Luisa Morgantini intervista una ragazza palestinese di 19 anni.

Intervista di Luisa Morgantini a Sameeha Hureini, ragazza di 19 anni delle colline a Sud di Hebron, Palestina. Sameeha è stata in Italia con AssopacePalestina ed ha partecipato al Festival del Teatro Nascosto di Volterra, oltre ad eventi organizzati in diverse città italiane, per raccontare l’esperienza dei Giovani della Resilienza (Youth of Sumud).

I giovani di Sumud da quasi due anni si oppongono al tentativo di coloni ed esercito di collegare due colonie israeliane rubando la terra del villaggio di Sarura. I giovani hanno scavato caverne, visto che i soldati distruggevano le tende. Donne, uomini e bambini a turno presidiano le caverne notte e giorno, insieme anche ad attivisti internazionali e israeliani.

Sameeha, tu fai parte di un gruppo di giovani delle colline a sud di Hebron che si sono chiamati “Giovani della Resilienza” (Youth of Sumud). Che cosa vi ha uniti? Quali obiettivi perseguite?

Siamo tutti ragazzi e ragazze cresciuti nelle colline a sud di Hebron, in villaggi che da sempre hanno cercato di resistere contro l’occupazione israeliana. Da quando siamo nati la nostra comunità ci ha insegnato la resistenza nonviolenta e una volta cresciuti ne abbiamo fatto anche una nostra scelta.

Abbiamo deciso di creare il gruppo Giovani di Sumud perché crediamo che sia importante avere un ruolo attivo nella resistenza proprio in quanto giovani; sentivamo la necessità di ritagliarci uno spazio per poter dare il nostro contributo. Abbiamo deciso di cominciare dal Sumud Freedom Camp nel villaggio di Sarura, questo è stato solo il primo passo, perché l’idea alla base del nostro gruppo è la fine dell’occupazione; il nostro obiettivo è conquistare la libertà per noi e per tutta la Palestina. La strada che abbiamo scelto per raggiugere il nostro scopo è la resistenza nonviolenta, questo non significa accettare passivamente la presenza di soldati e coloni, ma significa piuttosto trovare soluzioni alternative e creative per contrastarli, senza l’uso di violenza. Non è facile spiegare questo tipo di lotta perché troppo spesso le persone danno per scontato che l’unica resistenza possibile sia quella armata. Nelle colline a sud di Hebron però abbiamo raggiunto obiettivi tanto importanti che ci hanno portato a credere che questa sia la soluzione più efficace contro uno stato aggressivo e purtroppo potente come Israele.

Raccontaci che cosa fate nel Sumud Freedom Camp

Stiamo cercando di salvare la nostra terra. Vi sono due colonie vicino al vecchio villaggio di Sarura, evacuato dagli Israeliani nel 1999 e dove gli abitanti e i proprietari non sono più tornati, restando –anche quando avrebbero potuto tornare– a Yatta, la città palestinese vicina al nostro villaggio. I coloni vorrebbero connettere tra loro le due colonie di Givat Maon e Maon, confiscando la terra del vecchio villaggio di Sarura.

Abbiamo parlato al proprietario della terra e della caverna, chiedendogli di tornare con noi e ridare vita al villaggio, ma lui ed anche altri proprietari hanno detto che non volevano più subire un’altra evacuazione da parte dei soldati israeliani. Allora abbiamo chiesto il permesso di farlo in loro vece, permesso che ci è stato accordato. In un primo tempo, con molti Israeliani ed Ebrei americani, abbiamo piantato la bandiera a Sarura ed abbiamo fissato delle tende che poi i soldati hanno distrutto, arrestando anche alcuni di noi. Gli internazionali sono rimasti poco tempo e poi se sono andati. Noi giovani di Atwani e di altri villaggi abbiamo deciso di restare e di non andarcene per impedire che i coloni si prendessero anche questa terra.

Non è facile. Siamo a Sarura ormai da più di 700 giorni, freddo e caldo, viviamo nella caverna che abbiamo scavato, facciamo i turni notturni come deterrente ai coloni, ma naturalmente la nostra vita non è facile: dobbiamo andare a scuola, lavorare. Ma tu, Luisa, lo sai, visto che sei rimasta con noi anche la notte e per te abbiamo adottato un cane piccolo piccolo trovato nella strada. Lo avevi chiamato Paco come il tuo gatto ed è diventato la nostra mascotte, ma abbiamo scoperto che era femmina e cosi è diventata Paquita. Essere lì e difendere la terra è per noi un successo. Ma i coloni si sono fatti più violenti. Sami è stato investito volutamente da due coloni mascherati; la sua gamba è stata spaccata ed è rimasto in ospedale e con il gesso per mesi. Naturalmente i due estremisti non sono stati arrestati dalla polizia o dai soldati, malgrado vi fossero anche fotografie.

Tu sei una ragazza, vivi in un’area ed in un villaggio dove le tradizione ed il patriarcato sono molto forti, eppure sei insieme ai ragazzi in una lotta molto difficile. Come vivi il tuo essere donna che partecipa alle lotta comune per difendere la propria terra e per conquistare la libertà?

Credo che l’esperienza di YOS sia uno strumento molto importante per scardinare alcune di queste rigide tradizioni, soprattutto in aree rurali come la nostra, che impediscono alle donne di essere parte della resistenza. Anche se le donne palestinesi hanno avuto un ruolo decisivo nelle insurrezioni, come nella prima Intifadah. Penso che la mia presenza e quella di altre donne e giovani, possa essere esempio per le altre ragazze e per le loro famiglie che esiste uno spazio nella lotta anche per le donne.

La nostra comunità è molto conservatrice e non è facile che sia accettato un gruppo misto di ragazzi e ragazze della stessa età. Quello che cerchiamo giorno per giorno di fare è dimostrare come sia possibile essere parte del gruppo e allo stesso tempo rispettare i confini imposti dalla nostra cultura. Per esempio, la mia comunità non permette a ragazzi e ragazze di dormire nella stessa stanza (a meno che non siano parenti stretti) e giudica molto male chi non rispetta questa regola; come Giovani di Sumud abbiamo cercato di trovare un modo per rispettare questo dettame e per poter fare il nostro lavoro, così abbiamo organizzato dei turni: alcune notti dormono solo i ragazzi e alcune notti dormono solo le ragazze. In questo modo non perdiamo la credibilità di fronte alla comunità, ma allo stesso tempo non ci facciamo fermare nella lotta. Ci conquistiamo la libertà anche da una cultura oppressiva verso le donne passo per passo, ma siamo determinate.

Hai parlato di Sarura e della vostra esperienza di resistenza popolare nonviolenta; pensi che il vostro esempio possa essere importante non solo per voi e i villaggi vicini ma per tutta la Palestina occupata?

Certamente sì. La Palestina è piena di posti a rischio di essere occupati e persi per sempre come il villaggio di Sarura, a causa dell’invasione israeliana; quello che abbiamo fatto con le grotte del Sumud Freedom Camp dovrebbe assolutamente diventare una strategia utilizzata ovunque nella Palestina occupata. Inoltre in Palestina non è facile avere vent’anni: l’occupazione ti tarpa le ali e la possibilità di avere un gruppo di riferimento e di impegnarsi in qualcosa come questo ti aiuta a trovare il tuo posto nella resistenza e ti dà una spinta verso qualcosa di alto.

In questi ultimi anni, per la prima volta giovani di Atwani si sono iscritti all’università, tu stessa lo sei, quanto ritieni importante questo fatto?

Importantissimo. Studiare ti apre la mente e ti permette di conoscere di più il mondo intorno a te; inoltre ti rende più consapevole di te stesso e dei tuoi diritti. Nel mio caso studiare è stato un altro modo di resistere, specialmente nell’area in cui vivo, che è molto rurale, ci sono molte persone analfabete e questo le rende molto più vulnerabili di fronte all’occupazione. E noi studiamo e lottiamo insieme; a volte è difficile, gli attacchi dei coloni, le vessazione dell’esercito, per andare all’università dobbiamo superare a volte checkpoint, e poi quando torniamo andiamo a presidiare Sarura, e studiamo in condizioni davvero disagiate: non c’è luce.

Nel tuo villaggio ci sono state spesso delegazioni internazionali, ma soprattutto, dal 2004, con voi ci sono le ragazze e i ragazzi di Operazione Colomba. Come valuti la loro presenza e quanto questo vi è servito per desiderare di connettervi di più con il mondo?

Penso che la presenza di internazionali nel villaggio abbia inciso profondamente sul mio modo di vedere il mondo. Condividere la vita con loro mi ha portato ad essere molto interessata all’esterno. Se oggi parlo così bene inglese, pur senza essere mai uscita dalla Palestina, è proprio per l’esigenza che avevo di comunicare con loro, confrontarmi e comprenderli. Vedo una differenza tra me e le ragazze che sono cresciute a Yatta o in altri villaggi in cui non vivono internazionali; penso che loro siano tendenzialmente meno interessate al mondo “fuori” proprio perché, magari, non hanno mai avuto l’occasione di imbattersi in esso.

I gruppi di solidarietà israeliani sono con voi da anni. Come reputi la vostra collaborazione?

Li apprezzo molto. Sono persone che cercano giustizia e combattono per averla. Si schierano al nostro fianco anche se per loro non è affatto facile. Spesso vengono emarginati dalla loro stessa comunità per la scelta che compiono, vengono chiamati traditori e sono contrastati. La loro collaborazione è molto importante per noi perché loro possono combattere l’occupazione dall’interno. Inoltre ci danno una grossa mano anche dal punto di vista legale e più tecnico: in quanto israeliani conoscono molto bene le logiche e le dinamiche del loro stesso stato e dunque anche della macchina amministrativa dell’occupazione.

Qual è il tuo sogno?

Il mio sogno più grande è poter camminare liberamente per la Palestina insieme alla mia famiglia, senza confini o checkpoint, senza la paura di perdere la mia casa o le persone che amo.

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