Perché l’ossessione della sinistra israeliana per la nonviolenza rafforza l’occupazione.

da | Feb 13, 2020 | Riflessioni

Promuovendo un’interpretazione ristretta di cosa sia la legittima resistenza, la sinistra sta inconsapevolmente giustificando la repressione israeliana delle proteste palestinesi.

di Dan Owen

+972 magazine, 22 gennaio 2020

Uno studente palestinese della Birzeit University usa una fionda per lanciare pietre contro le truppe israeliane durante gli scontri con i soldati al checkpoint di Atara, in una protesta contro l’azione militare israeliana verso la Striscia di Gaza. 19 novembre 2012. (Issam Rimawi / FLASH90)

“Dobbiamo attraversare le linee e disobbedire alla legge, nonostante il prezzo che potremmo pagare. Dobbiamo unirci ai ragazzi delle pietre e delle bottiglie Molotov. Dobbiamo seguire le loro orme.” Queste parole erano la conclusione originale di un editoriale scritto per Haaretz la scorsa settimana da Jonathan Pollak [e tradotto anche su http://www.assopacepalestina.org/2020/01/in-carcere-unaltra-volta-per-aver-protestato-contro-il-regime-coloniale-di-israele/], un attivista israeliano attualmente in detenzione di polizia per aver rifiutato di rispondere a una causa intentata contro di lui dall’ONG di estrema destra Ad Kan.

Ma sembra che le parole di Pollak fossero troppo per la limitata apertura liberale del giornale. Poco dopo la pubblicazione, le frasi conclusive sono scomparse dal sito web di Haaretz, per poi riaffiorare sotto forma di schermate e sconcertate risposte su Twitter. Aluf Benn, caporedattore di Haaretz, ha affermato che la versione che includeva quelle affermazioni è stata erroneamente caricata sul sito Web e successivamente rimossa.

Non sorprende che i siti Web e i personaggi di destra abbiano approfittato dell’occasione. L’estrema destra di HaKol HaYehudi (“La voce ebraica”) – uno dei cui redattori è stato condannato nel 2017 per incitamento alla violenza e al razzismo – ha pubblicato un articolo che descrive l’editoriale di Pollak come un incitamento scandaloso. Amit Segal, un giornalista il cui padre era un membro (condannato) di un’organizzazione terroristica ebrea, ha twittato le parole di Pollak a fianco della sezione “Incitamento alla violenza” del Codice Penale israeliano. Un accostamento dietro l’altro, le parole di Pollak sono state promosse al rango di prove del carattere violento della sinistra.

Ironia della sorte, le frasi controverse non erano intese per uso dell’estrema destra; per quel settore politico, qualsiasi dimostrazione, poesia o difesa legale a sostegno dei Palestinesi è sufficiente per provare la slealtà della sinistra. Le parole di Pollak erano in realtà destinate alla sinistra israeliana stessa.

La chiamata all’azione di Pollak deve aver provocato un grande disagio per molti Israeliani di sinistra, e certamente per la maggior parte dei lettori di Haaretz. Questo è esattamente il motivo per cui Pollak ha scelto di scrivere quelle parole: per mettere in discussione il consenso che esiste nella sinistra ebraica sul fatto che il modo migliore e unico per lottare contro l’occupazione sia l’uso di mezzi pacifici e nonviolenti.

Attivisti palestinesi, israeliani e internazionali protestano contro la costruzione del muro di separazione nel villaggio di al-Walaja in Cisgiordania nel 2010. (Oren Ziv / Activestills)

La centralità della nonviolenza come principio base del movimento israeliano contro l’occupazione deriva da diversi fattori. Uno, che non è sufficientemente discusso, è l’importanza delle ONG all’interno del movimento di sinistra o, più precisamente, la loro dipendenza dalle sovvenzioni dei donatori stranieri. Questa dipendenza economica richiede alle ONG di impegnarsi per determinati valori promossi dall’ideologia dei donatori, tra cui un assoluto rispetto della nonviolenza e della stessa legge israeliana. Che è poi la legge che consente in primo luogo il dominio militare d’Israele e l’oppressione dei suoi dissidenti.

L’omissione delle frasi di Pollak da parte di Haaretz è emblematica di questi limiti del discorso progressista. Come la destra, la sinistra israeliana tende a denunciare qualsiasi manifestazione di violenza da parte dei Palestinesi, comprese forme limitate come lanciare sassi o bottiglie Molotov contro le forze di sicurezza israeliane.

Questo tipo di proteste popolari non sono prerogativa esclusiva dei Palestinesi, ma sono comuni in molti paesi tra cui Grecia, Italia e Francia. Ma la sinistra chiede ripetutamente un “Martin Luther King palestinese” o un “Gandhi palestinese” – qualcuno insomma che si possa sostenere in un modo che non confligga con il loro sistema di valori.

Tuttavia, questa posizione ignora completamente il fatto che, storicamente, la violenza ha sempre avuto un ruolo significativo nel cambiamento sociale e politico. In varia misura, la violenza è stata adottata da quasi tutti i movimenti anticoloniali e di liberazione in tutto il mondo come strumento chiave per ottenere i diritti dei cittadini. Il discorso prevalente nella sinistra produce quindi una discutibile dicotomia tra resistenza legittima e illegittima, una distinzione che non trova giustificazione nell’esperienza internazionale.   

L’enfasi esclusiva sulla nonviolenza dimentica inoltre che l’occupazione stessa è un fenomeno violento per sua natura e per deliberata progettazione. Nonostante la fantasia della sinistra di dover sostenere solo i Palestinesi che fanno lo sciopero della fame e quelli che manifestano pacificamente, l’oppressione militare di Israele produrrà sempre proteste violente, rendendo praticamente necessarie pietre e bombe incendiarie per essere ascoltati.

Sfidare gli atteggiamenti prevalenti nella sinistra non è il frutto di una fantasia infantile o di un’attrazione maschilista per la violenza. Contestare il monopolio della nonviolenza deriva piuttosto dalla consapevolezza che queste idee stanno avendo un impatto negativo sui Palestinesi che resistono all’occupazione.

Forze di sicurezza israeliane durante scontri con dimostranti palestinesi a Hebron, Cisgiordania, 28 settembre 2018. (Wisam Hashlamoun / Flash90)

In molti casi, gli orientamenti della sinistra sono usati dalle ONG e dagli attivisti [israeliani] come parametri per decidere se i Palestinesi devono ricevere supporto materiale, assistenza legale e solidarietà. Le opinioni della sinistra israeliana, quindi, pur essendo determinate lontano dalla gente che dovrebbero servire, hanno in realtà possibili conseguenze sui Palestinesi che scelgono di resistere in modi che infrangono la dottrina nonviolenta.

Tutto questo è diventato evidente ora che Israele conduce una campagna per etichettare qualsiasi tipo di resistenza palestinese come intrinsecamente illegittima. Per far ciò, Israele sta estendendo il concetto di “violenza” palestinese al punto che persino la resistenza non violenta è vista come una forma di terrorismo che deve essere eliminata.

Questo è il motivo per cui i funzionari del governo israeliano stanno continuamente coniando nuovi termini per demonizzare qualsiasi forma di azione palestinese: “Terrore edile” è usato per descrivere case palestinesi costruite illegalmente; “Terrore di pietra” per i giovani palestinesi che lanciano pietre; “Terrore diplomatico” per l’opposizione internazionale all’occupazione; e così via.

In modo analogo, l’esercito israeliano sta anche ridefinendo le condizioni per l’uso della forza letale contro i Palestinesi che resistono al suo dominio, per meglio giustificare la sua brutale repressione delle proteste nei territori occupati. Secondo B’Tselem , ciò ha portato “all’espansione del concetto di «pericoloso per la vita» così da includere circostanze in cui la vita dei soldati non è effettivamente in pericolo, come il lancio di pietre o l’incendio di copertoni durante le proteste o la paura di danni alla barriera di separazione.”

Nel complesso, esiste una chiara correlazione tra la nozione restrittiva di nonviolenza che è diffusa nella sinistra israeliana e il modo in cui lo stato classifica come illegittima la resistenza palestinese. Etichettando alcune modalità di azione come illegittime nella lotta contro l’occupazione, la sinistra legittima tacitamente i pretesti avanzati dallo stato per le sue violenze quotidiane contro i Palestinesi. In altre parole, la sinistra rinforza inconsapevolmente, piuttosto che contestare, il dominio di Israele.

Se vogliamo veramente adottare una posizione politica che sfidi le ideologie oppressive, dobbiamo cominciare rompendo i confini del discorso ossessivo sulla nonviolenza – proprio come ha chiesto Pollak. Dobbiamo mettere in discussione le nostre convinzioni dominanti e spostarci verso un atteggiamento che riconosca il diritto dei Palestinesi di scegliere i propri strumenti di resistenza.

Dan Owen è un attivista politico e una guida turistica. Ha conseguito un master in politica all’Università Ben-Gurion.

Una versione di questo articolo è stata pubblicata per la prima volta in ebraico su Local Call. Leggila qui

AssopacePalestina propone questo articolo come utile stimolo ad ulteriori riflessioni.

https://www.972mag.com/nonviolence-obsession-reinforces-occupation/

Traduzione di Donato Cioli

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