Quando celebriamo la democrazia di Israele, celebriamo la violenza dell’occupazione.

di Hagai El-Ad

+972 Magazine, 25 febbraio 2019

L’attraversamento del checkpoint di Betlemme da parte di Palestinesi diretti al complesso della Moschea di Al-Aqsa nella Città Vecchia di Gerusalemme durante il Ramadan, 18 maggio 2018. Wisam Hashlamoun/Flash90

“Finché non dispongo in modo saldo e irrevocabile del diritto di voto, non dispongo di me stesso. Non posso prendere decisioni: sono già prese per me. Non posso vivere come un cittadino democratico rispettoso delle leggi che ha contribuito ad approvare: posso solo sottomettermi agli editti altrui.”

Queste parole furono pronunciate da Martin Luther King Jr. nel suo discorso “Dateci il voto” del 1957, in cui cercava di contestare la realtà del profondo sud americano dove i Neri avevano la cittadinanza ma con vari pretesti si vedevano negato il diritto di voto. Per i Palestinesi che sono vissuti sotto il regime di Israele fin dal 1967, il semplice diritto di voto non è nemmeno preso in considerazione.

Tra pochi mesi ci saranno nuove elezioni in cui noi, cittadini israeliani, potremo votare e prendere decisioni che riguardano non solo il nostro futuro, ma anche quello di milioni di soggetti a cui vengono perennemente negati i diritti politici. Le regole e gli ordini che noi detteremo continueranno a portare avanti i nostri interessi e a controllare le loro vite. Loro non possono far altro che sottomettersi agli editti altrui.

Nei paesi democratici, le elezioni vengono convenzionalmente descritte come “la celebrazione della democrazia.” Ma in una situazione di non-democrazia, le elezioni diventano purtroppo un’aperta celebrazione della violenza.

Le campagne elettorali in Israele esaltano in modo incosciente i privilegi di quelli che possono votare, mentre sono completamente indifferenti di fronte all’esclusione di milioni di soggetti. Non c’è alcun bisogno, naturalmente, di ricordare ai Palestinesi quale sia la loro condizione: sono ben coscienti della realtà in cui vivono. Tuttavia, una situazione in cui ogni pochi anni Israele passa dei mesi a chiedersi quale sia il modo migliore per controllare le vite degli altri, segna davvero il punto più basso dell’abisso di violenza che abbiamo interiorizzato.

Sia che il dibattito elettorale si occupi di questi aspetti, oppure che i politici e il pubblico facciano il possibile per non nominare nemmeno l’occupazione, le scelte politiche degli Israeliani riguardano comunque il modo migliore per rafforzare il regime di occupazione. Decidiamo come gestire dall’esterno quell’enorme prigione che è la Striscia di Gaza; quante case demoliremo e quante comunità trasferiremo in Cisgiordania e quante famiglie palestinesi saranno private delle loro case a Gerusalemme Est.

Intanto, giorno dopo giorno, settimana dopo settimana, assistiamo a una campagna elettorale in cui i padroni delle terre portano a casa il loro messaggio: nessuno conta il numero di quelli che sono sottoposti al regime militare. Mentre continuiamo a impadronirci delle loro vite, delle loro opinioni ed emozioni, continuiamo senza problemi ad occuparci dei nostri dibattiti sopra le loro teste. E lo facciamo apertamente, vantandoci del nostro “vibrante dibattito” e della nostra “celebrazione della democrazia.” Lo facciamo mentre con disinvoltura ci rifiutiamo totalmente di riconoscere l’umanità di milioni di persone di cui decideremo la sorte per i prossimi anni.

Dopo la campagna elettorale e negli anni che precederanno la prossima, ci appelleremo a queste “elezioni democratiche” per giustificare quello che facciamo ai nostri sudditi e per spacciare come perfettamente accettabile questa situazione. In questo modo, le elezioni diventano un elemento fondamentale per legittimare il nostro continuo controllo sulla vita degli oppressi. Alla fine, qualunque decisione israeliana, anche la più arbitraria, viene vista come il risultato di queste elezioni. Questa è la violenza intrinseca della situazione, poiché è impossibile giustificare la violenza senza diventare parte della violenza stessa.

Il primo ministro Benjamin Netanyahu vota in una sezione di Gerusalemme, 17 marzo 2015. Marc Israel Sellem/Flash 90.

La violenza non si manifesta soltanto quando un soldato uccide o malmena un Palestinese. È violenza ogni volta che un magistrato della Procura Generale archivia il fascicolo di una uccisione, o quando un giudice della Corte Suprema approva un’altra demolizione di case o quando un funzionario israeliano impedisce a un altro studente palestinese di andare all’estero per continuare i suoi studi. Le loro vite sono nelle nostre mani e noi esercitiamo questa violenza per mezzo di una burocrazia lenta, interminabile e arbitraria. La presenza di “elezioni democratiche,” inoltre, è molto importante non solo in termini di immagine e di propaganda, ma anche perché rappresenta un mezzo fondamentale di protezione contro qualunque atto di condanna da parte della comunità internazionale che dovesse esprimere almeno un rifiuto della situazione attuale.

Per tutti questi motivi, anche un rinomato esempio di democrazia come il vice-presidente del parlamento Bezalel Smotrich si affretta ad unirsi alle celebrazioni e a cantar le lodi della democrazia, mentre presenta il suo programma per perpetuare la situazione attuale: “Anche in mancanza del diritto di voto per un parlamento pienamente sovrano, questo non è un regime di apartheid, al massimo si può dire che manca un elemento nel paniere delle libertà, o dire che c’è un piccolo deficit nella democrazia.”

Questo è ciò che gli Israeliani si apprestano a fare nei prossimi mesi. Un’altra campagna elettorale, un’altra occasione per decidere chi potrà “disporre in modo saldo e irrevocabile del diritto di voto” e chi resterà alla mercé della nostra violenza.

Hagai El-Ad è il direttore esecutivo di B’Tselem, il Centro Israeliano di Informazioni per i diritti umani nei Territori Occupati.

https://972mag.com/when-we-praise-israeli-democracy-we-celebrate-the-violence-of-occupation/140302/

Traduzione di Donato Cioli

, ,

No comments yet.

Lascia un commento