Dopo il suo accordo con Netanyahu, il partito che ha fondato Israele è ora morto. Ecco cosa significa.

Tre considerazioni sulla decisione del partito laburista di unirsi alla coalizione, alienandosi quel  che resta della sua base elettorale

di Ravit Hecht

Haaretz, 28 aprile 2020

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Amir Peretz e Itzik Shmuli del Partito Laburista in una conferenza stampa, 28 luglio 2019. Avishag Shaar-Yashuv

Amir Peretz e Itzik Shmuli del partito laburista sono ora i principali bersagli per il lancio di pomodori marci, condividendo tale ruolo con i loro partner, Benny Gantz e Gabi Ashkenazi, del Kahol Lavan [il partito Blu e Bianco]. Ma per esaminare la loro decisione di entrare nella coalizione di governo, decisione approvata domenica scorsa dal comitato del partito laburista, bisogna prendere in considerazione tre aspetti (a meno che non vogliamo solo continuare a insultarli, che potrebbe essere anche una scelta legittima).

Da un punto di vista politico, Peretz e Shmuli non hanno commesso errori e hanno persino agito razionalmente, quando hanno accettato di unirsi al governo del primo ministro Benjamin Netanyahu. Il partito laburista, che ora ha solo tre seggi alla Knesset, è arrivato al capolinea. Non solo le sue possibilità sono limitate, ma sono inesistenti. Questo è dovuto a Peretz, che si è ostinatamente aggrappato al partito Gesher di Orli Levi-Abekasis, ma che non merita tutta la colpa. Peretz è solo uno degli attori nel più ampio racconto storico sul crollo del partito laburista. Ha semplicemente scelto, con notevole incoscienza, di essere lui a sostenere il ruolo dell’ultima vittima del partito.

L’elettorato del partito non è scomparso e non ha davvero cambiato i suoi gusti. Negli ultimi anni, questi elettori non hanno mai perso l’occasione di abbandonare il partito ogni volta che si presentava un quadro politico più attraente – a partire da Kadima, attraverso Yesh Atid di Yair Lapid e infine con Kahol Lavan. In questo contesto, hanno un senso gli ultimi legami tra i laburisti e Kahol Lavan, i cui leader Gantz e Ashkenazi sono stati i primi a unirsi con Netanyahu. La dura realtà non ha lasciato altra scelta a Peretz e Shmuli.

Dal punto di vista del programma sottoscritto, invece, Peretz e Shmuli hanno giustificazioni molto più deboli. Gli accordi preliminari del partito laburista con Kahol Lavan possono anche includere aspetti sociali ed economici, come l’innalzamento del salario minimo, l’aumento degli stipendi per gli anziani, l’istruzione gratuita dalla nascita e altri elementi del credo socialdemocratico in nome del quale starebbero entrando nel governo Netanyahu –come spiega a sua difesa Shmuli, che è designato a diventare ministro degli affari sociali.

Ma è molto probabile che nessuna di queste istanze troverà posto nei programmi fondamentali del nuovo governo, ammesso che ve ne siano. Ad esempio, negli accordi di coalizione tra Gantz e Netanyahu, questi argomenti non vengono menzionati nemmeno una volta. È così che Peretz e Shmuli sono diventati partner indiretti di un accordo di coalizione costituito principalmente da accordi personali tra Netanyahu e Gantz, che presto affronteranno il test dell’Alta Corte di Giustizia per alcune clausole sospettate di essere incostituzionali.

Inoltre, per quanto riguarda l’annessione, Peretz –l’uomo della pace–, e Shmuli –l’uomo del pragmatismo sionista di sinistra– potrebbero benissimo essere accomunati tra gli autori del più grande successo ottenuto dal movimento dei coloni. Sia Shmuli che quelli di Kahol Lavan tendono a minimizzare l’importanza delle dichiarazioni sull’annessione e le presentano piuttosto come una sorta di tassa da pagare all’estrema destra. È possibile che Netanyahu, che ostenta di prendere sul serio la questione nelle sue dichiarazioni pubbliche, stia solo cercando di ingannare la lobby dei coloni, così come fa riguardo agli accordi di coalizione. Ma è anche possibile che stia dicendo la verità, cosa che succede anche, di tanto in tanto.

Di conseguenza, Peretz e Shmuli dipendono dalle decisioni che Netanyahu prenderà in merito. Uno scenario non irragionevole è che Netanyahu, per il quale l’annessione non è al centro ideologico dei suoi intimi desideri, sia tuttavia interessato a lasciare ai posteri un’eredità importante. Inoltre, è lecito supporre che, se Netanyahu ritiene che l’annessione migliorerà il suo destino politico –e di conseguenza anche la sua situazione giuridica­– non esiterà a metterla in atto. In tal caso, i voti ricevuti da Peretz e Shmuli potrebbero contribuire a realizzare quello che molti dei loro elettori considerano un vero disastro. Esaminando queste cose dal punto di vista del programma, si può concludere che Peretz e Shmuli si sono semplicemente trovati un ottimo lavoro, mentre calpestano i desideri degli elettori che li hanno mandati alla Knesset.

Questo ci conduce al terzo punto di vista, quello simbolico ed emotivo. Un gran numero di coloro che hanno votato laburista negli ultimi anni, più che essere socialdemocratici e più che opporsi all’annessione, più di ogni altra cosa semplicemente odiano Netanyahu. Era così anche prima dei suoi processi e delle accuse a lui rivolte. Vedono la sua leadership come il male peggiore che la società israeliana ha di fronte. Questo è il motivo principale per cui gran parte degli elettori laburisti considera come un grave tradimento ciò che Peretz e Shmuli stanno facendo: la legittimazione di Netanyahu che è implicita nel sedersi in un governo da lui guidato.

Quelli che odiano Netanyahu osservano disperati e con un profondo senso di umiliazione come il primo ministro abbia sconfitto, ancora una volta, i suoi nemici politici. Questa sensazione può non avere alcuna logica politica e certo non soppesa profitti e perdite che ci sono sempre nei più dolorosi compromessi. Assomiglia di più al tifo che si fa per una squadra di calcio e, di conseguenza, all’odio per i rivali di quella squadra. Ma questi sono esattamente gli elementi di cui è composto il voto per un partito politico. Questo è il motivo per cui il partito laburista, sì, il partito che ha costruito il paese, è ora rimasto senza elettori e probabilmente rimarrà tale in futuro. La scorsa domenica, il comitato del partito si è assicurato che sarà proprio così.

Ravit Hecht, collaboratrice di Haaretz

https://www.haaretz.com/israel-news/elections/.premium-after-their-deal-with-netanyahu-three-perspectives-on-the-death-of-labor-1.8802963

Traduzione di Donato Cioli – Assopace Palestina

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