Israele si allontana dagli ebrei statunitensi.

In direzione contraria rispetto alla politica mediorientale di Donald Trump.

di Eric Alterman

Le Monde Diplomatique/il manifesto, 15 febbraio 2019

Una protesta di “If Not Now” in occasione della conferenza annuale dell’AIPAC a Washington, marzo 2017. Credit Gili Getz

Fra il governo di Israele e gli ebrei statunitensi ‘rien ne va plus’. Mentre continua la deriva del primo verso l’estrema destra, i secondi si ancorano sempre più solidamente al campo progressista. E ormai, come i militanti neri americani, da tempo solidali con i palestinesi, condannano l’occupazione e la colonizzazione che Washington appoggia.

La lista degli invitati all’inaugurazione dell’ambasciata degli Stati uniti a Gerusalemme, il 14 maggio 2018, era sorprendente. A fianco del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu c’erano i pastori evangelici John Hagee e Robert Jeffress. Per il primo, Adolf Hitler era il «braccio armato di Dio (1)»; per il secondo, tutti gli ebrei sono destinati all’inferno. L’uno e l’altro animano la corrente più favorevole a Israele all’interno della società statunitense: quella dei cristiani conservatori sionisti (2). Erano presenti anche Sheldon e Miriam Adelson, coppia di magnati del settore dei casinò e principali donatori del Partito repubblicano, al quale hanno versato oltre 82 milioni di dollari nel 2016, e 113 milioni per le elezioni di medio termine di novembre 2018 (3). Tutti testimoniano un sostegno indefettibile al governo conservatore di Netanyahu. Miriam Adelson è diventata da poco l’editrice di Israel Hayom, un foglio di propaganda pro- «Bibi» (diminutivo di Benjamin) in gran parte finanziato dal marito.

Gli ebrei progressisti, invece, non c’erano. Non erano stati invitati. Eppure negli Stati Uniti sono la maggioranza: alle elezioni di medio termine, novembre 2018, i tre quarti degli elettori ebrei hanno votato per i candidati democratici, secondo gli exit polls.

Donald Trump e Netanyahu non condividono solo l’appoggio da parte dei cristiani sionisti e della coppia Adelson. Entrambi amano giustificare le proprie sconfitte basandosi su teorie complottiste. E si mostrano anche incredibilmente tranquilli di fronte all’ondata di antisemitismo in Europa e negli Stati Uniti. Nell’agosto 2017, militanti neonazisti sfilarono a Charlottesville urlando: «Non permetteremo che gli ebrei ci sostituiscano». Uno di loro lanciò la sua automobile contro una manifestazione di antirazzisti uccidendo una donna. Trump non si schierò, spiegando che nei raduni di estrema destra c’erano anche «persone molto per bene». Il primo ministro israeliano aspettò tre giorni. Poi si limitò a un laconico tweet che non nominava nemmeno il presidente statunitense. Preferì lasciare al figlio il compito di rivolgersi alla sua base politica, come fa talvolta Trump con la figlia o il genero. I neonazisti «appartengono al passato. Sono una razza in via di estinzione, assicurò a quel punto Yair Netanyahu sulle reti sociali. Invece, i beceri antirazzisti e quelli di Black Lives Matter che detestano il mio paese (e anche gli Stati Uniti, a mio parere) sono sempre più forti e cominciano a dominare nelle università e nella vita pubblica statunitensi.»

Più di recente, quando un ammiratore fanatico di Trump assassinò undici ebrei in una sinagoga di Pittsburgh, il 27 ottobre 2018, rappresentanti del governo israeliano si precipitarono sul luogo del delitto senza essere stati convocati. Rifiutando di attribuire una qualunque responsabilità alla retorica di odio del presidente statunitense, accusarono ancora una volta la sinistra. Naftali Bennett, ministro della diaspora e dell’educazione, dirigente della Casa Ebraica, partito nazionalista ultrareligioso, contestò – senza fornire la minima prova – le statistiche dell’Anti-Defamation League sulla crescita dell’antisemitismo di estrema destra dopo l’insediamento di Trump. Il console generale a New York, Dani Dayan, approfittò dell’occasione per prendersela con il dirigente laburista britannico Jeremy Corbyn. Le sue dichiarazioni andavano in senso contrario rispetto alla marcia silenziosa organizzata dalla comunità ebraica a Pittsburgh in segno di protesta contro Trump. E contraddicevano anche le parole di Jeffrey Myers, rabbino della sinagoga presa di mira, nel suo breve sermone del 3 novembre: «Presidente, i discorsi di odio portano ad atti di odio. I discorsi di odio portano a quello che è successo qui.»

Tutte le recenti inchieste lo rivelano (4): fra gli ebrei israeliani, che hanno mandato al potere un governo vicino all’estrema destra, e i loro correligionari statunitensi, sempre in maggioranza collocati nel campo progressista, le distanze aumentano. Una maggioranza di israeliani detestava Barack Obama; oggi adorano Trump e votano per partiti che sostengono la colonizzazione e l’occupazione senza fine della Cisgiordania. Al contrario, in maggioranza gli ebrei statunitensi sostenevano Obama e denunciano la colonizzazione.

Soldati e fondatori di kibbutz

A lungo questi ultimi sono stati divisi fra il progressismo politico e il desiderio di sostenere Israele. Prima del 1948, l’idea di un «popolo» ebraico che doveva incarnarsi grazie alla fondazione di uno Stato non era affatto scontata negli Stati Uniti. In particolare non piaceva agli ebrei benestanti arrivati dalla Germania, molto influenti negli ambienti intellettuali: sovente membri di congregazioni riformiste, diffidavano del sionismo, perché ritenevano l’ebraismo prima di tutto una religione e non volevano che si potesse mettere in dubbio il loro patriottismo. Dopo il 1945, tuttavia, le loro reticenze furono spazzate via dal genocidio. Anche gli ebrei molto religiosi e tradizionalisti respingevano il sionismo, convinti com’erano che l’avvento di un regno ebraico fosse compito di Dio, non degli uomini.

Nei tre decenni successivi, il sostegno a Israele diventa unanime. Gli ebrei statunitensi, avendo oltretutto visibilità pubblica – come giornalisti, intellettuali, dirigenti politici, artisti, ecc. – celebrano senza posa il nuovo Stato, relegando ai margini le rare voci dissonanti, come quella del linguista Noam Chomsky e del giornalista indipendente Isador Feinstein Stone (morto nel 1989). Entrambi hanno continuato, nei decenni, a criticare il trattamento riservato da Israele alla minoranza araba interna e il rifiuto assoluto di cercare una soluzione alla situazione dei rifugiati palestinesi (5).

La vittoria israeliana del 1967 rappresentò un motivo di intensa celebrazione, anzi di giubilo, per gli ebrei statunitensi. Preoccupati dai discorsi del presidente egiziano Gamal Abdel Nasser contro Israele, temevano il perpetrarsi di una «seconda Shoah». Videro dunque di buon occhio la sconfitta degli eserciti arabi. «[La guerra dei sei giorni] ha reso gli ebrei statunitensi più uniti che mai, suscitando un moto di impegno anche presso molti ebrei che in precedenza non si sentivano coinvolti, scriveva il rabbino Arthur Hertzberg due mesi dopo la fine del conflitto. Nessun termine della teologia occidentale permette di spiegare questo fenomeno. La maggior parte degli ebrei prova queste emozioni senza riuscire a definirle (…) Forse Israele serve da catalizzatore alla lealtà emotiva verso il giudaismo e permette così di mantenere il sentimento dell’identità ebraica (6).»

A questa tendenza sfuggì una minoranza di ebrei, per la maggior parte giovani simpatizzanti della sinistra; certamente perché aderivano alla lettura rivoluzionaria secondo la quale Palestina, Vietnam, Algeria, Cuba, e i neri statunitensi, erano parte della stessa lotta antimperialista. Questa posizione non aveva alcuna risonanza politica. Non era rappresentata nelle organizzazioni professionali ebraiche né nelle sinagoghe, per non parlare del Congresso o della Casa bianca.

Il vento cominciò a cambiare nel 1977, quando il Likud, all’epoca diretto da Menahem Begin, mise fine al lungo dominio dei laburisti in Israele. I grandi nomi del Partito laburista erano considerati eroi dalla comunità ebraica statunitense. Soldati, universitari, fondatori di kibbutz, sembravano capaci di far fiorire il deserto con una mano e di difendere il loro paese con una mitragliatrice nell’altra. Ma Begin era molto lontano da questo ideale. Il suo formalismo arcaico, la sua incapacità di considerare gli arabi con benevolenza – li vedeva invece come un popolo arretrato -, il suo sostegno sistematico ai coloni misero fine alla lunga luna di miele fra il suo paese e gli ebrei statunitensi.

L’invasione del Libano da parte di Israele nel 1982 e il massacro nei campi di rifugiati di Sabra e Shatila accentuano la rottura. Per la prima volta, negli Stati Uniti, grandi media trattano gli eventi in modo sfavorevole agli israeliani. Come diversi noti rabbini, il New York Times condannò l’assedio di Beirut nell’estate 1982. E vari giornalisti, come Anthony Lewis, influenzati da La questione palestinese, saggio di Edward Said del 1979, moltiplicarono le occasioni per difendere la causa palestinese. Giornali progressisti (The Nation e The New York Review of Books, per esempio) cominciarono a polemizzare con pubblicazioni conservatrici allineate con la destra israeliana, come The New Republic, all’epoca diretta da un sostenitore incondizionato di Israele, Marty Peretz, e Commentary, rivista appartenente all’American Jewish Committee, di cui era caporedattore il conservatore Norman Podhoretz. La stretta collaborazione di Tel-Aviv con il Sudafrica e con diverse dittature dell’America del Sud – in particolare nel campo militare e dell’intelligence – spazzò via definitivamente ogni illusione degli ebrei progressisti statunitensi.

In nome del sostegno a Israele e dei propri interessi economici, gli ebrei neoconservatori hanno spesso tentato di persuadere i loro correligionari a rinunciare al voto democratico. Preoccupato di rimettere i compatrioti sulla giusta strada, nel 2009 Podhoretz si chiedeva: «Perché gli ebrei sono progressisti?» (7) – una questione vicina a quella già formulata da Milton Himmelfarb su Commentary nel 1967. Secondo Podhoretz, questa sensibilità derivava da un problema di comprensione: gli ebrei statunitensi avevano difficoltà a trovare il loro posto nella società ed erano incapaci di riconoscere i veri amici di Israele.

Nel 2012, la Republican Jewish Coalition, organizzazione ebraica conservatrice, lancia una campagna di comunicazione chiamata «I miei rimorsi», finanziata da Adelson e destinata a convincere gli ebrei statunitensi ad aderire al Partito repubblicano. Ma anche stavolta il tentativo è vano.

Un rifiuto massiccio della colonizzazione

Nel 2013, il dipartimento religione e vita pubblica del Pew Research Center ha pubblicato la più ampia inchiesta mai condotta presso gli ebrei statunitensi (3.475 interviste, 70.000 questionari compilati al computer) (8). Per definire la propria identità collettiva, la schiacciante maggioranza degli interpellati ha citato una combinazione di fattori: le pratiche religiose, il sentimento di appartenenza alla comunità, i valori umanisti, la volontà di mantenere la memoria della Shoah, la simpatia per Israele, o anche il cibo e il senso dell’umorismo. Ma nessuno ha evocato l’attaccamento alle politiche conservatrici o alla colonizzazione israeliana. Inoltre, il sostegno a Israele diminuisce di anno in anno, in particolare presso gli ebrei fra i 18 e i 29 anni.

Più in generale, il Pew Research Center ha recentemente messo in luce un cambiamento totale fra i simpatizzanti democratici. Nel 2001, il 48% sosteneva Israele, contro il 18% che si dichiarava a favore dei palestinesi. Ora sono il 35% a sostenere i palestinesi, contro il 19% per Israele (9). Alle organizzazioni animate da giovani ebrei statunitensi, come If Not Now e J Street U (il ramo universitario di J Street), aderiscono persone che detestano l’occupazione e la colonizzazione almeno quanto amano Israele. Leggono il quotidiano di sinistra israeliano Haaretz e sperano di poter cooperare con gruppi di difesa dei diritti umani e di critica dell’occupazione, come Breaking the Silence, the New Israel Fund, B’Tselem, Molad, Peace Now e la pubblicazione online +972.

Il governo di Netanyahu, tuttavia, sembra pensare di poter fare a meno dell’appoggio degli ebrei e dei progressisti statunitensi, che considera talvolta come traditori, per accontentarsi di quello di Trump e dell’estrema destra, come in Brasile e in una buona parte del mondo.

Eric Alterman

  1. Citato in David Usbome, «McCain forced to ditch pastor who claimed God sent Hitler», The Independent, Londra, 24 maggio
  2. Si legga Ibrahim Warde, «“Non ci sarà pace prima dell’avvento del Messia”», Le Monde di- plomatique/il manifesto, settembre 2002.
  3. Devin O’Connor, «Casino tycoon Sheldon Adelson threatens to cut off Republican Party following midterm losses», Casino.org, 5 dicembre 2018, casino.org
  4. in particolare William A. Galston, «The fracturing of the Jewish people», The Wall Street Journal, New York, 12 giugno 2018.
  5. La creazione di Israele nel 1948 si accompagnò all’esodo di circa 700.000 rifugiati palestinesi. Si legga Micheline Paunet, «La naissance de la question des réfugiés», in «Palestine. Un peuple, une colonisation». Manière de voir, n°157, febbraio/marzo 2018.
  6. Citato in Edward S. Shapiro, American Jewry Since World War II, voi. V, A Time for Healing, Johns Hopkins University Press, coll. «The Jewish people in America», Baltimora, 1992.
  7. Norman Podhoretz, Why Are Jews Liberal?, Random House, New York, 2009.
  8. «A portrait of Jewish Americans», Pew Research Center, Washington, DC, 1 ottobre
  9. «Republicans and Democrats grow even further apart in views of Israel, Palestinians», Pew Research Center, 23 gennaio 2018, www. people-press.org

(Traduzione di Marianna De Dominicis)

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