Dovevo tenere una relazione sui bambini palestinesi alle Nazioni Unite. Israele me l’ha impedito.

da | Feb 28, 2020 | Riflessioni

di Brad Parker

Il Belgio ha ceduto alla pressione israeliana e ha fatto revocare il mio invito al Consiglio di Sicurezza. Così sono riusciti a minare il lavoro sui Diritti Umani fatto a favore dei bambini palestinesi.

+972 magazine, 24 febbraio 2020

Fadi Ibrahim Abu Khusa (4 anni) tiene in mano la foto dei suoi due fratellini, Shahed (9 anni) e Mohammed (2 anni), uccisi nella loro casa nel villaggio di Zawaida, al centro della Striscia di Gaza, il 24 febbraio del 2015. I due bambini sono stati uccisi assieme ai genitori, Ibrahim e Sabreen, e ad altri 4 membri della loro famiglia, durante un attacco israeliano alle loro case, verificatosi il 30 luglio 2014. Ibrahim e Sabreen erano andati a casa del padre di quest’ultima una settimana prima dell’attacco, pensando che lì sarebbero stati più sicuri (Anne Paq/Activestills.org)

La scorsa settimana il Governo del Belgio ha ceduto alle pressioni esercitate dal Governo israeliano; pressioni così forti che sono riuscite a far revocare l’invito che mi era stato fatto a relazionare -oggi-  di fronte al Consiglio di Sicurezza a New York.

Ironicamente, la decisione di escludere la mia voce in quanto rappresentante dell’Associazione Defense for Children International-Palestine (DCIP), un’organizzazione palestinese per i Diritti Umani, esemplifica e rafforza il messaggio che mi ero preparato ad esporre davanti al Consiglio.

A fine gennaio ero stato invitato dalla Missione Permanente del Belgio alle Nazioni Unite a relazionare davanti ai membri del Consiglio di Sicurezza, in merito alle violazioni dei diritti dei bambini in Israele e nei Territori Palestinesi Occupati.

Il Belgio, che ha la presidenza del Consiglio di Sicurezza per questo mese, è un leader nell’ambito  dell’agenda globale sui bambini e sui conflitti armati, e, in quanto tale, voleva sottolineare proprio questi temi durante l’incontro mensile del Consiglio su Medio Oriente e Questione Palestinese. Nel loro invito, i Belgi avevano scritto che focalizzarsi su questo aspetto avrebbe aiutato ad “arricchire il dibattito” sulle tematiche palestinesi. Ho accettato di buon grado. Il fatto che il Belgio volesse invitare una organizzazione locale di Diritti Umani Palestinesi come il DCIP a relazionare di fronte al Consiglio era lodevole, in quanto lo spazio per la società civile alle Nazioni Unite si sta riducendo sempre più, e questo ormai da anni. Mentre mi raccomandavano di essere “equilibrato” nelle mie affermazioni (che avevo nondimeno condiviso con loro per averne un riscontro), erano tuttavia consapevoli che proprio i bambini palestinesi portano il peso schiacciante e sproporzionato del tipo di violazioni che cercavano di mettere in evidenza.

Poi sono cominciati i problemi

Il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, 18 dicembre 2015. (United Nations Photo)

Non appena i diplomatici israeliani sono stati informati della mia presenza, stando a quel che si dice, l’ambasciatore israeliano in Belgio e Lussemburgo, Emmanuel Nahshon, ha chiesto al governo belga di ritirare l’invito, già all’inizio di febbraio. Il Ministro israeliano degli Affari Esteri ha convocato l’Ambasciatore del Belgio in Israele, Pascal Buffin, in due occasioni separate per obiettare formalmente all’invito. Queste richieste sono state, inizialmente, rifiutate.

In seguito, parlamentari israeliani e organizzazioni di destra, come la ONG Monitor, e i loro sostenitori, hanno montato una campagna di disinformazione politica e mediatica molto ben orchestrata per spingere i Belgi a capitolare.

Quindi, quattro giorni fa, di prima mattina, ho ricevuto una telefonata con cui mi si informava che Bruxelles aveva deciso di modificare l’evento del Consiglio di Sicurezza da aperto a chiuso, il che significava che non vi avrei più partecipato.

Una campagna diffamatoria mirata

L’acquiescenza del Belgio alle richieste di Israele è un colpo devastante e frustrante. Non solo costituisce un vergognoso atto di censura, ma incoraggia gli sforzi di lunga data di delegittimare il lavoro sui Diritti Umani e i principi fondamentali della legge internazionale, quando si tratta di Palestinesi.

Durante le ultime due settimane, sono stato falsamente chiamato di tutto: da “estremista anti-israeliano” a “ piccolo propagandista americano” a “sostenitore del terrorismo” a “diplomatico terrorista”.

L’ambasciatore israeliano alle Nazioni Unite, Danny Danon, ha perfino scritto una lettera al Segretario Generale delle Nazioni Unite, Antònio Gutteres definendo il DCIP “un braccio del PFLP (Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina) dedito a mettere in atto un terrorismo diplomatico nei confronti di Israele”, aggiungendo che “in un luogo che promuove pace e sicurezza nel mondo, non c’è posto per gente come Parker.”

L’ambasciatore israeliano alle Nazioni Unite, Danny Danon, fotografato durante un incontro con l’ambasciatore americano alle Nazioni Unite, Nikki Haley, e il Presidente Reuven Rivlin, presso la residenza del Presidente a Gerusalemme, 7 giugno 2017. (Yonatan Sindel/Flash90)

Il DCIP e altre organizzazioni della società civile che operano in Palestina ed Israele, sono state attaccate in modo crescente da alti funzionari israeliani, ministri del governo e da una rete sempre più ampia di forze sociali di destra e nazionaliste in Israele, negli Stati Uniti, in Gran Bretagna e in tutta Europa. La strategia-chiave di queste forze è quella di lanciare campagne diffamatorie mirate e ben organizzate, basate su una serie di accuse che cercano di sabotare il nostro lavoro, facendoci rientrare nelle organizzazioni ritenute pericolose secondo la legislazione nazionale anti-terrorismo.

Per quanto riguarda il DCIP, personaggi ufficiali come l’ambasciatore Danny Danon, il Ministro degli Affari Strategici Israeliano, NGO Monitor e Avvocati Britannici pro Israele (UKLFI), ci accusano di sostenere ed incoraggiare atti terroristici. Affermano, in modo generico, che la dirigenza e lo staff del DCIP sono “affiliati” o “collegati” o hanno “legami presunti” con il PFLP (Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina).

E tuttavia non portano nessun prova di come il lavoro di DCIP –il nostro lavoro sul campo, la documentazione, i servizi legali e il patrocinio giuridico– sia in qualche modo coinvolto nel sostenere atti terroristici. Inoltre, le autorità israeliane non hanno iniziato alcun processo o mosso denunce relative a tali accuse, contro la dirigenza o lo staff, nel periodo in cui questi hanno lavorato con l’organizzazione.

Invece di chiedere che le autorità israeliane smettano di uccidere illegalmente con pallottole vere i ragazzi palestinesi che protestano a Gaza, o che terminino i maltrattamenti e le torture dei minorenni palestinesi detenuti, o che si facciano pagare tali infrazioni a chi le commette, questi personaggi disseminano disinformazione. Il loro scopo è quello di mettere a tacere, privare di fondi ed eliminare un legittimo lavoro sui diritti umani e qualunque critica alle pratiche israeliane illegali nei confronti dei Palestinesi. E sfortunatamente –volenti o nolenti– governi come quello del Belgio li stanno aiutando.

Cancellato dalla “Lista Nera” delle Nazioni Unite

Allora, se il Belgio non fosse crollato di fronte alla pressione israeliana, che cosa il governo Israeliano non voleva che io dicessi, oggi, davanti al Consiglio di Sicurezza?

La bambina palestinese di 4 anni, Shyma Al-Masri, ferita durante un bombardamento che ha ucciso sua mamma e due dei suoi fratelli, è distesa vicino alla sua bambola, mentre riceve cure ospedaliere a Gaza City. 14 luglio 2014. (Emad Nassar/Flash90)

In  primo luogo, usando informazioni largamente verificate dalle stesse Nazioni Unite, avrei spiegato come i bambini palestinesi siano afflitti in maniera sproporzionata dal conflitto armato, per mano delle forze israeliane. Poi, avrei sottolineato come la persistente mancanza del Segretario Generale delle Nazioni Unite a ritenere Israele responsabile, abbia incoraggiato l’impunità per violazioni così gravi contro i minori.

Il discorso che avevo preparato offriva una soluzione. Ogni anno il Segretario Generale delle Nazioni Unite presenta  un rapporto al Consiglio di Sicurezza, che dettaglia la situazione dei Diritti dell’Infanzia in situazioni specifiche di conflitto armato, incluso Israele e lo Stato di Palestina.

La risoluzione 1612 del Consiglio di Sicurezza, approvata nel 2005, stabiliva formalmente la nascita di un meccanismo guidato dalle Nazioni Unite e basato sull’evidenza, che monitorasse e segnalasse gravi violazioni contro i bambini durante i conflitti armati. Le sei violazioni considerate includevano: uccisione e mutilazione, arruolamento infantile, violenza sessuale, attacchi a scuole e ospedali, mancato accesso ai servizi umanitari per i bambini, rapimento.

Quando si rileva che forze o gruppi armati commettono queste violazioni contro i bambini, il Segretario Generale è obbligato a elencarle nella lista allegata al suo rapporto annuale.  Questa lista è anche conosciuta come la “lista nera” o la “lista della vergogna” delle Nazioni Unite, per quanto riguarda i Diritti dell’Infanzia.

Nell’ultimo decennio, tale meccanismo si è dimostrato un forte strumento per potenziare la difesa dei bambini durante i conflitti armati. Ma, nonostante i continui rapporti di Agenzie ONU, tipo l’UNICEF e gruppi locali come DCIP, sia Guterres che il suo predecessore Ban Ki-moon si sono rifiutati di includere le Forze Armate Israeliane nella lista nera.

Il Segretario Generale Antònio Guterres alla conferenza stampa sul tema della violenza contro le donne durante i conflitti. 25 febbraio 2019. (UN Photo/Jean Marc Ferré)

Questo nonostante il fatto che, ad esempio, Ban Ki-moon, avesse notato nel suo rapporto del 2014, che c’era stato “un drammatico incremento nel numero dei bambini uccisi e feriti, specialmente a Gaza”, con almeno 557 bambini palestinesi uccisi e 4 israeliani, e 4249 bambini palestinesi e 22  bambini israeliani feriti.

Mentre esprimeva preoccupazione per “la crescita inaccettabile e senza precedenti” della distruzione e dei danni causati dalle operazioni militari israeliane in quell’anno, ometteva tuttavia di aggiungere le forze israeliane alla lista. Da quanto risulta, ha ceduto a pressioni significative esercitate dagli Stati Uniti e da Israele.

Difendere la legge internazionale

La decisione di Ban Ki-moon, portata avanti da Guterrez, ha purtroppo efficacemente trasformato un forte meccanismo di responsabilizzazione in un processo politicizzato, in cui alcuni potenti  governi possono sottrarsi allo scrutinio e alle regole delle leggi internazionali.

Come avevo scritto nel discorso da tenere davanti al Consiglio di Sicurezza, l’assenza di Israele dalla lista nera, in sostanza dà “una tacita approvazione a continuare a commettere gravi infrazioni alla legge internazionale, restando nell’impunità. Stiamo ancora, oggi, facendo i conti con l’impatto di questa decisione.”

Persone in lutto portano il corpo del tredicenne palestinese Ahmed Sharaka, ucciso dalle truppe israeliane per essere stato colpito alla testa da un proiettile di metallo ricoperto di gomma, al campo profughi di Jalazoun, vicino a Ramallah, 12 ottobre 2015. (Flash90)

Oggi speravo di riaffermare un messaggio che Hagai El-Ad, Direttore Esecutivo dell’organizzazione per i Diritti Umani B’Tselem aveva portato davanti al Consiglio nel 2018: un ordine internazionale basato sulle regole non difende se stesso.

Se l’agenda delle Nazioni Unite sui bambini e i conflitti armati vuole rimanere significativa e credibile, è imperativo che il processo di elencazione non faccia eccezione per Israele e le sue gravi violazioni. Anno dopo anno i bambini palestinesi devono confrontarsi con i molteplici fallimenti di questi politiche e, senza qualcuno che risulti responsabile, tali violazioni continueranno a produrre sangue, anno dopo anno.

Dati gli attacchi e le campagne contro i difensori dei Diritti Umani e della società civile palestinese, le azioni del Belgio sono assolutamente irresponsabili. Quando un supposto campione di questi valori vi sceglie, ben sapendo che tale scelta potrebbe far di voi un bersaglio, è veramente avvilente vederlo cedere di fronte alle pressioni. Questa mancanza di volontà politica non fa altro che assicurare che una sistematica impunità rimarrà la norma per i bambini palestinesi.

Brad Parker  è Senior Adviser per politiche e sensibilizzazione a favore di Defense for Children International – Palestine. Seguitelo su @baparkr.

https://www.972mag.com/palestinian-children-security-council/

Traduzione di Annamaria Torriglia – Assopace Palestina

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