‘Il viaggio infinito all’inferno’: ogni anno Israele incarcera centinaia di ragazzi palestinesi. Ecco le loro testimonianze.

L’esercito israeliano arresta il quattordicenne palestinese Fevzi El-Junidi dopo gli scontri a Hebron, in Cisgiordania, dicembre 2017 Wisam Hashlamoun / Anadolu Agency

Catturati in piena notte, quindi bendati e ammanettati, sono sottoposti ad abusi e manipolazioni perché confessino crimini che non hanno commesso. I giovani palestinesi ogni anni arrestati da Israele sono circa mille; di loro, alcuni non hanno nemmeno 13 anni.

di Netta Ahituv

Haaretz, 14 marzo 2019.

Al villaggio cisgiordano di  Beit Ummar, situato fra Betlemme e Hebron, era un tipico pomeriggio di fine febbraio, freddo e cupo. Ciò non aveva impedito ai bambini della famiglia Abu-Ayyash di giocare e divertirsi all’aperto. Uno di loro, travestito da Spiderman, saltava allegramente di qua e di là al modo del suo personaggio. D’improvviso si accorsero che dall’altra parte della strada per lo sterrato arrancavano dei militari israeliani. L’espressione di gioia dei bimbi mutò in terrore e loro si precipitarono in casa. Come riferisce il padre, non era la prima volta che reagivano così, anzi: la cosa era ormai usuale da dicembre, dal giorno in cui i militari avevano arrestato Omar, un bambino di dieci anni.

Egli è uno delle molte centinaia dei giovanissimi Palestinesi incarcerati da Israele ogni anno: le stime vanno da 800 a 1.000. Alcuni non hanno ancora compiuto i 15 anni, altri non sono nemmeno adolescenti. La mappa delle località in cui sono incarcerati indica l’esistenza di uno schema preciso: più vicino un villaggio palestinese si trova a un insediamento, più aumenta la probabilità per i minorenni che vi risiedono di essere detenuti da Israele. Nella città di Azzun, ad esempio, situata a ovest dell’insediamento di Karnei Shomron, non si conta quasi famiglia che non abbia mai sperimentato l’arresto. Gli abitanti riferiscono che negli ultimi cinque anni sono stati arrestati più di 150 alunni dell’unica scuola superiore della città.

Omar Rabua Abu Ayyash. Meged Gozani

Gli adolescenti palestinesi imprigionati nelle carceri israeliane sono costantemente circa 270. Solitamente, il motivo dell’arresto – il lancio di pietre – non la dice tutta. In base a quanto riferiscono molti fra gli ragazzini stessi, gli avvocati e gli attivisti, compresi quelli dell’organizzazione per i diritti umani B’Tselem, siamo in presenza di un preciso metodo, anche se alcuni interrogativi restano aperti: per esempio, per quale ragione l’occupazione esiga arresti violenti e perché sia necessario minacciare i ragazzini.

Offesi nella sensibilità dagli arresti dei giovanissimi Palestinesi, alcuni Israeliani hanno deciso di mobilitarsi e combattere il fenomeno. I circa cento membri dell’organizzazione Parents Against Child Detention sono presenti nei social network e organizzano eventi pubblici finalizzati «a incrementare la conoscenza della portata del fenomeno e della violazione dei diritti dei Palestinesi ancora minorenni, e altresì a creare un gruppo di pressione per farla cessare», come spiegano. I destinatari cui essi mirano sono altri genitori, nei quali sperano di suscitare in risposta un sentimento di empatia con le storie di questi bambini.

Le critiche al fenomeno, in generale, non mancano. Oltre a B’Tselem, che lo monitora regolarmente, anche dall’estero hanno protestato. Nel 2013, l’UNICEF, Fondo delle Nazioni Unite per l’infanzia, ha attaccato «i maltrattamenti dei bambini venuti a contatto con il sistema di detenzione militare, maltrattamenti che risultano essere molto diffusi, sistematici e istituzionalizzati». L’anno precedente un rapporto di giuristi britannici concludeva che le condizioni cui sono soggetti i ragazzini palestinesi equivalgono alla tortura, e cinque mesi orsono l’Assemblea parlamentare del Consiglio d’Europa ha deplorato la politica israeliana di arrestare i minorenni e ha dichiarato che «Si deve metter fine ad ogni forma di abuso fisico o psicologico esercitato contro i bambini nel corso degli arresti, dei trasferimenti, dei tempi di attesa e durante gli interrogatori».

L’arresto

Circa la metà degli adolescenti palestinesi arrestati subisce l’arresto in casa propria. Secondo le testimonianze, i militari delle Forze armate israeliane irrompono nelle case in piena notte, catturano i ragazzini ricercati e li portano via (il numero delle ragazzine detenute è esiguo); alle famiglia viene lasciato un documento in cui si dichiara in che luogo il ragazzino è stato portato e con quale accusa. Sul documento, che è in arabo ed ebraico, solitamente il comandante delle Forze riporta però i dettagli soltanto in ebraico, quindi lo consegna ai genitori che non necessariamente sono in grado di comprendere quella lingua, e così non sanno perché il figlio sia stato arrestato.

L’avvocata Farah Bayadsi domanda per quale motivo i ragazzini siano arrestati in questo modo e non invece regolarmente convocati per essere interrogati (secondo i dati, soltanto il 12% dei giovani riceve convocazione per l’interrogatorio).

«Per esperienza posso dire che ogni volta che qualcuno è convocato per un interrogatorio, si presenta», osserva Bayadsi, che svolge la propria opera nella sezione israeliana di Defense for Children International, una ONG globale che si occupa della detenzione di minorenni e della promozione dei loro diritti.

«Generalmente ci viene risposto: “ci muoviamo in questo modo per ragioni di sicurezza”; ciò significa che si tratta di un metodo deliberato, volto non a incontrare i minorenni a metà strada ma a infliggere loro un trauma per tutta la vita».

Infatti, in risposta l’Unità del portavoce dell’IDF ha dichiarato ad Haaretz: «La maggior parte degli arresti di adulti e di minorenni viene eseguita di notte per ragioni operative e dovute alla volontà di preservare un’ordinata struttura di vita ed eseguire azioni mirate ove possibile».

Circa il 40% dei minorenni è detenuto per ragioni riconducibili alla sfera pubblica – solitamente, nell’ambito di quegli incidenti implicanti i lanci di sassi contro i militari. È stato questo il caso di Adham Ahsoun, di Azzun. All’epoca aveva 15 anni e stava tornando a casa da un supermercato locale. Poco distante, un gruppo di bambini aveva iniziato a lanciare sassi contro i soldati e si era dato alla fuga. Ahsoun, che non era fuggito, fu arrestato e condotto in un veicolo militare, al cui interno fu colpito da un soldato. Visto l’accaduto, alcuni bambini corsero a casa di Ahsoun per avvertire sua madre. Preso il certificato di nascita del figlio, costei si precipitò all’ingresso della città per dimostrare ai soldati che era solo un ragazzino. Ma giunse troppo tardi: il veicolo era già partito, diretto a una base militare nelle vicinanze, dove egli avrebbe atteso di essere interrogato.

Per legge, i militari sono tenuti ad ammanettare i ragazzini con le mani davanti, ma in molti casi li ammanettano con le mani dietro la schiena. Inoltre, come ha riferito un militare della Brigata di fanteria Nahal all’ONG Breaking the Silence, a volte le mani del minorenne sono troppo piccole per le manette. Una volta, ha raccontato, il suo reparto aveva arrestato un ragazzino «di undici anni circa» ma le manette erano troppo grandi per le sue piccole mani.

La fase successiva è quella del tragitto: i giovani, con gli occhi bendati, vengono portati in una base militare o in una stazione di polizia situate in un insediamento vicino. «Con gli occhi bendati, l’immaginazione conduce nei luoghi più spaventosi», commenta un avvocato che rappresenta i giovani palestinesi. Molti di questi arrestati non capiscono l’ebraico, così, una volta spinti nel veicolo dell’esercito, sono completamente tagliati fuori da quanto succede intorno a loro.

Nella maggioranza dei casi, prima di essere interrogati, i ragazzini ammanettati e bendati sono spostati da un posto all’altro; a volte sono lasciati all’aperto per un certo tempo. Oltre al disagio e allo smarrimento, i frequenti spostamenti da una parte all’altra comportano un ulteriore problema: vi hanno infatti luogo atti di violenza, con i militari che malmenano i detenuti, senza che se ne abbia documentazione.

Una volta giunti alla base militare o al commissariato, i minorenni sempre ammanettati e bendati sono fatti sedere su una sedia o per terra, dove rimangono alcune ore senza ricevere nulla da mangiare. Questo è ciò che Bayadsi descrive come ‘viaggio infinito all’inferno’. La memoria dell’accaduto «è sempre presente, anche a distanza di anni dal momento del rilascio. Nei ragazzini si instaura un senso persistente di mancanza di sicurezza, che li accompagnerà tutta la vita».

Giovani detenuti palestinesi sotto scorta. Di norma i militari irrompono nelle case in piena notte, prendono i ragazzini ricercati e lasciano alla famiglia un documento che attesta il luogo dell’arresto. Breaking the Silence

La testimonianza resa a Breaking the Silence da un sergente dell’IDF, relativa a un incidente in Cisgiordania, mostra la situazione vista dall’altra parte: «Era la prima notte di Hanukkah, nel 2017. Due bambini stavano lanciando pietre sulla Highway 60, sulla strada. Allora li abbiamo presi e portati alla base. Li abbiamo bendati e ammanettati sul davanti con manette di plastica. Sembravano giovani, potevano avere tra i 12 e i 16 anni».

Quando i soldati si riunirono per accendere la prima candela della festa di Hanukkah, i detenuti furono lasciati all’esterno. «Gridavamo, facevamo baccano, suonavamo le percussioni, era una specie di ritrovo aziendale», ricorda il militare, e aggiunge che riteneva che i ragazzini non sapessero l’ebraico, sebbene avessero forse capito le imprecazioni udite. «Mettiamo, sharmuta [puttana] o altre parole che avrebbero potuto conoscere dall’arabo. Come potevano sapere che non ci riferivamo a loro? Probabilmente avranno pensato che da un momento all’altro saremmo andati a cucinarli».

L’interrogatorio

Gli ex detenuti riferiscono che l’incubo può avere durata diversa. Prima di essere sottoposti all’interrogatorio possono trascorrere dalle tre alle otto ore, ore in cui i ragazzini sono stanchi e affamati, e talvolta sofferenti per le percosse ricevute, terrorizzati dalle minacce e ignari del motivo per cui si trovano lì. Con l’interrogatorio giunge allora forse il momento in cui sono finalmente  tolte loro le bende dagli occhi e le manette. Di solito, il processo comincia con una domanda di carattere generale, come “Perché lanci pietre ai militari?” Quello che segue è più intenso – domande e minacce a raffica, allo scopo di indurre gli adolescenti a firmare una confessione. In alcuni casi, viene loro promesso che in cambio della firma riceveranno qualcosa da mangiare.

Secondo le testimonianze, le minacce degli interrogatori sono dirette inequivocabilmente ai ragazzini (“Passerai tutta la vita in prigione”), o alle loro famiglie (“Porterò tua madre qui e la ucciderò davanti ai tuoi occhi”) o al loro sostentamento (“Se non confessi, priveremo tuo padre del permesso di lavorare in Israele – per colpa tua sarà senza lavoro e tutta la famiglia soffrirà la fame”).

Muhmen Teet. Meged Gozani

L’avvocata Farah Bayadsi. Chiaramente, dice, l’obiettivo degli arresti «è più quello di dimostrare di esercitare controllo che quello di impegnarsi ad applicare la legge»
Adham Ahsoun. Meged Gozani

Questo video mostra l’arresto di Muhmen Teet.

«Il sistema rende evidente che l’intenzione è quella di dimostrare di esercitare controllo piuttosto che quella di impegnarsi ad applicare la legge», insinua Bayadsi. «Se confessano, i ragazzini sono schedati, e se non confessano entrerebbero comunque nel cerchio della criminalità, e così sono gravemente intimoriti».

Netta Ahituv

https://www.haaretz.com/israel-news/.premium.MAGAZINE–1.7021978?=&ts=_1552684625267

Traduzione di Cristina Alziati

, ,

No comments yet.

Lascia un commento