Elezioni nei territori occupati: le scelte bloccate dei Palestinesi.

Gen 22, 2020 | Riflessioni

di Christian Jouret

Orient XXI, 13 gennaio 2020

La prospettiva di tenere elezioni legislative e presidenziali torna alla ribalta in Palestina, dopo che le ultime si sono svolte nel 2006. Al Forum di Doha di metà dicembre, Orient XXI ha interrogato tre leader palestinesi su questa prospettiva, desiderabile ma ancora altamente improbabile.

Saëb Erekat e Mahmoud Abbas in una riunione dell’OLP presso la sede dell’Autorità Palestinese a Ramallah, 15 novembre 2018 Abbas Momani / AFP

Il 26 settembre 2019, dal podio delle Nazioni Unite a New York, il presidente dell’Autorità Palestinese Mahmoud Abbas ha promesso che al suo ritorno in patria avrebbe indetto elezioni in Cisgiordania, nella Striscia di Gaza e a Gerusalemme Est, elezioni che non si tengono dal 2005 (per le presidenziali) e dal 2006 (per le politiche). Negli ultimi tre mesi, ha ripetutamente promesso di fissare la data e di emanare un decreto che inizi le procedure elettorali. Non si è visto niente di tutto questo. La domanda è se questo ritardo sia dovuto all’effettiva volontà di Hamas di attuare o meno questa proposta, alle condizioni che Israele non mancherà di frapporre, oppure al fatto che il presidente Abbas, al potere da 15 anni, ha ancora l’illusione di riaccendere una legittimità ormai estinta per giustificare la sua permanenza al potere.

La promessa di elezioni ha suscitato speranze in una società palestinese che le vorrebbe perché è stanca dell’autoritarismo e dell’impotenza dei suoi leader, oltre che della corruzione dilagante. La speranza sarebbe quella di veder nascere una nuova generazione di leader politici. Nella sua intervista con Orient XXI, Saëb Erekat, segretario generale del comitato esecutivo dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP), che ha ricoperto responsabilità politiche ormai da diversi decenni, assicura che “il cambiamento” è ora il suo leit motiv, anche se dice di non essere sicuro di ripresentarsi alle elezioni.

Per Mustafa Barghouti, segretario generale di Iniziativa Nazionale Palestinese, queste elezioni sono una “necessità assoluta” per porre fine alla mancanza di democrazia di cui i Palestinesi hanno sofferto per oltre dieci anni. Questa è anche la speranza di Hanan Ashraoui, membro del comitato esecutivo dell’OLP, che Orient XXI ha appena incontrato in Qatar. Vede le elezioni come l’unico modo per rinnovare un legame di fiducia con un’Autorità Palestinese e un OLP che ne uscirebbero rinnovati e rafforzati.

Questi elementi, che si aggiungono alla continua colonizzazione e a tutte le altre forme di oppressione da parte di Israele, così come la sensazione di essere abbandonati dalla comunità internazionale, fanno sentire queste elezioni come una forma di resistenza e uno strumento di sopravvivenza.

“La democrazia non è solo un’opzione”, insiste Hanan Ashraoui, “ma è ormai una necessità. Le elezioni devono tenersi”. Dopotutto, aggiunge, sono l’unica leva a disposizione dei Palestinesi per il rinnovamento della loro situazione politica interna. “Il fatto che i Palestinesi si sentano abbandonati, che il mondo arabo e quello occidentale siano in crisi e che Israele continui a perseguire la sua politica di occupazione, sono tutti elementi contrari agli interessi dei Palestinesi, ma sui quali non hanno alcun controllo. Essi devono invece organizzare meglio la “casa Palestina” quando è ormai chiaro che la soluzione a due stati è stata distrutta da Israele.”

“L’ipocrisia delle democrazie occidentali”

I paesi occidentali non possono che sostenere qualsiasi processo elettorale. Ma non ne parlano molto, probabilmente perché ricordano di aver storto il naso davanti alla vittoria di Hamas alle elezioni legislative del 2006, o per errore di giudizio o per mancanza di coraggio politico. Hanan Ashraoui parla di “ipocrisia delle democrazie,” che sono favorevoli alle consultazioni popolari a condizione che i loro risultati siano conformi alle loro visioni e ai loro interessi.

L’Unione Europea è ovviamente molto favorevole allo svolgimento delle elezioni. Farà ciò che sa fare: offrire i propri osservatori e facilitare l’organizzazione tecnica e finanziaria del processo elettorale. Ma come nel 2006, le sarebbe difficile accettar l’idea che un partito islamista possa, eventualmente, emergere vittorioso da un processo elettorale democratico.

Da quando il presidente [Abbas] ha annunciato di voler organizzare le elezioni, Hanna Nasser, responsabile della commissione elettorale centrale, ha cominciato un va-e-vieni diplomatico tra l’Autorità Palestinese, le diverse fazioni politiche palestinesi e Hamas a Gaza, per gettare le basi per un accordo sull’organizzazione delle elezioni. Hamas ha rapidamente reso noto che non era ostile all’idea delle elezioni proposte, mentre nelle elezioni presidenziali del 1996 e del 2005 si era astenuto dal presentare qualunque candidato e aveva chiesto il boicottaggio.

Le condizioni di Hamas

Ma una cosa è dire che si può raggiungere un accordo sulle procedure elettorali e un’altra cosa è entrare nel concreto della politica. Se Abbas ha degli interessi, anche Hamas sa quali sono i suoi. Le condizioni che pone per partecipare alle elezioni lasciano capire quali sono i suoi problemi. Questo movimento islamista è a favore delle elezioni, ma richiede, come premessa, l’organizzazione di un vertice nazionale in cui si discutano le condizioni della sua partecipazione e in cui si scelga un’alta figura palestinese da presentare agli elettori per le elezioni presidenziali. Non esigerebbe che questa personalità sia affiliata ad Hamas, ma chiederebbe che aderisse al suo programma di resistenza.

Abbas non sembra favorevole alla ricerca di questo consenso nazionale perché sa che è impossibile trovarlo. Mustafa Barghouti dice di comprendere la richiesta di Hamas. “Senza consenso, le divisioni palestinesi continueranno; senza consenso le elezioni non saranno democratiche”, ha detto a Orient XXI.

Una nuova vittoria di Hamas alle elezioni legislative solleverebbe la questione della sua capacità di governare e di accettare il coordinamento della sicurezza con Israele. Una sconfitta lo terrebbe per lungo tempo fuori dagli organi istituzionali che prendono le decisioni politiche. Soprattutto, in caso di sconfitta, si porrebbe la questione del destino delle armi in possesso delle forze di sicurezza che controlla. Un Fatah vincitore non mancherebbe di chiedere che questi armamenti passassero sotto il controllo dell’Autorità. Non sorprende quindi che molti dubitino del reale desiderio del movimento islamista di aderire e partecipare a un processo elettorale. Hanan Ashraoui non giudica le loro affermazioni, ma si limita a scoprire che ci sono molte “parole vuote” in questo periodo che precede il decreto elettorale.

La dibattuta questione di Gerusalemme Est

Nelle elezioni del 1996, 2005 e 2006, Israele non ha impedito di votare ai Palestinesi di Gerusalemme Est. Tuttavia, ai loro candidati non è stato permesso di fare campagne elettorali in quell’area. Il presidente Abbas ha chiesto a Israele di poter organizzare nuovamente le elezioni nella parte orientale della città. Il governo israeliano non ha fatto sapere la sua decisione. Potrebbe permettere una votazione se fosse convinto che ne emergerebbero nuovi dirigenti palestinesi favorevoli a un accordo di pace totale alle condizioni di Israele.

Israele potrà sempre sostenere che il principio delle elezioni palestinesi a Gerusalemme Est è contrario allo spirito degli accordi di pace degli anni ’90, in particolare all’accordo interinale del 28 settembre 1995. Yossi Beilin, un ex dirigente politico di una sinistra israeliana ora scomparsa, che non può essere sospettato di collusione con l’attuale governo di Israele, puntando il dito verso Hamas, chiede che “alle persone e ai gruppi coinvolti nel terrorismo sia proibito partecipare alle elezioni palestinesi”. Si riferisce anche lui all’accordo interinale del 1995.

Mustafa Al-Barghouti è convinto che Israele “non ha alcun interesse a che i Palestinesi pratichino la democrazia”. Saëb Erekat sostiene che un rifiuto da parte di Israele sarebbe un “enorme problema” che potrebbe portare a cancellare del tutto le elezioni. Le sue osservazioni fanno eco a quelle del suo primo ministro, Mohamed Shtayyeh, secondo il quale un rifiuto israeliano di votare a Gerusalemme Est “non sarebbe accettato dai Palestinesi”, il che implica che l’Autorità Palestinese potrebbe annullare per questo motivo le previste elezioni.

Questa minaccia di annullamento è stata ampiamente ripresa da molti commentatori, che la vedono come un pretesto usato dalla presidenza palestinese per non rispettare la sua promessa di elezioni. La vedono come un imbroglio montato dalla presidenza per sfuggire al voto popolare e rimanere in carica. Tareq Baconi dell’International Crisis Group è convinto che il voto “a Gerusalemme Est sia l’alibi perfetto di cui la leadership palestinese ha bisogno […]. Permetterà di riversare su Israele la responsabilità delle mancate elezioni”.

Moussa Abou Marzouq, membro dell’ufficio politico di Hamas, non esprime un’opinione diversa. È certo che il rinvio del decreto presidenziale sull’organizzazione delle elezioni in attesa della risposta israeliana “in pratica significa che il decreto non sarà forse mai emanato”. In effetti, in attesa di un via libera israeliano, il presidente palestinese rifiuta di emanare il tanto atteso decreto che fisserebbe una data e aprirebbe il processo elettorale.

“È passato di qua, ripasserà di là” [da una filastrocca infantile francese, NdT]

Parlare di elezioni è parlare del presente-assente, di colui a cui è stato predetto un destino nazionale palestinese venti anni fa. È stato di volta in volta il “cocco” di Yasser Arafat, poi il suo risoluto avversario. Molti parlano ancora della sua possibile partecipazione alle prossime elezioni, quelle previste ora o altre che verranno in seguito. Entra anche nelle classifiche dei sondaggi palestinesi. Tra l’8 e il 10% della popolazione sarebbe disposta a fidarsi di lui. Dopo che ha dovuto lasciare Gaza dopo la vittoria elettorale di Hamas nel 2006, e dopo esser stato bandito dalla Cisgiordania da Mahmoud Abbas per sospetto di cospirazione contro di lui, Mohamed Dahlan è stato visto contemporaneamente in molti luoghi: Il Cairo, Abu Dhabi dove risiede, in Arabia Saudita, in Montenegro di cui avrebbe anche la nazionalità, in Serbia, a Bruxelles, in Libia, ecc.

Gli vengono attribuiti tutti i ruoli e tutte le possibili turpitudini, alcune delle quali non è escluso che corrispondano a realtà. Consigliere di questo e quest’altro principe del Golfo, fomentatore della guerra civile in Libia, collaboratore di Israele, attivo contro i Fratelli Musulmani, coinvolto  «nell’assassinio»  di Arafat o nel piano per far cadere Recep Tayyip Erdoğan durante il tentativo di colpo di stato del 2016, Dahlan sarebbe il “coltello svizzero multiuso” della regione. Inoltre, il presidente turco ha appena messo una taglia sulla sua testa: 700.000 dollari (624.000 euro) per chi lo arresta … È difficile vedere come potrebbe svolgere un ruolo per i Palestinesi nel prossimo futuro.

Se il ruolo e la popolarità di Marwan Barghouti, ex segretario generale di Fatah e capo delle milizie del Tanzim (nato dal Fatah di Yasser Arafat) non possono essere paragonati a quelli di Dahlan, la loro situazione presenta almeno una somiglianza: entrambi sono “impediti”, ma i loro nomi spuntano ogni volta che le elezioni vengono decise o discusse.

Mentre Dahlan è in esilio, bandito persino dai suoi, Barghouti è in Israele, imprigionato dal 2002 per fatti di “terrorismo” compiuti nella sua presunta veste di principale responsabile della seconda intifada. Da quasi vent’anni, è stato costruito un mito intorno alla sua persona. Sarebbe il “Mandela palestinese” e solo lui avrebbe gli strumenti popolari per assumere la guida di Fatah e dell’Autorità Palestinese, se solo venisse liberato. Israele stesso avrebbe contribuito a forgiare questo mito, non eliminandolo al momento del suo arresto e avendo ricordato, qua e là, che poteva benissimo essere lui quello con cui un giorno Israele avrebbe potuto negoziare (1). Speculazioni mentali o necessità di darsi un leader quando la classe politica palestinese ne è disperatamente carente?

Se la popolarità di Barghouti ha sfidato il tempo, il suo ruolo è stato svalutato dal 2002, anno d’inizio della sua prigionia. La soluzione a due stati è diventata un vago ricordo, il diritto al ritorno dei rifugiati è stato spazzato via da Israele con il sostegno del presidente americano e la creazione di uno stato palestinese nei confini del 1967 è ormai un’illusione. Immaginare la fine della colonizzazione è un’allucinazione collettiva e sappiamo cosa ha fatto Trump con l’idea di Gerusalemme come futura capitale di due stati. Barghouti può solo difendere altri valori che erano suoi: democrazia e diritti per la donna palestinese identici a quelli degli uomini.

Un’improbabile terza forza

Storicamente, la struttura politica dell’OLP ha contribuito alla costruzione dell’identità nazionale palestinese. Questa immagine esiste ancora, ma ha perso la sua lucentezza di fronte al crollo del processo di pace e all’accelerazione dell’insediamento israeliano nei territori palestinesi. Quanto all’Autorità Palestinese – l’istituzione operativa – non può certo pretendere di incarnare il rinnovamento o la resistenza all’occupazione israeliana. Probabilmente è ancora Hamas che incarna questo desiderio di resistenza e di dignità per i Palestinesi, anche se questo movimento islamista non ha dimostrato di avere la capacità di governare per il bene pubblico.

Non è certo che le previste elezioni possano svolgersi nei prossimi mesi. E non è affatto certo che siano “giuste e libere” come sarà richiesto dai paesi occidentali. Fino ad allora, i Palestinesi dovranno definire la loro scelta: o continuano a seguire le direttive politiche stabilite da Abbas –non violenza, cooperazione con Israele in materia di sicurezza, sostegno della comunità internazionale e mantenimento della soluzione a due stati–, o adottano l’idea di resistenza e dignità contro Israele rappresentata da Hamas e altre fazioni. Oppure cercano di definire una terza via, quella aperta dalla prospettiva di elezioni che portino al potere una nuova classe dirigente, giovane, meno associata ad Hamas o a Fatah, probabilmente più indipendente e più tecnica. Ma la strada è molto lunga prima di vederli arrivare al potere.

(1) Affermazioni fatte all’autore da uno degli avvocati di Marwan Barghouti


Christian Jouret
Ex funzionario internazionale.

https://orientxxi.info/magazine/elections-les-choix-empeches-des-palestiniens,3509

Traduzione di Donato Cioli

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