Un israeliano mi ha sparato. Un israeliano mi ha guarito.

La storia di un giovane palestinese dimostra che la pace è ancora possibile.

di Yousef Bashir

The New York Times, 26 aprile 2019

Ragazzi palestinesi guardano da casa i soldati dell’esercito israeliano che conducono un’operazione nel 2005. Ruth Fremson/The New York Times

Sono nato e cresciuto nella striscia di Gaza. Per anni, i miei “vicini” sono stati i soldati israeliani di stanza nell’insediamento di Kfar Darom, dall’altra parte della strada di casa mia. Nonostante l’insediamento fosse illegale, mio padre mi insegnò a non provare mai ostilità nei confronti dei soldati. Erano figli di Abramo, come eravamo noi Palestinesi.

Ma nel settembre del 2000, quando avevo 11 anni, tutto questo cambiò. Una sera dopo cena i soldati cominciarono a sparare contro le finestre della cucina. Mentre strisciavamo verso il centro della casa, potevo vedere i proiettili che mi rimbalzavano intorno.

Subito dopo, i soldati dissero a mio padre che era arrivato il momento di andarsene. Volevano usare la nostra casa come centro di comando. Mio padre rifiutò, gentilmente ma con fermezza: “Sono un uomo pacifico. Non sono un vostro nemico. Non c’è nessun bisogno che io me ne vada. Se non siamo al sicuro nella nostra casa, allora non saremo al sicuro da nessuna parte”.

Khalil Bashir, il cui figlio era stato colpito alla schiena, di fronte alla sua casa nella Striscia di Gaza, nel 2005. La casa era stata occupata dall’esercito israeliano per cinque anni. Marco Di Lauro/Getty Images

Come punizione per esserci rifiutati di andarcene, i soldati ci resero prigionieri virtuali. Si impossessarono del secondo e del terzo piano, e anche del tetto. La mia famiglia (mia nonna, i miei genitori e noi otto figli) non ebbe più il permesso di salire ai piani superiori o di andare in cortile. Ci dissero che se avessimo violato le regole ci avrebbero sparato. Spesso, di notte venivamo chiusi in soggiorno; a volte venivamo tenuti lì per una settimana o due alla volta. Quando avevamo bisogno di andare in bagno, dovevamo essere accompagnati da un soldato.

Questo andò avanti per anni. La mia casa non era più mia. Era una base per l’esercito israeliano, e io nutrivo molto rancore. E ciò nonostante, mio padre continuava a vivere come se niente fosse cambiato. Pensava che prima o poi i soldati se ne sarebbero andati, e lui avrebbe riavuto la sua casa e la sua terra. Determinato a trattare tutti con gentilezza, si riferiva ai soldati come “i nostri ospiti”. Questo faceva infuriare tutti, tanto la mia famiglia quanto i soldati.

I soldati le provarono tutte per costringere mio padre ad andarsene. Uno gli sbatté la testa contro il muro; un altro crivellò di colpi la sua camera da letto; distrussero i campi dove coltivava datteri e olive, e demolirono la serra dove aveva piantato pomodori e melanzane; spararono all’asino, e incendiarono il capanno dove teneva anatre e polli.

“Perché non lasci questa casa?”, ricordo che un soldato chiese. Mio padre, con la sua bella voce, rispose: “Perché tu non lasci la mia casa?”.

Poi, il 18 febbraio 2004, un soldato mi sparò alla schiena. Accadde di fronte a mio padre e a tre funzionari dell’ONU che erano venuti a esaminare la nostra situazione. Eravamo di fronte a casa, e apparentemente senza alcuna ragione un soldato israeliano mi sparò. (L’esercito disse che lui sosteneva di avere mirato ad una auto sospetta, ma non c’era alcuna auto sospetta). Io avevo 15 anni. Per la prima volta vidi le lacrime negli occhi di mio padre. Non riuscivo a crederci: alla fine erano arrivati anche a lui.

Mentre giacevo su di lui, sul sedile posteriore dell’auto dell’ONU che mi portava all’ospedale, mio padre continuava a dirmi di tenere gli occhi aperti. Tutto quello che riuscivo a fare era mormorare scuse per i miei voti bassi a scuola. Mio padre era il mio dirigente scolastico, ma io non avevo nessun interesse nella scuola, nello studiare inglese, nel leggere i molti libri che mi procurava.

Nell’ospedale di Gaza, a letto, a malapena capace di aprire gli occhi, mi resi conto che non riuscivo a muovere le gambe. Sentii le infermiere chiedersi se avrei mai potuto camminare di nuovo. Poi accadde un miracolo. Dopo tre giorni fu organizzato il mio trasferimento in un ospedale di Tel Aviv. Di solito i Palestinesi come me non avevano il permesso di entrare in Israele ma, probabilmente a causa della copertura mediatica della sparatoria, il governo israeliano diede il permesso a me per essere curato lì e a mio padre per accompagnarmi.

Durante le settimane successive mio padre rimase al mio fianco. Mi parlava della famiglia, del paese, dei suoi sogni e della sua idea della vita. Mi diceva che lo stavo rendendo orgoglioso. Continuava a dirmi: “Ti è stata risparmiata la vita. Si è appena aperta una nuova porta per te”.

A letto paralizzato, frustrato, imprigionato e sofferente, all’inizio mi riusciva difficile capire che cosa intendeva. A volte gli gridavo di lasciarmi stare.

Essere in Israele era una sfida per me. Per anni avevo vissuto con la paura dei soldati israeliani. Adesso ero circondato da medici israeliani, eppure stavano facendo di tutto per salvarmi la vita. La mia infermiera preferita era Seema, una ebrea irachena che mi nutriva, mi puliva, mi dava le medicine e, più importante, mi faceva sorridere. Un soldato israeliano aveva cercato di uccidermi, ma ora degli Israeliani stavano cercando di guarirmi.

I medici decisero di non rimuovere il proiettile dalla mia spina dorsale. Invece venni mandato in una clinica di terapia fisica. Venni messo in una unità con altri 12 bambini, tutti in sedia a rotelle. La maggior parte di loro era israeliana, e alcuni di loro erano indignati per quanto mi era accaduto. Mohammad era un altro ragazzo di Gaza. Era stato ferito mentre camminava vicino ad un’auto bombardata da un elicottero israeliano, e aveva subito danni molto maggiori dei miei. Avrebbe avuto placche metalliche in entrambe le gambe per il resto della sua vita.

Ci volle quasi un anno, ma imparai a camminare di nuovo. Finalmente potevo tornare a casa a Gaza. I soldati erano ancora lì, ma io potevo guardarli dritto negli occhi. Adesso erano loro a distogliere lo sguardo. Le loro pistole non mi spaventavano più, e io riuscivo a vederli come li vedeva mio padre: giovani uomini spaventati.

Pochi mesi dopo, nell’agosto del 2005, Israele si ritirò unilateralmente dalla Striscia, e da casa mia. I soldati avevano occupato quella casa per 5 anni. Ora mio padre poteva di nuovo vivere liberamente sulla terra dei suoi avi. Il suo spirito aveva avuto la meglio. Mi aveva provato che la violenza non è l’unica opzione quando si lotta per la libertà e la dignità. Mi aveva insegnato che cercare la pace non è solo una preghiera, ma anche un obbligo.

Da allora mi sono trasferito negli USA, dove ho parlato a molti gruppi della mia esperienza. La gente deve sapere che uomini e donne buoni, come i miei genitori, esistono in luoghi pieni di guerra e di odio. Possono parlare più sommessamente di altri, ma meritano di essere ascoltati.

Sono arrivato a credere che una maggioranza di Americani, specialmente Ebrei americani, vogliono che il loro governo lavori per la pace e la sicurezza sia per gli Israeliani che per i Palestinesi. Capiscono che il popolo palestinese ha diritto a un proprio stato. Per me, un sopravvissuto al tipo di violenza che così tanti sembrano credere inevitabile, quello stato sarebbe un paradiso, nonostante i suoi inevitabili difetti.

L’esercito israeliano si è scusato con me, e il soldato che mi ha sparato è stato sospeso. Mi chiedo spesso che cosa gli è accaduto da allora, per quale motivo lo aveva fatto e che cosa pensa ora di tutta la faccenda. Mi piacerebbe che potessimo parlare. Gli direi che voglio fare la mia parte per rendere la pace fra i nostri due popoli possibile, nel modo che mio padre mi ha insegnato. Gli direi che l’ho perdonato.

Yousef Bashir è l’autore del libro The Words of My Father: Love and Pain in Palestine.

Traduzione di Rossella Rossetto

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