Il sostegno a Israele dei funzionari di Trump è evidente: c’è solo questo nei loro tweet.

di Daoud Kuttab                           
The National, 8 giugno 2019

Da quando il Presidente Donald Trump è stato eletto, la sua amministrazione sta sgretolando l’idea di creare uno Stato palestinese.

Il Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu incontra Jared Kushner e Jason Greenblatt. Stern Matty / EPA

Un nuovo obiettivo sembra emergere per Stati Uniti e Israele in Medio Oriente: la totale delegittimazione dello Stato palestinese.

Quando gli Stati Uniti nel 1988 iniziarono dei colloqui diretti con l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP) e poi rafforzarono questo passo invitandone i leader alla Casa Bianca, molti credettero che gli sforzi americani per porre fine al nazionalismo palestinese fossero conclusi. Ma ora l’amministrazione filo-israeliana di Trump sta man mano sgretolando l’idea di un’entità statale palestinese e, a quanto pare, i leader palestinesi non se sono nemmeno accorti.

Nel febbraio 2017, mentre era in servizio come ambasciatrice americana alle Nazioni Unite, Nikki Haley rifiutò la nomina dell’ex Primo Ministro dell’Autorità Palestinese, Salam Fayyad, come inviato di pace in Libia. A quel tempo alcuni pensarono che questa fosse, almeno in parte, un’anomalia occasionale, perché il Presidente Donald Trump e la sua squadra avevano frattanto un attivo dialogo con i funzionari dell’OLP.

Spiegando la sua decisione, la signora Haley disse: “Gli Stati Uniti al momento non appoggiano uno Stato palestinese né il segnale che questa nomina manderebbe alle Nazioni Unite. A partire da questo momento gli Stati Uniti agiranno, non parleranno, a sostegno dei loro alleati.”

Il membro del Comitato esecutivo dell’OLP Hanan Ashrawi ha descritto la decisione della Haley come ridicola. “Questa è discriminazione contro l’intero popolo palestinese,” ha affermato Ashrawi, “Questo è il rifiuto, al di là di ogni logica, della persona più qualificata e con il più alto standard di professionalità e integrità.”

C’erano pochi dubbi sull’idoneità di Fayyad per la posizione, ma le ragioni per la sua squalifica erano altrettanto chiare agli occhi dell’amministrazione Trump: il suo nazionalismo palestinese. La signora Ashrawi non poteva immaginare che anche lei sarebbe diventata un obiettivo della stessa linea politica.

Il mese scorso, alla Ashrawi è stato rifiutato un visto d’ingresso negli Stati Uniti. Questo non è stato un attacco a lei come persona, bensì parte di una più ampia lotta americana contro il concetto stesso di autodeterminazione dello Stato palestinese.

Bisogna solo pensare alle recenti azioni dell’amministrazione Trump per rendersene conto.

La chiusura della missione diplomatica palestinese a Washington nel settembre 2018 e la revoca del visto dell’ambasciatore Husam Zomlot hanno messo in evidenza che gli Stati Uniti non sono più interessati a trattare con l’OLP. Il taglio dei fondi dell’Agenzia ONU per il Soccorso e l’Occupazione (UNRWA), un’organizzazione dedicata alla cura dei rifugiati palestinesi, rivela motivazioni analoghe. Poi è arrivata la decisione unilaterale di Trump di spostare l’ambasciata americana da Tel Aviv e così di “togliere dal tavolo Gerusalemme” come capitale di uno stato palestinese indipendente.

Una lettura attenta delle dichiarazioni pubbliche dei più alti funzionari americani fornisce ulteriori conferme. Il rifiuto del Segretario di Stato Mike Pompeo ad impegnarsi per la soluzione dei due stati è stato il primo segnale dell’inversione a U della politica mediorientale degli Stati Uniti. Successivamente Jared Kushner, genero e consigliere capo del Presidente per il Medio Oriente, ha dichiarato che il cosiddetto piano di pace americano non farà neanche menzione della soluzione dei due stati.

Ma forse l’immagine più vivida dei tentativi combinati USA di delegittimare il nazionalismo palestinese si può avere analizzando semplicemente l’account Twitter di Jason Greenblatt, l’uomo di punta di Washington per il conflitto israelo-palestinese

Jason Greenblatt, che si descrive come “Assistente del 45esimo Presidente degli Stati Uniti e Rappresentante Speciale per le negoziazioni internazionali”, ha più di 28.000 followers, ma lui segue solo 20 utenti, per lo più funzionari di Trump. Fra questi, gli unici account non americani sono quelli del Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu, dell’Ambasciatore americano in Israele Ron Dermer e dell’Ambasciata israeliana a Washington. Non segue un singolo Palestinese. Per una persona in cerca di soluzioni per il conflitto palestinese, e che sa bene quali sono i giocatori della partita, non ha alcun senso che non voglia apparentemente sapere cosa pensano persone come il Presidente Palestinese Mahmoud Abbas, il Primo Ministro Mohammad Shtayyeh o il segretario generale dell’OLP Saeb Erekat. Tutti hanno un account Twitter e postano sia in arabo che in inglese.

Nel marzo e nell’aprile 2019, Greenblatt ha postato 233 volte. Ben 136 tweet (il 58 per cento) sono eplicitamente pro-Israele e anti-palestinesi, con molte prove di antipatia verso Hamas. Altri 22 tweet riguardano il sostegno americano all’annessione israeliana delle alture del Golan; 10 lodano le mosse dei leaders arabi per normalizzare i loro rapporti con Israele, mentre altri sette sostengono la politica irremovibile di Netanyahu nei confronti dell’Iran. In totale, 76 per cento di tutti i tweet che Greenblatt ha postato in questi due mesi sono a sostegno delle politiche di Netanyahu.

Già i numeri sono eloquenti, ma il contenuto dei post di Greenblatt dipinge un quadro ancora più chiaro. In un tweet datato 23 aprile, descrive un ritratto murale di uno dei più stimati leader dell’OLP, Khalil Ibrahim Al Wazir (Abu Jihad), come una “spregevole glorificazione della violenza e del terrorismo”.

Nessuno dei tweet postati a marzo o ad aprile contiene un singolo commento negativo su Israele o sui suoi leader. Anzi, Greenblatt non ha mai criticato i leader israeliani, neppure quando persino organizzazioni filo-israeliane come il Comitato Americano per gli Affari Israeliani (AIPAC) stavano condannando le alleanze pre-elettorali di Netanyahu con partiti estremisti come Jewish Home (Casa Ebraica) che sostiene i coloni e il partito apertamente razzista Otzma Yehudit (Forza Ebraica).

Greenblatt afferma spesso che la sua squadra vuole fare le cose in modo diverso. Ha anche espresso il desiderio di non ripetere gli errori del passato. Tuttavia, uno dei più grandi fallimenti della politica americana in Medio Oriente è stata la sua negazione del nazionalismo palestinese negli anni ’70 e ’80.

Se l’amministrazione Trump vuole che la sua visione della pace tra Palestina e Israele abbia qualche credibilità, deve modificare il suo approccio. Una posizione pubblica equilibrata, che mostrasse rispetto verso l’aspirazione a uno Stato palestinese e verso i suoi leader, magari insieme ad alcune espressioni di empatia per coloro che vivono la brutale realtà dell’occupazione, sarebbe un buon punto di partenza.

Daoud Kuttab è un giornalista e un attivista sui media palestinesi.

https://www.thenational.ae/opinion/comment/trump-officials-support-for-israel-is-clear-it-s-all-they-tweet-about-1.871960

Traduzione di Gigliola Albertano

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