israele la situazione da coronavirus è ancora più grave del solito. Li ha anche colpiti negativamente. Quando ai palestinesi è stato chiesto di stare in Israele senza tornare a casa ogni sera, come era loro abitudine prima della pandemia, abbiamo saputo di operai palestinesi alloggiati nelle abitazioni già sovraffollate dei thailandesi.  Abbiamo anche sentito di lavoratori che non stavano bene e sono stati isolati in stanze separate, quasi senza cibo o cure mediche. 

In questo periodo i lavoratori ci chiedono anche se dovrebbero fare un’assicurazione medica. Noi li consigliamo di contattare i loro datori di lavoro e procurarsi una copia della tessera sanitaria (anche se comunque avranno sempre bisogno di un traduttore, di  solito non disponibile, per accedere veramente ai servizi medici). Comunque le loro domande rivelano che molti non sanno che i datori di lavoro hanno l’obbligo legale di fornire loro l’assicurazione sanitaria per tutto il tempo in cui stanno in Israele.

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Lavoratori thailandesi raccolgono cipolle primaverili in un moshav di Hazeva, nel sud di Israele. 28 marzo 2014. Eliyahu Hershkovitz

La fine della crisi sarà un sollievo immenso per tutti noi, ma non allevierà la segregazione in cui si trovano migliaia di lavoratori migranti thailandesi. Mentre l’isolamento fisico, associato al lavoro in campagna difficilmente potrebbe essere cambiato, altre condizioni potrebbero certamente essere migliorate: la mancanza di informazione, l’assistenza e la traduzione, e anche le  violazioni dilaganti dei diritti dei lavoratori. 

Il sistema di assistenza attuale, tramite un’agenzia privata, si sta rivelando inadatto ad andare incontro alle necessità reali di questi 24.000 lavoratori che sono troppo spesso abbandonati a se stessi a gestire i loro problemi. Va ripensato. 

Le organizzazioni che rappresentano gli agricoltori dovrebbero cominciare a condannare apertamente i loro membri che infrangono la legge e dovrebbero combattere questa situazione. Falsificare le buste paga, alloggiare la gente in abitazioni con tetti che perdono o mandarli a spruzzare prodotti chimici senza mascherine o guanti sono solo alcune delle violazioni costanti e più comuni che noi abbiamo rilevato e che non possono essere giustificate dalle “difficili circostanze economiche di molti agricoltori.” 

Comunque alla fin fine sta allo Stato scuotersi dalla propria apatia. Lo Stato di Israele può e deve usare i propri poteri per far rispettare la legge con deterrenti efficaci. Solo questo garantirà l’osservanza delle leggi e la protezione dei lavoratori da abusi e da un isolamento senza fine.

Miriam Anati è la coordinatrice della sezione agricola di Kav LaOved

https://www.haaretz.com/israel-news/.premium-24-000-people-in-israel-don-t-even-know-there-s-been-a-coronavirus-lockdown-1.8802762

(traduzione dall’inglese di Mirella Alessio – Zeitun)

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