Un Palestinese al tribunale militare israeliano: Issa Amro, il giudice ed io.

di Batya Ungar-Sargon

The New York Review Daily, 13 maggio 2019

Con l’occupazione in buona parte celata alla vista, molti Israeliani lamentano –ritengo in buona fede– la mancanza di un “partner per la pace” dalla parte dei Palestinesi. Vittime della retorica dei politici e dei loro ragionevoli timori riguardo alla sicurezza, ciò che non vedono è quanto profondamente l’apparato militare israeliano sia indirizzato a sopprimere lo sviluppo stesso di una società civile palestinese che possa produrre un tale partner –un interlocutore come Issa Amro, attivista per i diritti palestinesi. “Penso che Israele sia spaventato dagli attivisti nonviolenti”, mi ha riferito il suo avvocato, Gaby Lasky. “Se un numero molto grande di dimostranti nonviolenti avesse modo di riunirsi in cortei e manifestazioni, come accadeva in India al tempo di Gandhi, non so come Israele sarebbe in grado di fermarlo. E, forse, sarebbe un punto di svolta nell’occupazione.”

L’attivista palestinese Issa Amro convocato in udienza presso il tribunale militare israeliano di Ofer, Betunia, vicino a Ramallah, Cisgiordania. 9 giugno 2017, Abbas Momani /AFP/ Getty Images

Due strade portano ai due ingressi della prigione e del tribunale militare di Ofer in Cisgiordania, dove i Palestinesi che vivono sotto il dominio militare israeliano di quel territorio vengono processati e condannati. Una strada arriva dai territori palestinesi: essa conduce ad un’area di attesa all’esterno, dove gli imputati palestinesi e le loro famiglie aspettano che i loro nomi vengano chiamati da un altoparlante. L’altra strada proviene da Gerusalemme e Tel Aviv. Conduce a una postazione di guardia dove si consegna il passaporto e, se si è su una lista, si passa ad un controllo di sicurezza. Questa entrata è utilizzata da avvocati, dignitari e, all’inizio di aprile, da me.

Ero ad Ofer in qualità di giornalista per assistere alla sentenza per Issa Amro, attivista palestinese di Hebron. Ho scritto di Amro per cinque anni con crescente ammirazione, visitandolo a Hebron, raccontando del suo lavoro e pubblicando i suoi appelli a sostegno della resistenza nonviolenta contro l’occupazione d’Israele, dove così tante persone scelgono o la violenza o la sottomissione. Il suo impegno lo ha portato ad una visibilità via via più estesa sia a livello locale che internazionale. Insieme all’organizzazione fondata ad Hebron – “Youth Against Settlements / Gioventù contro gli insediamenti” – Amro è diventato noto per aver sviluppato un tipo di disobbedienza civile analoga a quella del Mahatma Gandhi e Martin Luther King.

“Gandhi dice che se vuoi vincere con la violenza, vincerai con la violenza, ma essa rimarrà radicata nella comunità anche dopo la vittoria” – ha spiegato una volta Amro al pubblico della New York University in occasione di una conferenza alla quale ho assistito. “La nonviolenza rafforza la società civile nel migliore dei modi. Ecco perché educhiamo, e convinciamo, i Palestinesi sulla forza della nonviolenza.”

A questo proposito, c’è stato un periodo nel quale i Palestinesi hanno davvero avuto bisogno di essere convinti: un tempo in cui la resistenza violenza era diffusa e, soprattutto, sostenuta da buona parte della comunità. Tra il 2000 e il 2004, i militanti palestinesi uccisero oltre 1.000 Israeliani durante una rivolta nota come Seconda Intifada. Oltre 700 di queste vittime erano civili, molti dei quali bambini rimasti uccisi dai kamikaze che si facevano esplodere sugli autobus, in bar affollati e pieni di famiglie, o in locali con molti bambini. I feriti ammontarono a circa 8.500. Questo episodio di orribile violenza ha aperto una ferita all’interno della società israeliana che, a quindici anni di distanza, non si è ancora rimarginata: un migliaio di persone in un paese di appena 7 milioni è un numero notevole – è come paragonarlo a 50.000 Americani. Ogni Israeliano sicuramente conosce qualcuno colpito dalla Seconda Intifada.

Tuttavia, gradualmente la visione nonviolenta di Amro sta prevalendo trai Palestinesi: ad oggi, nella Cisgiordania occupata così come all’interno di Israele, le aggressioni violente agli Israeliani, specialmente civili, sono di gran lunga diminuite. Le sollevazioni violente di massa hanno lasciato il posto a “lupi solitari” – per lo più adolescenti armati di coltelli – che non hanno un sostegno diffuso all’interno della comunità palestinese. E ultimamente anche questi incidenti sono diminuiti.

Nonostante il dichiarato militarismo di Hamas e di altri gruppi a Gaza, l’inefficacia della resistenza violenta è opinione sempre più diffusa tra i Palestinesi. Ciò sta accadendo in tutta la Cisgiordania e persino a Gaza. La Grande Marcia del Ritorno avvenuta l’anno scorso è stata pianificata fin dall’inizio in chiave nonviolenta: una marcia pacifica. Della stessa idea era anche Hamas, almeno retoricamente. Tra i manifestanti c’erano purtroppo anche alcuni militanti violenti e, di conseguenza, ci sono state anche vittime.

“La leadership palestinese, anche se in generale ha scarso sostegno, non sostiene esplicitamente la violenza,” mi ha riferito di recente Ami Ayalon, ex membro della Knesset nel Partito Laburista ed ex leader dello Shin Bet, il servizio di sicurezza interna israeliano. I dati lo confermano: durante il mandato del primo ministro Benjamin Netanyahu, si registra un calo nel numero di vittime israeliane causate da attacchi terroristici o guerre. È un dato che non si era rilevato con nessun altro primo ministro. Si può affermare che Israele stia attualmente vivendo uno dei periodi meno violenti nella storia del paese (chiaramente, non è questa la percezione delle famiglie e delle comunità che ad oggi subiscono attacchi violenti che pure avvengono).

E anche quando la violenza parte dalla Striscia di Gaza, come è accaduto la scorsa settimana quando il lancio di alcuni razzi di Hamas ha causato la morte di tre Israeliani, un cessate il fuoco segue rapidamente, con condizioni favorevoli per Hamas. “Il messaggio è: assumere una posizione di non-violenza, “da bravi ragazzi”, non porta a un bel niente. Ma se si ricorre alla violenza, invece, si viene ricompensati.” Questo è ciò che mi ha detto al telefono Hanan Ashrawi, un membro del comitato esecutivo dell’OLP.

Questo messaggio passa in più modi. Ad esempio, si potrebbe pensare che l’occupazione militare, che trae la giustificazione della propria esistenza dalla necessità di proteggere i suoi cittadini, dovrebbe allentare la morsa di fronte a un progressivo calo di episodi di violenza. Invece, quello che è accaduto è l’esatto contrario. Negli ultimi anni, infatti, le forme di resistenza nonviolenta hanno subito un netto giro di vite. Si registrano arresti e detenzioni di attivisti nonviolenti. Sono iniziati a comparire, tra le altre cose, dei tentativi di espellere da Israele i sostenitori del movimento di boicottaggio. Sono stati presi di mira anche gli stessi esperti di diritti umani, come Omar Shakir, operatore di Human Rights Watch, che, come altri, lavora per denunciare le violazioni dei diritti umani perpetrate dalla leadership palestinese.

Sulla scia di questi eventi, nel giugno 2016, Amro è stato incriminato con 18 capi d’accusa dall’esercito israeliano. Le accuse, risalenti al 2010, includono resistenza a pubblico ufficiale, insulto a un soldato (“l’accusato ha insultato il soldato o intrapreso altre azioni che hanno interferito con la sua dignità o il suo status di soldato”), l’incitamento, resistenza all’arresto, aggressione a un militare e partecipazione a una riunione senza permesso.

Non è solo Israele a perseguire Amro. Anche l’Autorità Palestinese lo ha accusato e arrestato. L’accusa riguarda la violazione del draconiano codice informatico palestinese, dovuta all’utilizzo improprio dei social media, dove Amro ha criticato apertamente l’AP. Il processo inizierà tra due settimane.

Agenti delle forze di sicurezza conducono Amro al tribunale dell’Autorità Palestinese, che ha esteso la sua detenzione per aver criticato sui social media l’arresto di un giornalista da parte dell’AP. Cisgiordania, 7 settembre 2017 – Hazem Bader /AFP/ Getty Images

Ad aprile, Amro ha testimoniato in sua difesa presso il tribunale militare israeliano. Ero presente per capire quello che mi sembrava il tentativo di Israele di rendere una legittima protesta nonviolenta un crimine a tutti gli effetti. Per partecipare al processo, è stato necessario ottenere il permesso dal dipartimento per le pubbliche relazioni delle Forze di difesa d’Israele, le quali hanno inviato un agente per accompagnarmi.

Lo scenario era ridotto all’osso: una roulotte dotata di una lunga scrivania rialzata per il giudice e delle sedie di plastica pieghevoli per parenti ed altri spettatori. Il banco dei testimoni era un leggio in legno, di quelli che si trovano in un’aula universitaria o in una sinagoga. Amro, occhi scurissimi e ravvicinati, dava l’impressione di un concentrato di forza. Così, di fronte al leggio, testimoniò per sette ore. 

Presiedeva la seduta il Ten. Col. Menachem Lieberman, un uomo alto con folti capelli bianchi, pronto al sorriso e allo scherzo. Malgrado la gravità del processo, a volte durante la giornata un’aria gioviale pervadeva l’aula del tribunale, grazie al botta e risposta tra il giudice Lieberman, l’avvocato di Amro –il noto difensore dei diritti civili Gaby Lasky– e lo stesso Amro.

Lieberman era stato anche il giudice che aveva presieduto il noto processo di Ahed Tamimi, l’allora sedicenne Palestinese, diventata una cause célèbre internazionaleper aver dato un calcio e schiaffeggiato un impassibile soldato israeliano, e che per questo fu poi arrestata. Tamimi si dichiarò colpevole di aggressione e istigazione, e Lieberman la condannò a otto mesi di prigione, meno il tempo già trascorso in carcere.

Il giudice Lieberman, il cancelliere del tribunale, il pubblico ministero e il portavoce dell’esercito che mi accompagnava, tutti indossavano una divisa militare. Ma il giudice Lieberman e il pubblico ministero, il maggiore Ben Bar, avevano in comune un’altra cosa oltre alla divisa militare. Entrambi indossavano una kippah lavorata a maglia, un segno distintivo del movimento religioso sionista. Entrambi sono nati in Nord America, in stridente contrasto con Amro, la cui famiglia ha vissuto ad Hebron per più di dieci generazioni. Ed emerse che Lieberman e Bar avevano anche qualcos’altro in comune: erano imparentati, per via di matrimonio –un fatto che il giudice rivelò in aula alla fine di quella lunga giornata di deposizioni.

“Lo sai cosa sono sei gradi di separazione?” chiese il giudice Lieberman a Amro, sembrando più un cugino qualunque dal New Jersey che un giudice militare israeliano. “Quando si tratta di sionisti, c’è solo un grado di separazione”.

Questa riunione di famiglia era senza alcun dubbio meno piacevole per Amro, che è visto come una minaccia, non solo da parte dell’esercito israeliano (IDF), ma anche dai coloni di stampo religioso che vivono nei territori. La presenza in Cisgiordania di queste comunità di coloni sempre in espansione, insediate, talvolta illegalmente, sotto la protezione dell’esercito israeliano, è vista da molti come il principale ostacolo ad un qualsiasi futuro stato palestinese e ad un accordo di pace negoziato. Nel corso del suo attivismo, Amro ha avuto numerosi alterchi, soprattutto con i coloni di Hebron che sono conosciuti –perfino dai loro alleati– per il loro fanatismo.

Passate un po’ di tempo con Amro ad Hebron e li incontrerete. Lo seguono, lanciandogli insulti, chiamandolo figlio di puttana e terrorista, spingendogli in faccia la macchina fotografica o addirittura schiaffeggiandolo. Tutto questo mentre i soldati nelle vicinanze non muovono un dito. Non possono muovere un dito; poiché i coloni sono cittadini israeliani, non rientrano sotto la loro giurisdizione. Amro invece sì, naturalmente.

Uno dei principali antagonisti di Amro è il leader dei coloni Baruch Marzel, anche lui nato in America. Avevo visto Marzel la sera prima del processo di Amro, quando ero andata ad una riunione pre-elettorale del partito razzista Jewish Power, l’erede ideologico del rabbino Meir Kahane (Kahana in ebraico). Prima che finisse assassinato, Kahane sosteneva la pulizia etnica degli Arabi da Israele e la criminalizzazione dei matrimoni tra Ebrei e Arabi. Il partito che aveva fondato fu messo fuori legge dopo che uno dei suoi seguaci, Baruch Goldstein, aveva ucciso nel 1994 ventinove Palestinesi che pregavano nella Moschea di Abramo ad Hebron. Issa è nato a poche centinaia di metri dalla Moschea, a meno di un miglio da dove vive ora.

Malgrado questi precedenti, il partito Jewish Power è improvvisamente diventato un protagonista a livello nazionale nelle recenti elezioni israeliane, da quando Netanyahu, per paura di perdere voti di destra, ha fatto in modo che il Jewish Power si unisse a un altro partito di destra per sostenere la sua corsa alla rielezione. La riunione a cui ero andata era promossa dal membro del Jewish Power Itamar Ben Gvir (che è noto per tenere incorniciata a una parete la foto del pluriomicida Goldstein) e da Bezalel Smotrich del partito Jewish Home: proprio i due partiti che si sono riuniti alle elezioni dietro richiesta di Netanyahu. Inoltre, la Corte Suprema israeliana ha impedito a un altro membro del partito, Michael Ben Ari, di candidarsi alle stesse elezioni a causa delle sue vedute apertamente razziste.

Durante la riunione, questo Ben Ari gridava: “Quando mi chiedono se sono un seguace del maestro Kahana, rispondo: ‘Certamente, certamente!’”, e poi si dava da fare per dirigere la folla a cantare “Il rabbino Kahana vive!” Poi è stata la volta di Marzel, che veniva presentato come “una persona molto speciale, che ha lavorato col rabbino Kahana (Dio vendichi la sua morte), un uomo che tutti gli Arabi di Hebron conoscono come uno con cui è meglio non litigare.”

Marzel vive a pochi passi da dove vive Amro, nell’antico ed ora irrequieto quartiere di Tel Rumeida ad Hebron, dove si crede abbia vissuto il patriarca Abramo. Ci sono innumerevoli filmati di Marzel che attacca i Palestinesi sul selciato di questo luogo venerato. C’è anche un filmato del 2013 di Marzel che va verso il cancello della casa di Amro e colpisce Amro in faccia. Nonostante la prova dell’attacco contenuta nel video, è stato Amro ad essere arrestato dall’esercito quando i militari sono arrivati sulla scena.

Marzel, infatti, è stato imputato per l’attacco da un tribunale civile israeliano, ma ha rifiutato di presentarsi. E sono passati ormai sei anni, apparentemente senza alcuna conseguenza per lui.

E mentre Marzel ha eluso il giudizio per il suo attacco violento contro Amro, in aprile Amro ha reso deposizione sulla sua resistenza nonviolenta davanti al tribunale militare israeliano. Ha parlato in inglese, con il permesso di Lieberman, con una pausa ogni paio di frasi per permettere al giudice Lieberman di tradurre al cancelliere, che ha redatto la testimonianza di Amro in ebraico.

“Non ho mai commesso né sostenuto alcuna forma di violenza e non lo farò” ha detto Amro. “Sono stato arrestato molte volte perché sono sotto la legge militare e non ho gli stessi diritti degli altri, specialmente dei coloni di Hebron, che depositano false denunce su di me. Faccio tutto in accordo con la legge, senza alcun tipo di sostegno alla violenza o all’istigazione. Ma l’occupazione non mi vede di buon occhio perché difendo i miei diritti, i diritti del mio popolo e la mia identità.”

L’esercito israeliano vede le cose in un altro modo. “L’esercito israeliano (IDF) rispetta il più alto standard di libertà di parola e di dimostrazione in pubblico, pur mantenendo le dovute preoccupazioni per la sicurezza pubblica”, così ha scritto un portavoce in una dichiarazione inviatami in risposta a una lista di domande. Ma molti credono che la resistenza nonviolenta presenti per Israele una minaccia molto più potente, a lungo termine, di qualunque violenza.

“Israele non ha paura della violenza”, mi disse Hanan Ashrawi. “Reagiscono immediatamente con i proiettili e le bombe. Ma quando i Palestinesi usano la nonviolenza, non sanno come rispondere, e la chiamano delegittimazione”.

Non sono solo i Palestinesi a veder le cose in questo modo. “Sai qual è la cosa che più terrorizza lo Stato di Israele? Che le persone, senza armi, si mettano in marcia” mi disse Ayalon, l’ex capo dello Shin Bet. “Immaginati 100.000 Palestinesi che si mettono in marcia verso Gerusalemme. Marciando, nient’altro. Cosa farebbe l’esercito? Immagina che ne uccidano cinquanta, che ne uccidano cento, ne uccidano trecento. Cosa succederebbe se continuassero a marciare?”

La nonviolenza palestinese pone una minaccia così grande che Israele sembra voler cancellare completamente questo tipo di attivismo, presentando tali espressioni della società civile come potenziali minacce.

“La violenza non è solo violenza” mi disse Ayalon. Il comportamento dell’esercito non dipende solo dal livello del terrorismo, ma da quello che l’opinione pubblica percepisce come il livello potenziale di violenza che esiste in ogni protesta. In ogni protesta nonviolenta, c’è un potenziale di violenza”.

*

Israele ha occupato la Cisgiordania da quando ha preso Gerusalemme nel 1967, alla fine di una serie di vittorie contro la Giordania durante la Guerra dei Sei Giorni. Israele ha sempre giustificato la sua continua occupazione militare in base al fatto che è necessario salvaguardare la sicurezza dei cittadini israeliani. E certamente c’è stato un tempo in cui questo è stato un argomento convincente. Come mi ha ricordato Ayalon, la seconda intifada è iniziata con le proteste popolari in Cisgiordania. Ma la seconda intifada spiega anche perché gli attacchi terroristici contro Israele sono declinati. L’ultima volta che è stato a New York, ho chiesto a Ayalon perché è finita la seconda intifada. Molti ne attribuiscono il merito alla barriera di separazione che Israele ha costruito per porre fine alla violenza. Ma Ayalon citò un’altra causa.

“Secondo me, è soprattutto la sofferenza del popolo palestinese”, ha detto. Poi ha approfondito: “Chiunque abbia 35 anni o più ricorda la seconda Intifada. Nel corso di tre anni, 3.500 Palestinesi furono uccisi. È l’equivalente dell’uccisione di 8.000 Israeliani.” In Israele, ha continuato, “sono morti in 1.200, per lo più civili, e ancor oggi soffriamo il trauma della seconda Intifada”.

Recenti sondaggi mostrano che solo il 35% dei Palestinesi sostiene la resistenza armata contro Israele. Forse per questa ragione, Israele non ammanta più l’occupazione con ragioni di sicurezza. “Il fattore sicurezza sta scomparendo dal dibattito pubblico”, ha dichiarato Ayalon. “È sempre più un fattore ideologico”.

Non è il solo a pensarla così, dice. “Il 90% dei dirigenti dell’apparato di difesa – sia passati che attuali – non pensano che l’occupazione sia un elemento di sicurezza”, mi ha detto Ayalon. “L’occupazione non è una risorsa, ma un peso per la sicurezza. E causa violenza. Fino a quando non porremo fine all’occupazione, saremo meno sicuri”.

Questa visione non trova corrispondenza nella politica del governo israeliano. Sotto il governo decennale di Netanyahu, l’occupazione è diventata via via più radicata e più cruenta. Lungi dal cercare una soluzione negoziata, Netanyahu ha promesso, appena qualche giorno prima delle ultime elezioni, di annettere territorio dalla Cisgiordania occupata dagli insediamenti ebraici e di rompere con tutti i precedenti realizzando avamposti di sovranità israeliana.

Se in qualche posto come la città di Ramallah in Cisgiordania è possibile di quando in quando dimenticare la presenza dell’esercito israeliano, nelle aree in cui gli insediamenti proliferano (la zona designata, fin dalle trattative di Oslo degli anni Novanta, come “area C”) la presenza dell’IDF è parte integrante della vita quotidiana, insieme alle infrastrutture militari necessarie per la “protezione” dei coloni. A Hebron ci sono ventidue posti di blocco in un chilometro quadrato, come ha testimoniato Issa. E c’è una via della loro città da cui i Palestinesi sono completamente banditi.

Amro discute con un colono israeliano durante una manifestazione palestinese contro una decisione del governo che rinforza i diritti dei coloni a Hebron, Cisgiordania, 18 settembre 2017. Hazem bader/AFP/Getty Images

La sistematica spoliazione dei Palestinesi dei loro diritti lascia loro poche alternative, ha testimoniato Amro a Ofer: “O usare la violenza contro l’oppressione ed essere parte del problema; oppure restare in silenzio e vivere come un cittadino di seconda o terza classe senza alcun diritto, con la propria dignità distrutta o sminuita”. Ma c’è anche una terza opzione, ha detto Amro, quella che lui ha perseguito: “Io ho scelto di essere parte della soluzione, utilizzando la resistenza nonviolenta e un approccio basato sui diritti umani”.

“Ho studiato molti casi di nonviolenza nella storia del mondo”, ha testimoniato Amro, facendo una pausa perché il giudice Lieberman potesse tradurre per il cancelliere. “Sono molto convinto della nonviolenza e ho iniziato a convincere la società in cui vivo a utilizzare la nonviolenza. Ho cominciato ad insegnare l’uso della resistenza nonviolenta ai giovani, alle loro famiglie, alle donne. La cosa più importante che ho deciso di fare è stata, nel 2006, quella di dare videocamere alle famiglie palestinesi perché potessero filmare le violenze nei loro confronti, per filmare soldati e coloni che violano le leggi israeliane”.

È stato questo, ha sostenuto Amro, che lo ha reso un bersaglio. “Dare i video ai media, specialmente ai media israeliani e alla polizia israeliana, mi ha reso il loro principale nemico”, ha detto Amro.

Il pubblico ministero era di un’altra opinione. Parte del suo contro-interrogatorio si è concentrata sulle accuse di avere resistito all’arresto e di avere spinto un soldato, accuse che Amro ha rigettato. L’accusa ha anche contestato ad Amro di aver violato la legge per aver “istigato” i suoi compagni palestinesi dicendo loro, secondo l’accusa, di ignorare l’ordine di un soldato. Un’accusa di violenza privata e un’altra di danneggiamento volontario sono state ritirate dopo che l’accusatore per diverse volte non si era presentato a testimoniare (e perché i filmati smentivano l’accusa). Il resto delle accuse contro Amro riguardavano una serie di episodi tutti relativi a resistenza nonviolenta o altre forme di attivismo di comunità.

Nella maggior parte dei casi, il pubblico ministero non ha contestato l’affermazione di Amro di essere nonviolento. In realtà, c’era poco su cui accusa e difesa non fossero d’accordo. La maggior parte del contro-interrogatorio si è concentrata non sul punto se Amro avesse o non avesse fatto certe cose, ma se avesse o non avesse il diritto di farle. Per esempio, Amro è stato accusato di aver partecipato “ad una marcia, assemblea o veglia senza permesso”. Lui, a sua volta, non ha contestato di aver partecipato alla manifestazione. Ha contestato l’idea stessa di dover essere autorizzato per poter esercitare il suo diritto di pubblica riunione.

“Secondo il diritto internazionale, come Palestinese sono autorizzato ad esprimere la mia opinione, ad esercitare il mio diritto di pubblica riunione, e a prendere parte ad azioni pacifiche”, ha detto. “E secondo ciò che ho studiato, penso che la legge israeliana debba conformarsi a quella internazionale”.

“Quale legge internazionale?”, ha chiesto il giudice Lieberman.

“La convenzione di Ginevra”, ha detto Amro.

“Ma hai il diritto di partecipare a una manifestazione di qualunque numero di persone?” ha chiesto Lieberman.

“Possiamo sempre manifestare pacificamente”, ha detto Amro.

“Hanno detto che istigavi”, ha detto Lieberman.

“Io non istigo”, ha detto Amro. “Utilizzano questo termine in maniera errata, io sono una persona che crede nella nonviolenza”.

Poi il pubblico ministero ha chiesto se Amro avesse ricevuto autorizzazione per la manifestazione.

“No”, ha detto Amro, “ma non esiste una procedura di autorizzazione per una manifestazione”.

Il pubblico ministero ha detto di non credere che Amro dia consulenza legale alle famiglie di Hebron, ma non sappia come ottenere l’autorizzazione per una manifestazione.

“La inviterò a cena a casa mia se riesce ad ottenere l’autorizzazione per una qualunque manifestazione di Palestinesi”, ha detto Amro.

“Non hai ricevuto autorizzazione per alcuna delle manifestazioni cui hai partecipato?”

“Non esiste alcuna procedura da seguire”, ha risposto Amro.

In un altro momento, sembrava che ad essere sotto processo fosse l’occupazione stessa. “Quando hai fondato Youth Against Settlements, l’idea era di opporsi a tutti gli insediamenti, anche quelli legittimi?”, ha chiesto il pubblico ministero ad Amro.

“Chiedo scusa, mi dispiace, ma non esistono insediamenti legittimi!” è intervenuta Lasky, l’avvocata di Amro.

“Visto che ne stiamo parlando, signora Lasky” ha detto Lieberman, che vive in un insediamento, tornando all’ebraico, “mi spieghi su quali basi dice che non esistono insediamenti legittimi”. E il procedimento è stato sospeso mentre discutevano la questione.

Dopodiché il pubblico ministero ha proseguito tempestando Amro con una serie di domande su cose che Amro avrebbe detto a soldati o a funzionari della polizia di frontiera. “Non hai gridato contro la polizia di frontiera?”, “Perché hai gridato contro i funzionari di polizia?”, “Hai detto che non aveva il diritto di arrestarti?”, “Hai detto al funzionario di polizia di stare zitto?”, “Non hai gridato alla stazione di polizia?”, “Hai insultato il funzionario di polizia?”, “Nel corso della manifestazione del 2016, hai gridato durante la protesta? Hai intonato slogan?”.

È stato scioccante, come Americana educata sul presupposto di un diritto inattaccabile alla libertà di espressione sancito dal Primo Emendamento, seguire il filone di accusa di un procedimento penale che sembrava basarsi non sulle azioni di Amro, ma sulle cose che lui avrebbe detto, e perfino sul tono o sul volume con cui le avrebbe dette.

“Ci sono diversi livelli di istigazione”, ha scritto l’IDF nella sua dichiarazione. “Un esempio di istigazione può essere istigare ad un comportamento fisicamente violento, ma l’istigazione può essere definita in modo più ampio come l’incoraggiamento di qualunque condotta illegale. Chiunque spinga qualcuno a disobbedire a una legge sta anch’egli mettendo in pericolo la sicurezza pubblica”.

Ma la mia distanza americana dal procedimento è evaporata quando la Corte ha ripreso l’udienza dopo la pausa per il pranzo. Un gruppo di osservatori stranieri aveva preso parte al processo durante la sessione mattutina, e quando non sono rientrati dopo pranzo, il giudice ha voluto sapere chi era rimasto nella sua aula. Rivolgendosi a tutta l’aula, il giudice ha chiesto che i restanti visitatori si identificassero.

“Sono Batya Ungar-Sargon. Sono una giornalista americana”, mi sono presentata io.

“Batya cosa?” ha chiesto il giudice Lieberman.

“Ungar-Sargon”.

Ha annuito.

“Lo sa che siamo parenti?”, ha chiesto, passando all’inglese. Poi ha delineato l’albero genealogico che ci collega (Lieberman è sposato con una prima cugina di mia madre).

E di fronte alla corte, mi ha invitato a seguirlo ad una cerimonia funebre in onore di una mia prozia recentemente spirata, che si sarebbe tenuta a casa di un altro cugino a Gerusalemme. Si è anche offerto di darmi un passaggio.

È stato sconcertante scoprire di essere legata – letteralmente! – allo stesso sistema intento a imprigionare un difensore dei diritti umani che ammiro di cuore. Più che sconcertante, avrei voluto sprofondare nel pavimento sotto di me! (Quando poi ne ho parlato con Issa, lui è stato più conciliante “Sono in grado di distinguere tra fratelli e sorelle” mi ha detto scrollando le spalle “I fratelli di alcuni miei cari amici sono coloni.”

Pensandoci meglio, era ovvio che fossi legata a questo sistema. Ancor prima di sapere di essere parente del giudice Lieberman ho visto due diverse strade che conducono all’aula del tribunale: una per le persone come me e un’altra per le persone come Amro. Da Ebrea, non posso prendere le distanze da ciò che fanno questi tribunali, che hanno sempre dichiarato di agire nel mio nome. Persino noi Ebrei contrari all’occupazione – come la maggior parte degli Ebrei americani – non possiamo ignorare il fatto che in qualsiasi momento potremmo scegliere di trasferirci in Israele e diventarne cittadini a tutti gli effetti, mentre ci sono milioni di persone che vivono sotto le leggi di Israele eppure non possono diventarne cittadini.

E che io viva o meno in Israele, è stato il mio stesso esercito ad aggredire, arrestare e processare Amro: quell’esercito creato per difendere il popolo ebraico dalla minaccia che possano ripetersi le atrocità subite dalla mia famiglia. Niente di ciò che penso o dico potrà cambiare questo dato di fatto.

C’è stata una volta in cui, dopo aver visitato Issa a Hebron, sono rimasta ad aspettare da sola in una strada buia e deserta, in attesa di un bus che non arrivò mai (la fermata del bus peraltro si trova in una strada a cui a Issa è proibito entrare). Una jeep militare mi si è accostata e il soldato a bordo mi ha fatto cenno di salire, spostando il fucile dal sedile del passeggero a quello sul retro, vicino a un seggiolino per bambini tutto colorato. Mi ha accompagnato fino ad un’altra fermata del bus in una colonia poco distante, dove mi ha detto che passano più bus e mentre questi ci passavano davanti uno dopo l’altro, siamo rimasti a sedere più di un’ora, discutendo di politica.

“Pensi che mi piacciano persone come Baruch Marzel?” mi ha chiesto, scuotendo la testa “Qui è tutto molto complicato. Quando i ragazzi palestinesi ci lanciano i sassi, io dico sempre ai miei soldati che non sono autorizzati a sparare. Chi è il violento, in questo caso?”

Mentre parlavamo, sapevo che il fucile sul retro della jeep non sarebbe mai stato puntato contro di me, era una minaccia alla mia incolumità tanto quanto il seggiolino su cui poggiava.

*

In una società democratica, un tribunale è legittimato dal governo che lo nomina, il quale a sua volta viene legittimato dal voto degli elettori. In altre parole, la corte è autorizzata a esercitare il potere giudiziario dai cittadini, con l’impegno di proteggere e tutelare i loro diritti civili. Questo è, in democrazia, l’accordo che vige tra lo stato e i suoi cittadini: governaci in modo giusto e voteremo per te, maltrattaci e voteremo per scacciarti. Tutti i poteri dello stato in una democrazia si basano su questo equilibrio.

Tuttavia i Palestinesi processati a Ofer sono chiamati a comparire di fronte a una corte nominata da un governo che non è il loro, poiché non hanno diritto di voto in Israele. Peggio ancora, vengono processati dalle forze di occupazione per presunti crimini contro una società a cui non appartengono e in cui non vivono: a Ofer infatti si perseguono solo i crimini commessi da Palestinesi contro Ebrei – gli unici ad avere diritto di voto. I crimini di cittadini Palestinesi ai danni di altri Palestinesi vengono perseguiti dai tribunali dell’Autorità Nazionale Palestinese, mentre i processi per crimini compiuti dagli Ebrei contro i Palestinesi vengono generalmente tenuti nei tribunali civili in Israele. Se scoppia una rissa tra un Palestinese e un Ebreo in Cisgiordania ed entrambi vengono denunciati, sono processati da tribunali diversi: il primo spedito di fronte ad una corte militare, il secondo civile.

“In uno stato democratico, il tribunale civile si pone esattamente a metà strada tra i diritti umani dell’imputato e l’interesse dello stato” spiegava Yuval Shany, professore di diritto internazionale e primo Israeliano a sedere nel Comitato per i Diritti Umani delle Nazioni Unite “Non credo che i tribunali militari nei territori occupati abbiano questa percezione di sé, credo invece che si considerino uno strumento per proteggere la sicurezza di Israele all’interno dei vincoli del sistema legale.”

Questo non vuol dire che i tribunali militari non siano legittimati. Il diritto internazionale riconosce la loro giurisdizione nelle situazioni in cui una forza occupante esercita il potere giudiziario in assenza di un governo democraticamente eletto. Questa deroga alla norma è concessa solo come misura temporanea, come avvenne per esempio nella Germania dell’Ovest dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale, durante l’occupazione americana. Quando però l’occupazione diventa la norma, è giusto mettere in discussione tutte le sue istituzioni, inclusi i tribunali militari.

“Sembra che il governo israeliano non sia interessato ad affrontare la situazione secondo le regole previste dal diritto internazionale” aggiungeva Shany “e penso che questo metta in discussione la legittimità dell’autorità che esercita.”

Lungo la strada per la cerimonia funebre in memoria della mia prozia, il giudice Lieberman non ha risposto a nessuna domanda su questi argomenti, né sul caso Amro, né su come giustificasse a sé stesso il fatto di giudicare Palestinesi che hanno meno diritti di lui o cosa si intenda con “incitamento alla nonviolenza”. Non era autorizzato a parlare con una giornalista.

“Per l’IDF Issa Amro è innocente [fino a prova contraria]”, ha scritto in una nota un portavoce dell’esercito in risposta delle mie domande. “Questo non cambia fino alla fine del processo. Qualunque persona o organizzazione che agisca partendo dal presupposto che Issa Amro sia colpevole lo sta facendo in aperta contraddizione rispetto ai valori di uno stato democratico.” Purtroppo l’IDF non si è espresso sul quesito se processare un cittadino che non ha diritto di voto sia coerente con i suddetti valori democratici, ma un altro giudice è stato disposto a concedermi un’intervista (a condizione che restasse anonima), tratteggiando un quadro complesso del suo collega Lieberman, mio cugino.

La maggior parte dei giudici dei tribunali militari ha speso la propria intera carriera in quelle corti, mi ha spiegato il collega di Lieberman. Molti di loro vengono avviati agli studi di legge dall’esercito, in base a un programma chiamato “Atuda“. Non è stato così per il giudice Lieberman.

“Menachem [Lieberman] è uno dei rari casi in cui una persona che ha servito nell’esercito decide di ritornare dopo aver lasciato l’esercito per fare il giudice”, mi ha spiegato. Mi dice che è una cosa inusuale. “Ha talento. È intelligente. Potrebbe vivere una bella vita lontano dall’esercito. Ma ha scelto di andare là perché pensava che essere un giudice nei territori occupati fosse una cosa importante.”

Questo ovviamente solleva delle perplessità, mi spiega, specie nei confronti di chi, come Lieberman, vive nelle colonie.

“Questa persona avrà deciso di entrare nell’esercito perché è un estremista di destra che odia gli Arabi e vuole solo perseguitarli e sottoporli a pene ingiustamente severe? Oppure è davvero una persona che crede nello stato di diritto e pensa di poterne applicare le regole nei territori occupati in maniera equa? Penso di poter dire che Lieberman appartiene alla seconda categoria” mi dice il giudice “Nonostante sia religioso e viva nelle [colonie], nonostante abbia una moglie fortemente conservatrice, è davvero una persona che crede profondamente nei diritti umani e nello stato di diritto.”

Ho saputo poi che Lieberman aveva partecipato a un’iniziativa promossa dai giudici stessi nell’intento di porre un limite ai poteri del tribunale, e in particolare per introdurre regole più ragionevoli nei tribunali dei minori (si calcola che Israele arresti ogni anno circa 800 minori palestinesi). E i giudici militari, tra cui Lieberman, hanno votato per limitare i loro stessi poteri.

“Da un punto di vista filosofico, [il tribunale militare] è naturalmente delegittimato dal fatto che gli altri [gli Israeliani] vanno al tribunale civile,” mi ha detto questo giudice. “Ma nella realtà, noi prendiamo le cose con la massima serietà. D’altra parte, qual è l’alternativa? Lasciare tutto nelle mani [dell’esponente di Jewish Power] Ben Gvir?”

“Bisogna tener presente che la legge nei Territori è dura,” ha aggiunto. “Ma all’interno di questi confini uno la può applicare in un modo duro o in un modo liberale, e io credo che [Lieberman] la applichi in modo liberale.”

Per una strana coincidenza, questa valutazione mi tornò come un’eco alcuni giorni dopo, quando intervistavo Ahed Tamimi, l’attivista adolescente che Lieberman aveva condannato a otto mesi di carcere. Lei volle subito mettere in chiaro che considerava illegittimo il sistema giudiziario. “Penso che tutto questo tribunale militare sia solo un teatro per i media, tanto per far vedere che fanno dei veri processi per noi Palestinesi,” mi disse. “Alla fine, non importa chi sia il giudice: resta il fatto che io sono una civile e vengo giudicata in un tribunale militare.” Eppure, aggiunse, era stata piacevolmente sorpresa dal fatto che Lieberman le avesse dato solo otto mesi. “A esser sincera, fui contenta perché, fino all’ultimo giorno del processo, l’accusa chiedeva quattro anni.”

A differenza di Amro, Tamimi non si sente impegnata nella nonviolenza e non fa distinzione fra Israeliani civili e Israeliani militari. “Spetta a loro unirsi alla nostra lotta e mostrare al mondo che un Ebreo è diverso da un Sionista,” mi ha detto. “Non è mio compito far capire al mondo questa differenza. Anche la resistenza nonviolenta è importante, ma non siamo tenuti a distinguere, questo è un civile, questo è un militare.”

“In fin dei conti, lo vediamo tutti che siamo sotto occupazione, che ci hanno preso la nostra terra e le nostre case. Se uno accetta di far parte dell’occupazione, allora non c’è nessuna differenza tra lui e loro.”

Queste sono parole scioccanti. Ma d’altra parte, quando Amro viene accusato di incitamento (un concetto normalmente legato alla violenza), anche Israele mostra di non fare distinzione tra chi resiste in modo violento o nonviolento alla sua violenta occupazione. E se Israele processa un civile in un tribunale militare, tratta un attivista gandhiano alla stregua di un militare, non distinguendo tra civili e militari, esattamente come fa Ahed Tamimi.

Con questo non voglio dire che, all’interno del sistema militare, ad Amro sia stato negato un giusto processo. Anzi, la legge militare israeliana gli lascia una maggior libertà di parola di quanta ne avrebbe dal sistema giudiziario dell’Autorità Palestinese. (“L’AP ha fatto certamente degli errori,” mi ha detto Hanan Ashrawi. “Hanno violato la libertà di parola, e noi ce ne stiamo occupando. Ma non si possono fare paragoni con Israele, dove siamo di fronte a un’occupazione. Non giustifico violazioni di alcun tipo, ma non si può dire che sono tutte uguali.”)

Ma questo “giusto processo” avviene pur sempre all’interno dell’occupazione e anzi è strettamente legato ad essa. E lo stesso tipo di intima vicinanza causata dall’occupazione –come si vede ad Hebron: coloni israeliani oltranzisti che vivono gomito a gomito con i residenti palestinesi della città– sembrava riprodursi nella strana scoperta dei rapporti di parentela venuti alla luce nell’aula di tribunale di Lieberman. Più tardi, alla cerimonia funebre per la mia prozia, un altro membro della famiglia mi disse che Lieberman era imparentato con solo con il pubblico ministero e con me, ma anche con lo stesso Baruch Marzel. (Lieberman non me l’ha voluto confermare perché non era autorizzato a parlarne con me, ma il suo collega mi ha spiegato che la Corte Suprema israeliana non è molto rigorosa in fatto di ricusazioni giudiziarie perché, in un paese così piccolo, succede spesso che le persone siano imparentate tra loro.)

Malgrado l’imbarazzo che tutto ciò mi procurava, c’erano momenti in cui proprio questa situazione di intima vicinanza mi apriva alla speranza. A un certo punto durante il processo, il pubblico ministero ha chiesto se Amro rispettava l’autorità dell’apparato militare israeliano.

“Ti chiedo se rispetti l’autorità di questo tribunale. Pensi che questo sarà un processo legale?”

Lasky si oppose a questa domanda, ma non ce n’era bisogno.

“Neanche io voglio una risposta,” interruppe rapidamente Lieberman in ebraico. “Non è interessante una sua risposta. Se mi è permesso, io rispetto lui. Non ho bisogno che lui rispetti me. Questa non è una cosa importante per me,” ha aggiunto Lieberman.

Poi si è rivolto ad Amro, tornando a parlare inglese. “Magari se ci troviamo a parlarne davanti a una tazza di caffè mi potrai dire cosa ne pensi, ma non c’è bisogno che tu lo dica qui.”

“La porterò a fare una passeggiata a Hebron e parleremo di tutto questo,” ha detto Amro.

“Verrò con mia cugina,” ha detto Lieberman sorridendo.

*

La maggior parte degli Israeliani non vuol essere coinvolta nel negare i diritti degli altri o nel comandare a un popolo che non ha eguali diritti. Ma il fatto è che loro nemmeno vedono come stanno le cose: il loro governo lo nasconde dietro un enorme muro di cemento che separa la Cisgiordania dal resto di Israele, e gli Israeliani non possono neanche andare in molte parti della Cisgiordania dove vivono i Palestinesi. Grandi cartelli rossi ai posti di blocco che dividono Israele dai territori palestinesi li avvertono che la loro vita è in pericolo.

Dato che l’occupazione è nascosta ai loro occhi, molti Israeliani lamentano –in buona fede, credo– la mancanza di un “interlocutore per la pace” dalla parte palestinese. Irretiti tra la retorica dei politici e le loro ragionevoli paure per la sicurezza, non vedono fino a che punto l’apparato militare israeliano sia impegnato a sopprimere proprio quello sviluppo della società civile palestinese che potrebbe produrre un tale “interlocutore”.

La seconda Intifada è finita solo quindici anni fa. Si può allora capire perché i militari israeliani rimangano in allerta di fronte a ogni accenno di una nuova rivolta. Ma facendo ciò, sono diventati incapaci di interpretare correttamente cosa sta succedendo nella politica palestinese. Se sei un martello, vedi chiodi dappertutto. O, come dice Ayalon, “La misura della violenza è in gran parte determinata dalla paura che l’apparato di sicurezza israeliano ha di cose che potrebbero succedere.”

I militari israeliani possono credere che qualunque tipo di organizzazione palestinese porti necessariamente a una resistenza violenta. Ma la violenza non è il prodotto naturale di una società civile, anzi è il suo contrario.

In un saggio del 1969 apparso su Review col titolo “Riflessioni sulla violenza,” la teorica politica Hannah Arendt faceva una distinzione tra potere e violenza. Secondo la sua analisi, il potere è la forza che viene dai numeri, il dominio dei molti sui pochi, mentre la violenza è ciò che succede quando i pochi cercano di prevalere sui molti. Amro ha detto una volta che la nonviolenza rafforza la società civile. La Arendt ha fatto un passo avanti: la nonviolenza è la società civile.

Il movimento BDS può risultare offensivo per qualcuno di noi Ebrei. Ma è anch’esso una forma di resistenza nonviolenta e il suo esempio ha influito sulla svolta avvenuta nella società palestinese da una resistenza violenta a una strategia di nonviolenza. Con questo, il movimento BDS è diventato uno dei principi fondativi della società civile palestinese, ciò che spiega perché Israele si accanisce così tanto a criminalizzarlo.

“Penso che Israele abbia paura degli attivisti nonviolenti,” mi diceva in aprile l’avvocato Gaby Lasky. “Israele sa, grazie a Dio, come combattere il terrorismo e la violenza. Ma se un numero molto grande di dimostranti nonviolenti avesse modo di riunirsi in cortei e manifestazioni, come accadeva in India al tempo di Gandhi, non so come Israele sarebbe in grado di fermarli. E allora, forse, questo sarebbe un punto di svolta nell’occupazione.”

Batya Ungar-Sargon è l’opinion editor di Forward. Suoi articoli sono comparsi su The New York TimesForeign Policy, e The Washington Post. (maggio 2019)

Traduzione di Orena Palmisano, Chiara Ascari, Dora Rizzardo, Matteo Cesari.

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