Perché le colonie sono un problema per Benjamin Netanyahu.

da | Dic 31, 2019 | Riflessioni

di Victor Kattan

Just Security, 19 dicembre 2019

Il presidente USA Donald J. Trump (ds.) e il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu (sin.) si stringono la mano nell’Ufficio Ovale della Casa Bianca. Washington 25 marzo 2019. (Michael Reynolds – Pool/Getty Images)

Il 18 novembre, il segretario di Stato americano Mike Pompeo ha annunciato che “L’istituzione di insediamenti civili israeliani in Cisgiordania non è di per sé incompatibile con il diritto internazionale”. La dichiarazione è stata generalmente vista come un regalo politico di un presidente impantanato in problemi legali ad un altro nelle stesse condizioni, ma ha anche causato un furore internazionale in quanto ha segnato una drammatica deviazione dalle precedenti dichiarazioni degli Stati Uniti sulla legalità degli insediamenti israeliani in Cisgiordania. La posizione legale degli Stati Uniti fu per la prima volta articolata pubblicamente nel 1978 in un parere legale del Dipartimento di Stato, che concludeva che l’istituzione di insediamenti civili nei territori occupati da Israele nel giugno 1967, inclusa Gerusalemme Est, era “incompatibile con il diritto internazionale”.

La conclusione di tale parere legale è stata successivamente fatta propria dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite in una serie di risoluzioni, che hanno ribadito che Israele è la potenza occupante a Gerusalemme Est, in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza. In linea con queste risoluzioni del Consiglio di Sicurezza, la Corte Internazionale di Giustizia (CIG), il principale organo giudiziario delle Nazioni Unite, concludeva al paragrafo 120 del suo parere sul Muro del 2004: “Gli insediamenti israeliani nei Territori Palestinese Occupati (compresa Gerusalemme Est) sono stati costituiti in violazione del diritto internazionale”.

Data la pressoché unanime valutazione di illegalità degli insediamenti israeliani in tutti i territori occupati da Israele nel 1967, non è sorprendente che la dichiarazione di Pompeo sia stata ampiamente criticata, non solo dalla leadership palestinese, ma anche da stretti alleati degli Stati Uniti, come il Canada e il Regno Unito. Una risoluzione omnibus recentemente adottata dalla stragrande maggioranza dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha confermato che Israele rimane la potenza occupante in Cisgiordania, Gerusalemme Est e Striscia di Gaza.

È interessante notare che la dichiarazione di Pompeo si riferiva solo agli insediamenti civili israeliani della Cisgiordania. Dato che l’amministrazione Trump non ha pubblicato alcun parere legale che giustifichi il suo cambiamento di politica, è difficile valutare se il riferimento alla Cisgiordania includa anche Gerusalemme Est. Prima della dichiarazione del presidente Trump su Gerusalemme, la consolidata posizione degli Stati Uniti era stata che Gerusalemme Est faceva parte della Cisgiordania; era cioè territorio occupato da Israele nella guerra del 1967. Come ha spiegato l’ex segretario di Stato americano John Kerry, “fin dal 1967, ogni amministrazione americana, insieme a tutta la comunità internazionale, ha riconosciuto Gerusalemme Est come uno dei territori occupati da Israele nella guerra dei sei giorni”. Di conseguenza, l’attività israeliana di insediamento in Gerusalemme era stata condannata in tutte le precedenti risoluzioni delle Nazioni Unite riguardanti Gerusalemme, in cui gli Stati Uniti avevano votato a favore o da cui si erano astenuti. Queste includevano la risoluzione 298, approvata durante l’amministrazione Nixon, che criticava il “trasferimento di popolazioni” nella parte occupata della “Città di Gerusalemme” (gli Stati Uniti votarono a favore della risoluzione sette anni prima che il Dipartimento di Stato pubblicasse il suo parere legale del 1978 sugli insediamenti); la risoluzione 465, approvata durante l’amministrazione Carter, che stabiliva che “le politiche e le pratiche israeliane di insediamento di parti della sua popolazione e di nuovi immigrati” nei territori palestinesi, “compresa Gerusalemme”, costituivano una violazione della Quarta Convenzione di Ginevra (gli Stati Uniti hanno votato a favore della risoluzione); e la risoluzione 2334, su cui si è astenuta l’amministrazione Obama, che ha ribadito che “l’istituzione da parte di Israele di insediamenti nei territori palestinesi occupati dal 1967, compresa Gerusalemme Est, non ha validità legale”.

Uno degli aspetti più intriganti dell’annuncio di Pompeo sugli insediamenti è stato il suo tempismo: la nuova politica è stata annunciata solo tre giorni dopo la scadenza del termine entro cui gli USA potevano presentare un contro-memoriale alla Corte Internazionale di Giustizia per il caso Palestina contro Stati Uniti d’America, in cui la Palestina impugna la legalità della decisione dell’amministrazione Trump di spostare l’ambasciata americana da Tel Aviv a Gerusalemme. Il caso potrebbe essere significativo, in quanto la CIG, potrebbe dire qualcosa sullo status dei territori occupati da Israele dal 1967 e potrebbe dire se esiste uno stato palestinese dove Israele ha stabilito oltre duecento insediamenti a Gerusalemme Est e in Cisgiordania.

L’annuncio di Pompeo è arrivato anche una settimana dopo che la Corte Europea di Giustizia aveva deciso che la presenza di Israele in Cisgiordania era quella di “potenza occupante” e “non … di un’entità sovrana”, in occasione di una sentenza sull’etichettatura inappropriata dei prodotti degli insediamenti che vengono importati nell’Unione Europea. Questo faceva seguito a una precedente sentenza di un tribunale federale canadese, che ha deciso che i vini degli insediamenti ebraici in Cisgiordania non devono avere etichette in cui si dichiara una provenienza da Israele, poiché questo ingannerebbe i consumatori.

In altre parole, non solo esiste un vago consenso legale secondo cui l’istituzione di insediamenti in Cisgiordania è illegale (malgrado la dichiarazione di Pompeo), ma la loro illegalità ha ora raggiunto i tribunali le cui decisioni potrebbero avere conseguenze economiche dannose per l’impresa insediativa israeliana. Ciò è particolarmente significativo in quanto vi sono preoccupazioni in Israele che i consumatori europei e canadesi possano iniziare a esercitare valutazioni etiche nel decidere se acquistare prodotti etichettati come originari di insediamenti israeliani in Cisgiordania.

C’è un ulteriore, ancora più allarmante, problema per i sostenitori dell’impresa israeliana di insediamento: l’esame preliminare in corso, intrapreso dalla procuratrice della Corte Penale Internazionale (CPI) sulla situazione in Palestina. Nel gennaio di quest’anno, The Jerusalem Post ha pubblicato un articolo sugli sforzi dell’Organizzazione Sionista d’America (ZOA) per persuadere il Congresso e il Dipartimento di Stato americano “a revocare la sua famosa opinione legale di 41 anni addietro secondo cui gli insediamenti in Cisgiordania sono incompatibili con il diritto internazionale”. Ci si riferiva con ciò al parere legale del 1978 del Dipartimento di Stato. Secondo il Post, il capo della ZOA era preoccupato che quel parere legale “potesse essere la base di una possibile accusa per crimini di guerra di fronte alla Corte Penale Internazionale dell’Aia per quanto riguarda le attività di insediamento”.

In quanto rappresentante USA dell’Organizzazione Mondiale Sionista (WZO), lo ZOA sembrava avesse agito su richiesta del governo israeliano, nel tentativo di ribaltare la politica degli Stati Uniti nei confronti degli insediamenti. Secondo un rapporto ufficiale del governo israeliano dell’8 marzo 2005 (e un altro rapporto del governo datato 9 luglio 2012), le autorità coinvolte nella pianificazione e costruzione degli insediamenti includono “la Divisione Insediamenti dell’Organizzazione Mondiale Sionista”. Un rapporto pubblicato da B’tselem spiega che la Divisione Insediamenti della WZO è composta “in misura uguale da ministri del governo competente e da membri dell’esecutivo della WZO”. Nel 2013, il rapporto della missione internazionale indipendente del Consiglio per Diritti Umani dell’ONU per indagare sugli insediamenti israeliani, ha descritto la WZO come “organizzazione quasi-governativa, finanziata dal governo”, che aveva anche il compito di fornire “fondi agli insediamenti”. Di conseguenza, gli stretti legami tra il governo israeliano e la Divisione Insediamenti della WZO, che sono entrambi coinvolti nella Impresa coloniale in Cisgiordania, potrebbero esporli alle indagini della CPI.

Sebbene la CPI abbia giurisdizione per esaminare le attività di insediamento intraprese nel territorio della Palestina solo a partire dal 1 aprile 2015 (quando è entrata in vigore l’adesione della Palestina allo Statuto di Roma), la Procuratrice potrebbe prendere in considerazione anche le attività israeliane di insediamento prima di tale data, se ritenesse che queste attività rappresentano a un crimine continuativo. Ma anche se la Procuratrice dovesse assumere una visione restrittiva e guardare solo alle attività di insediamento di Israele dopo il 2015, è ben documentato che il governo israeliano ha aumentato le sue attività di insediamento negli ultimi cinque anni. Infatti, solo nell’ultimo anno, i dati mostrano che la spesa del primo trimestre in insediamenti è stata la più alta degli ultimi dieci anni.

Nel 2017 il governo Netanyahu ha persino sostenuto l’adozione della Legge sugli Insediamenti, il cui obiettivo è quello di “legalizzare” gli insediamenti israeliani costruiti su terre private palestinesi, attraverso espropriazioni retroattive, pianificazioni e regolamenti di zonizzazione. L’articolo 1 della legge chiarisce che il suo obiettivo primario è “regolare gli insediamenti israeliani in Giudea e Samaria [Cisgiordania] e permettere che continuino ad essere istituiti e sviluppati” (enfasi aggiunta). La legge sembra aver adottato le controverse conclusioni del rapporto Levy del 2012, che raccomandava, tra l’altro, che la legislazione sulla sicurezza fosse modificata in modo da consentire agli Israeliani di acquistare direttamente i terreni della Cisgiordania, piuttosto che attraverso una società registrata nel territorio. Prima di formulare questa raccomandazione, il rapporto concludeva che “le disposizioni della Quarta Convenzione di Ginevra del 1949, relative al trasferimento di popolazioni, non possono essere considerate applicabili e non sono mai state applicate al tipo di attività di insediamento svolte da Israele in Giudea e Samaria“.

La Legge sugli Insediamenti mira a facilitare l’annessione del territorio occupato e sembrerebbe pertanto rientrare esattamente nell’articolo 8.2(b) dello Statuto di Roma, che definisce i crimini di guerra come gravi violazioni delle leggi e dei costumi applicabili ai conflitti armati internazionali quando siano commessi come parte di un piano o di una politica e che includano “Il trasferimento, diretto o indiretto, da parte della Potenza Occupante di parti della propria popolazione civile nel territorio che occupa …”

Quando il Gabinetto di Sicurezza del governo ha discusso la Legge sugli Insediamenti prima che fosse discussa nella Knesset, Netanyahu e il ministro della Difesa Avigdor Lieberman sono stati specificamente avvertiti dal procuratore generale Avichai Mendelblit e dal suo vice che il passaggio del disegno di legge poteva portare ad accuse contro Israele presso la CPI. A quanto pare, Netanyahu e Lieberman, seguendo il parere dei loro consiglieri, dissero che se fosse stata approvata la legge sulla regolarizzazione degli insediamenti, “la Procuratrice della CPI avrebbe potuto decidere di accettare la denuncia palestinese al termine della sua indagine preliminare e aprire un’indagine completa contro i leader israeliani per il loro coinvolgimento nelle decisioni relative alla costruzione degli insediamenti.” Pur sapendo che la procuratrice stava esaminando la potenziale responsabilità penale in merito agli insediamenti, pochi giorni dopo, Netanyahu appoggiò il primo voto a favore del disegno di legge, che poi divenne legge il 6 febbraio 2017.

La consapevolezza che l’illegalità degli insediamenti, dopo l’approvazione della risoluzione 2334 del Consiglio di Sicurezza ONU, avrebbe potuto avere gravi conseguenze per il governo israeliano e per le sue agenzie e organi coinvolti nella pianificazione e costruzione degli insediamenti, sembra aver spinto il governo israeliano ad agire. Questo in particolare perché la Corte Suprema Israeliana non ha mai decretato la legalità ai sensi del diritto internazionale degli insediamenti costruiti su terreni pubblici in Cisgiordania, per motivi di applicabilità, in quanto la legge e la giurisprudenza israeliane non li vietano. (Per quanto riguarda la creazione di insediamenti su terre private palestinesi, la Corte Suprema ha stabilito nel caso Elon Moreh (1979) che erano illegali se la loro realizzazione non poteva essere giustificata per scopi militari). Pertanto, per la stragrande maggioranza degli insediamenti, non ci può essere alcun ostacolo di “duplicazione di processi” nelle valutazioni della Corte Penale Internazionale circa l’ammissibilità del caso Palestina ai sensi dell’articolo 17 dello Statuto di Roma, poiché i tribunali israeliani non sembrano essere disposti o capaci di perseguire il crimine. Il riferimento alle centinaia di insediamenti e “avamposti” non autorizzati istituiti da Israele a Gerusalemme Est e in Cisgiordania fin dal 1967 nella relazione sulle attività di esame preliminare per il 2019, pubblicato dall’Ufficio del Procuratore, potrebbe indicare che si sta proponendo di considerare gli insediamenti come un crimine continuativo.

Visti gli stretti rapporti tra l’ambasciatore USA in Israele David Friedman e la lobby dei coloni, che hanno esplicitamente chiesto di applicare alla Cisgiordania le leggi israeliane in materia di edilizia e costruzioni, senza la necessaria approvazione dell’Amministrazione Civile israeliana, il “ripudio” dell’opinione legale del 1978 del Dipartimento di Stato dovrebbe essere interpretato alla luce della reale preoccupazione in Israele che la Procuratrice della CPI possa aprire un’indagine sulle attività del governo israeliano, nonché sulle sue agenzie affiliate e sugli organi coinvolti nell’impresa di insediamento. Forse la lobby dei coloni spera che la pubblica diffusione di questa revisione dell’opinione legale del 1978, insieme alla posizione aggressiva dell’amministrazione Trump nei confronti dalla CPI in generale, e il solido sostegno di Trump a Netanyahu, dissuaderanno la Procuratrice dal prendere ulteriori provvedimenti.

In tal caso, è probabile che siano rimasti delusi dall’ultimo avvertimento della Procuratrice al governo israeliano sull’annessione della Valle del Giordano. Secondo le parole di Roy Schondorf, vice procuratore generale israeliano per gli affari internazionali, l’appello di Netanyahu ad annettere la Valle del Giordano “esporrebbe tutti i funzionari israeliani che lavorano in Cisgiordania, compresi i capi di consiglio locali e regionali” ad essere perseguiti [presso la CPI].

Victor Kattan

www.justsecurity.org/67797/why-the-settlements-are-a-problem-for-benjamin-netanyahu/

Traduzione di Donato Cioli

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