‘Se riusciamo a sconfiggere il coronavirus, possiamo sconfiggere l’occupazione’

da | Mar 30, 2020 | Notizie

Migliaia di volontari e di donazioni a sostegno di Betlemme isolata stanno facendo rivivere in Palestina un sentimento di solidarietà che ricorda la Prima Intifada.

di Suha Arraf

+972 Magazine, 26 marzo 2020

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Palestinesi per le strade di Betlemme, Cisgiordania, 19 marzo 2020. (Wisam Hashlamoun/Flash90)

L’epidemia del nuovo coronavirus ha prodotto due vincitori: Benjamin Netanyahu, che ha usato la crisi per ritardare il suo processo per corruzione, e l’Autorità Palestinese, che ha riguadagnato la fiducia dell’opinione pubblica palestinese grazie alla sua risposta alla pandemia. Improvvisamente sembra come se “L’accordo del secolo” fosse stato annunciato un secolo fa.

La lotta palestinese contro il coronavirus è incentrata su Betlemme, dove sono emersi i primi casi della Cisgiordania occupata. Il 5 marzo, sette dipendenti di un albergo hanno contratto il virus da un gruppo di turisti che soggiornavano all’Angel Hotel. Tre settimane dopo, sono 64 i casi segnalati in Cisgiordania (contro gli oltre 2.660 in Israele), di cui 40 circa a Betlemme. Un’anziana palestinese è morta mercoledì a causa del virus.

Il primo ministro palestinese, il dottor Mohammad Shtayyeh, si è subito reso conto che l’AP non possedeva le infrastrutture, in particolare ospedali e stanziamenti, per affrontare il virus. Così, Shtayyeh ha richiesto l’immediata chiusura della città, isolato gli infettati e coloro che erano entrati in contatto con l’albergo e ha dichiarato lo stato di emergenza. Anche il Governatore di Betlemme Kamel Hamid ha fatto appello al municipio per rafforzare queste misure.

La risposta più incoraggiante, tuttavia, viene dai Palestinesi. Gli abitanti di Betlemme si sono organizzati in massa in un modo che ricorda i comitati popolari operanti durante la Prima Intifada. In città si è formato un comitato di emergenza con oltre 3.000 volontari, giovani scout, psicologici, medici, accademici, attivisti sociali e politici e altri cittadini preoccupati. Anche le donne palestinesi sono ritornate al centro della vita pubblica, come durante la Prima Intifada.

“Stiamo trattando il coronavirus come un nemico più pericoloso dell’occupazione israeliana,” dice il dottor Kifah Manasra, professore di criminologia alla Bethlehem University e psicologo praticante. “Non puoi vederlo. Non è un soldato israeliano armato che sta di fronte a te.”

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Un impiegato municipale palestinese disinfetta una strada all’ingresso della città di Betlemme, 12 marzo 2020. (Wisam Hashlamoun/Flash90)

‘Ci stiamo prendendo cura l’uno dell’altro’

Manasra parla di uno spirito rinnovato a Betlemme. “La motivazione delle persone è alle stelle”, dice. “Abbiamo ritrovato la fiducia in noi stessi insieme alla fiducia che riusciremo a farcela.”

“Questa è la prima volta che sentiamo di essere sulla stessa barca della nostra leadership politica,” continua Manasra. “La prima volta che possiamo decidere quando imporre un coprifuoco e quando toglierlo. Non sono gli Israeliani a controllarci  – siamo noi a controllare noi stessi e il nostro destino, nella nostra città. Se riusciamo a superare il coronavirus, possiamo superare anche l’occupazione.”

Lucy Thalijiyeh, consigliera municipale e attivista politica femminista, si è unita al comitato di emergenza e al comitato per gli aiuti “Isnad”. Dice che subito dopo la scoperta dei primi casi, si è tenuta una riunione d’emergenza presso il comune.

“Abbiamo immediatamente raggiunto la decisione di disinfettare i principali luoghi della città: la Chiesa della Natività e la sua piazza, le fermate degli autobus, i mercati, le moschee, le chiese e gli alberghi,” dice Thalijiyeh. “Non abbiamo tralasciato una singola strada o vicolo nel distretto di Betlemme (che include Betlemme, Beit Jala, Beit Sahour, il Campo Profughi Dheisheh, Aida e altri 40 villaggi).

“Abbiamo iniziato con il disinfettante più semplice che avevamo,” continua Thaljiyeh. “Abbiamo raccolto l’immondizia. Abbiamo fatto agli operatori sanitari un corso accelerato su come disinfettare e proteggere se stessi con mascherine, tute protettive e antisettici. È incredibile la rapidità con cui tutti si sono uniti.”

Tra i volontari c’è Rawan Zghairi, 36 anni, un’attivista sociale e politica di Dheisheh, che si occupa del coordinamento con le forze di sicurezza palestinesi ed è la sola donna nel campo del comitato per gli aiuti.

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Agenti delle forze di sicurezza palestinese protetti con mascherine bloccano l’ingresso dell’Angel Hotel nella città di Beit Jala, vicino a Betlemme, 5 marzo 2020. (Wissam Hashlamoun/Flash90)

“Ho fatto volontariato tutta la vita,” dice Zghairi. “Tutte le persone del campo sono ora volontari. Dovreste vedere come tutti si sono dimostrati all’altezza della situazione. Abbiamo pulito il campo, lo abbiamo disinfettato e abbiamo fatto una lista delle famiglie più vulnerabili, degli anziani, dei malati e di quelli in quarantena. Abbiamo fornito cibo e medicine per gli anziani. Improvvisamente il valore della nostra vita è aumentato. Stiamo lottando per vivere; gli esseri umani sono tornati di nuovo centrali.”

Mohammad al-Masri, 42 anni, un altro residente del campo profughi Dheisheh, è il capo del comitato distrettuale per gli aiuti. Ha spiegato che Isnad è uno dei cinque comitati operanti sotto il Comitato d’emergenza, insieme con i comitati per la medicina, sicurezza, quarantena e supporto emotivo. Ognuno di questi comitati ha una squadra locale in ogni villaggio, città e campo profughi, e tutti sono stati formati nel giro di pochi giorni.

“La nostra sfida,” spiega al-Masri, “è come trasformare il panico e la paura in qualcosa di positivo ed efficace – non arrendersi dicendo ‘questo è il nostro destino’.”

Una delle cose che hanno galvanizzato i Palestinesi così velocemente è stata la minaccia di Israele di prendere il sopravvento sulle decisioni della città. Lo stesso giorno in cui i primi casi sono risultati positivi a Betlemme e sono stati riconfermati in Israele, “il Governatore ha ricevuto una telefonata dagli Israeliani. Gli hanno detto che l’esercito sarebbe entrato e avrebbe imposto il coprifuoco”, racconta al-Masri. “Questo ci ha fatto sentire più responsabili. Non vogliamo l’esercito israeliano nella nostra città, a prendere decisioni per noi.”

Thalijiyeh dice che il fatto che il Governatore di Betlemme abbia delegato le responsabilità ai vari comitati ha fatto sì che tutti si sentissero responsabili. “La responsabilità collettiva ha dato ai residenti un senso di impegno, tutti si sentono responsabili di ciò che accade,” spiega. “La determinazione di tutti è stata incredibile. Gli alberghi si sono trasformati in ospedali alternativi. I panifici hanno sparso la voce su Facebook, TV e altri media che avrebbero distribuito gratuitamente il pane. Sulle vetrine dei forni sono stati affissi cartelli che dicono che chi non può pagare avrà il pane gratis. I pescivendoli hanno fatto lo stesso.”

Ma il lavoro volontario non avviene solo a Betlemme. “Abbiamo ricevuto due carichi di verdure da Qalqilyah, rinomata per la sua agricoltura,” dice Thalijiyeh. “Hanno donato anche riso, pasta, olio, farina e qualsiasi cosa venisse loro in mente. Altri distretti, città e villaggi hanno aderito all’iniziativa. Abbiamo ricevuto molte donazioni da Hebron: cibo, disinfettanti, mascherine, abiti. Al-Zubeideh (vicino a Jenin nella Cisgiordania settentrionale) ha fatto lo stesso.”

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Fuori dalla chiesa chiusa della Natività nella città di Betlemme, Cisgiordania. 5 marzo 2020. (Wisam Hashlamoun/Flash90)

Donazioni da tutta la Cisgiordania sono arrivate anche al comitato per gli aiuti. “Abbiamo concentrato tutto nella scuola di Betlemme,” dice Thalijiyeh. “I volontari hanno disimballato e distribuito le attrezzature… Le forze di sicurezza stanno facendo con noi questo gran lavoro, e i medici lavorano 24 ore su 24. Abbiamo un esercito di volontari e attivisti al lavoro in ogni città e in ogni campo del distretto. Hanno ricevuto la lista delle famiglie bisognose della loro città o campo e vanno in giro a distribuire. Il Comune è diventato una sala operativa, che lavora 24 ore al giorno in collaborazione con il comitato centrale”.

“È molto commovente e ci dà la forza per andare avanti,” aggiunge Thalijiyeh. “La solidarietà tra le persone è tornata, la solidarietà che ci fu durante la Prima Intifada e che in qualche modo è scomparsa nella Seconda Intifada. Siamo di nuovo insieme, intrappolati; ci stiamo prendendo cura l’uno dell’altro.”

‘C’è qualcosa di contagioso nella speranza’

Al-Masri ribadisce ciò che dice Thalijiyeh. “Non abbiamo ricevuto un solo dollaro dall’estero,” dice. “Noi ci stiamo affidando all’aiuto dei nostri concittadini palestinesi Abbiamo ricevuto un pacco di disinfettanti, medicine e vitamine dai Palestinesi in Israele. Quel che è straordinario è che qualsiasi cosa abbiamo ricevuto è stata fatta dai Palestinesi. Dal latte all’olio alle verdure, tutto prodotto localmente.”

“Questo ci ha ridato speranza qui a Betlemme,” riflette al-Masri, “perché all’inizio ci sentivamo molto soli. C’è qualcosa di contagioso nella speranza. Dopo aver visto tutto questo sostegno e aiuto, non puoi più arrenderti. Devi continuare a lottare.”

Quel che al-Masri ha trovato particolarmente toccante è stato che alcune donazioni provenivano addirittura da minuscoli villaggi, come quelli nell’area di Tubas – “tre villaggi che a malapena arrivano a 3.000 persone in tutto, e che vivono sotto la crudeltà dell’occupazione,” ha rimarcato. “Loro sanno bene cosa sia il sumud (resilienza). Ci hanno dato più speranza di chiunque altro. Siamo motivati dalla volontà di vivere. Se una volta era bello morire per il proprio paese, ora è bene vivere per esso.”

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Residenti di villaggi palestinesi si preparano a inviare cibo a Betlemme in coordinamento con i volontari del Comitato di soccorso, durante l’isolamento della città a causa del coronavirus (per gentile concessione del Comitato di soccorso)

Come per molti altri, per la dottoressa Manastra l’esperienza delle ultime settimane ha riportato alla memoria la Prima Intifada. “All’epoca, ero attiva nei comitati popolari e nelle manifestazioni contro l’occupazione e ho anche subito ferite da schegge alla spalla,” dice. “Durante la Seconda Intifada, trattavo pazienti con problemi di salute mentale. Ero sempre in prima linea. Ecco perché quando ho saputo del coronavirus, il giorno dopo ho cominciato a pensare a come potevo utilizzare le mie conoscenze. Mi sono rivolta ad alcuni colleghi, psicologi, e ho suggerito di avviare una linea telefonica dedicata al supporto emotivo.”

La risposta è stata enorme. Tre giorni dopo l’inizio dell’epidemia, il gruppo ha lanciato una linea gestita da 15 specialisti. “La prima telefonata è stata di un uomo che ha chiamato perché sua moglie era in preda al panico e lui non sapeva cosa fare,” dice Manasra. “Tratto 10 persone ogni giorno. I più soffrono di post-trauma, sono persone che hanno già affrontato situazioni difficili — prigioni israeliane, intifada. Altri hanno a che fare con attacchi di panico. A volte tutto si risolve con poche telefonate.”

Manasra aggiunge, “Ciò che ha contribuito ad alleviare il panico è stato il modo in cui la leadership ha agito nelle strade. Avevamo informazioni chiare da fornire a chi chiamava e questo è molto rassicurante. Perché capiscono cosa sta accadendo. In un periodo di incertezza ci deve essere qualcosa di certo.”

Thalijiyeh dice che uno dei problemi è la carenza di medici in città. “Ci sono 30 medici disponibili in tutta Betlemme; il resto è impegnato a lavorare negli ospedali,” ci spiega. “Sono venuti medici da altre parti della Cisgiordania, e il Jacir Hotel li ha ospitati gratuitamente.” Un altro problema era la grande carenza di mascherine e tute protettive. “Nel giro di pochi giorni si sono quasi esaurite in Cisgiordania, poi Hebron ha aperto una nuova fabbrica per la produzione di mascherine e tute protettive. È accaduto tutto a un ritmo straordinariamente veloce.”

L’organizzazione va oltre le linee dei partiti politici, dice Zghairi; “Nessuno parla ora di Fatah o Hamas, Musulmani o Cristiani – ci siamo dentro tutti.” Interessante è anche come sia cambiato il rapporto tra le persone e le forze di sicurezza palestinesi, un’istituzione che è stata a lungo criticata per le sue pratiche autoritarie e per le violazioni dei diritti umani e che lavora in coordinamento con l’esercito israeliano. 

“Prima li insultavamo e ci lamentavamo che non facessero nulla,” dice. “Ora li apprezziamo di più. Da ora in poi non lascerò che qualcuno parli male delle forze di sicurezza che si stanno mettendo a repentaglio per noi, fuori per le strade con il freddo e la pioggia, a combattere il virus mentre noi siamo al sicuro a casa.”

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Forze di sicurezza palestinesi bloccano l’ingresso dalla Cisgiordania alla città di Betlemme. 19 marzo 2020. (Wisam Hashlamoun/Flash90)

Zghairi dice che gli attivisti vanno ai posti di blocco istituiti dalla polizia intorno alla città per raccogliere sacchi di cibo per le persone in quarantena, e anche la polizia li sta distribuendo nelle case. Ogni notte, volontari e anche residenti del quartiere distribuiscono cibo e bevande alla polizia.

Oltre alle sue normali attività, la dottoressa Manasra è attiva nello Hirak  (Movimento), un’organizzazione che contrasta la violenza contro le donne. “Abbiamo deciso che questa volta avremmo fatto qualcosa di carino per le forze di sicurezza,” dice. “Abbiamo comprato fiori e biglietti, siamo andate agli incroci e ai posti di blocco dove stazionavano, e abbiamo dato a ognuno di loro un fiore e un biglietto per mostrare il nostro apprezzamento. Alcuni di loro erano commossi sino alle lacrime. Hanno davvero apprezzato il nostro piccolo gesto.”

“Betlemme è diventata una città ideale,” dice al-Masri. “Non un solo caso di furto è stato registrato in città dall’inizio dell’epidemia di coronavirus.”

‘I soldati ci volevano far vedere chi comanda’

Molti Palestinesi hanno riempito le loro pagine Facebook con post di orgoglio nazionale e di apprezzamento per come la leadership sta gestendo l’epidemia di coronavirus. Si sono formati gruppi come “Corona News in Palestine”, dove si fotografano i volontari, si pubblicano informazioni e si chiede aiuto.

Tra le altre cose, gli utenti hanno discusso la notizia che Netanyahu aveva dato istruzioni allo Shin Bet di rintracciare i pazienti infetti in Israele utilizzando le tecnologie di sorveglianza. Molti hanno risposto con ironia dicendo che Israele sta usando le forze di sicurezza contro i suoi stessi cittadini, mentre le forze di sicurezza palestinesi stanno aiutando il loro popolo.

Al-Masri è stato personalmente coinvolto sia nella Prima che nella Seconda Intifada. Durante la prima, aveva 16 anni e passò sei mesi in prigione. Durante la seconda, è stato messo in detenzione amministrativa per altri sei mesi.

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Soldati del Battaglione Nachshon sorvegliano un detenuto palestinese durante un’operazione contro dei sospetti nel campo profughi di Dheisheh, vicino alla città di Betlemme in Cisgiordania. 8 dicembre 2015. (Nati Shohat/Flash90)

Come altri, anche lui vede molti collegamenti tra il modo in cui i Palestinesi si organizzarono tre decenni fa e il modo in cui stanno rispondendo al virus oggi. “Il cameratismo e il sostegno tra i cittadini sono molto simili alla Prima Intifada, quando c’era il coprifuoco e la chiusura. Lo stesso vale adesso. Allora, durante il coprifuoco, la gente stava alle finestre e si parlava l’un con l’altro. Ora si parla al telefono, su Whatsapp e attraverso le telecamere. Abbiamo fatto progressi.”

Manasra vede il modo in cui i Palestinesi stanno reagendo come un segno di speranza. “C’è una giustizia poetica”, dice. “Abbiamo un’occasione d’oro per ricostruire noi stessi lontano dai politici. Loro non c’entrano affatto. Quelli che conducono la lotta sono professionisti e specialisti, ognuno nel proprio campo. All’improvviso si vedono in TV volti mai visti prima – straordinari professionisti, donne e uomini – e ti rendi conto di quanto siamo capaci e quanto potenti possiamo essere.”

Al-Masri afferma che gli Israeliani vogliono spezzare il morale e la ritrovata fiducia che i Palestinesi hanno costruito. “Ieri [lo scorso mercoledì] i soldati sono entrati a Dheisheh,” dice. “Volevano far sentire la loro presenza e far vedere chi comanda. I soldati hanno usato i bulldozer per spostare i posti di blocco che la polizia palestinese aveva allestito per arginare la diffusione del virus tra le varie zone del distretto di Betlemme.”

Dice al-Masri che i soldati israeliani hanno lanciato granate stordenti nella casa del nipote del portavoce del Governo palestinese, Ibrahim Melcham. “Hanno arrestato il nipote e altri due giovani del campo, proprio di fronte alla polizia e alle forze di sicurezza palestinesi che stavano stazionando ai posti di blocco temporanei. Cosa è questo se non un tentativo di umiliarci e mandare il seguente messaggio: Fate quello che volete, ma noi vi controlliamo; entreremo in qualsiasi momento a noi aggrada, faremo arresti e imporremo chiusure.”

Secondo al-Masri, lo scopo dell’incursione israeliana è semplice: “Volevano umiliare le nostre forze di sicurezza perché perdessero l’apprezzamento che stanno ricevendo da parte del popolo. Ora il coronavirus ha mostrato ai Palestinesi quanto sia debole l’occupazione, e quanto sia debole Israele di fronte al virus… Non riusciranno a fiaccare noi e la fiducia che abbiamo in noi stessi, e non riusciranno a rubare o a schiacciare la nostra speranza”.

Questo articolo è apparso per la prima volta su Local Call (in ebraico). Leggilo qui.

https://www.972mag.com/coronavirus-bethlehem-volunteers-donations/

Traduzione di Elisabetta Valento – Assopace Palestina

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