I sadici che hanno distrutto un pluridecennale oliveto palestinese possono dormire sonni tranquilli.

Un altro villaggio palestinese si unisce alla protesta popolare. Anche qui, i suoi abitanti non sono più disposti a sopportare gli attacchi dei coloni. I vandali hanno messo sotto sopra un oliveto di 35 anni di un piccolo villaggio, massacrandone gli alberi. Le tracce dell’accaduto rimanderebbero ad un vicino avamposto dei coloni israeliani.

di Gideon Levy e Alex Levac

Haaretz, 24 gennaio 2019

Atti di vandalismo in un oliveto del villaggio di Al-Mughairy in Cisgiordania. Alex Levac

Quale spregevole essere umano, dopo aver raggiunto su dei fuoristrada il meraviglioso oliveto di Abed al Hai Na’asan, in un villaggio della Cisgiordania, può aver abbattuto con delle seghe elettriche, uno dopo l’altro, 25 alberi, tra i più antichi e forti della proprietà? Chi sono questi rifiuti umani, capaci di distruggere non solo la terra ed i suoi alberi, ma anche anni di lavoro e di fatica? E chi sono infine queste spregevoli persone che, dopo aver compiuto il misfatto, sono scappate da veri vigliacchi, sapendo che nessuno li avrebbe consegnati alla giustizia?

Purtroppo, una risposta a queste domande non c’è. Anche se la polizia sta indagando, la verità è che anche se le tracce dell’aggressione conducono direttamente agli avamposti della Shiloh Valley, e in particolare a Mevo Shiloh, qui i perpetratori possono dormire sonni tranquilli.

Nessuno sarà arrestato, nessuno sarà interrogato, nessuno sarà punito. Questa è la lezione che abbiamo imparato da esperienze passate, ciò che accade in questo paese senza legge, fatto di violenza e di coloni.

Questa storia fa ribollire il sangue, ma solo la vista dell’oliveto distrutto riesce a farci comprendere la misura dell’atrocità, del sadismo patologico dei perpetratori, della profondità del dolore del contadino nel vedere che il suo piccolo acro di Dio assalito dagli Ebrei, Israeliani, coloni, credenti, distruttori. Come se non bastasse, l’attacco è avvenuto proprio tre giorni prima del Tu B’Shvat, la festa degli alberi ebraica, celebrata dalle stesse persone che hanno distrutto l’oliveto di Abed. Sarebbe questo il modo in cui esprimono il loro amore per la terra? O il loro rispetto per la natura?

Verniciato su una roccia all’estremità dell’oliveto, i vandali hanno lasciato il loro biglietto da visita: una Stella di David imbrattata di rosso, squallida e vergognosa, un Marchio di Caino che disonora tutto ciò che rappresenta. E infine, di fianco a quest’ultimo, la parola “Vendetta”. Ma vendetta per cosa?

I 25 alberi abbattuti giacciono come cadaveri dopo un massacro sulla fertile terra arata e marrone. Venticinque grossi tronchi stanno ritti senza più la loro folta chioma, le loro radici ancora profonde nel terreno. Il lavoro di una mano malvagia. che ha trasformato in semplice legname il frutto di anni di lavoro, coltivazione e irrigazione. Era la fila di alberi più imponente e robusta; eppure i malviventi si sono mossi lungo di essa, tagliando spietatamente e con calcolo diabolico. Quando, camminando tra i ceppi dell’oliveto, lo sconvolto proprietario Na’asan ha affermato che per lui l’atto equivaleva ad un omicidio, le sue parole avevano perfettamente senso. Infatti, quando arrivammo sul posto, sua moglie al telefono lo pregava di non andare a vedere le condizioni in cui versava l’oliveto, temendo che non sarebbe stato in grado di sopportarne la vista. Na’asan è malato di cancro.

Nella borsa dei documenti che Na’san porta sempre con sé, c’è una copia della lettera di reclamo da lui presentata alla stazione distrettuale della polizia israeliana di Binyamin. Na’san continua a custodirla anche se l’atto rimarrà carta sterile e, presto o tardi, verrà sepolto come il resto delle denunce di questo tipo. Chiunque avesse voluto acciuffare i banditi, avrebbe potuto farlo il giorno stesso dell’accaduto: Mevo Shiloh, dove conducevano senza esitazione le tracce dei fuoristrada, è un piccolo avamposto di coloni israeliani, violenti e sfrontati.

La strada per Al-Mughayyir, situato a sud di Jenin, attraversa la ricca città di Turmus Ayya, i cui residenti vivono la maggior parte dell’anno negli Stati Uniti, tornando in visita alle loro splendide case solo in estate. Il villaggio, con una popolazione di 3.500 abitanti, è separato dalla città da praterie dove ora pascolano le pecore. Tutto splende di un verde lussureggiante.

Abed al Hai Na’asan con un ulivo distrutto dai vandali. Gli abitanti del villaggio sostengono di non avere mai avuto particolari problemi con l’esercito, ma solo con i coloni. Alex Levac

Nel centro di Al-Mughayyir, ci sono alcuni uomini intorno a un mezzo ufficiale dell’Autorità Palestinese. Il personale del Ministero dell’Agricoltura palestinese è arrivato per valutare il danno subito dagli agricoltori; nel migliore dei casi, verrà assegnato loro un importo simbolico di risarcimento. Questa è la parvenza – ingannevole – di un governo che dovrebbe proteggere i contadini indifesi.

Tutti nel villaggio sanno che l’Autorità Palestinese non può fare nulla. Così, circa due mesi fa, i residenti hanno lanciato una protesta popolare, proprio come hanno fatto gli abitanti di altri villaggi prima di loro: Kaddoum, Nabi Saleh, Bil’in, Na’alin e altri. Ogni venerdì, gli abitanti di Al-Mughayyir si radunano nel cuore del villaggio, sul lato orientale della Allon Road, e insieme fronteggiano le forze dell’esercito e della polizia di frontiera, numerosi e pronti ogni volta a sparare, in risposta alle proteste, proiettili di gomma e proiettili calibro 0,22 particolarmente pericolosi. Oltre a ciò, la dispersione di gas lacrimogeni fa sì che una fitta coltre si levi sopra Al –Mughayyir. Poi arrivano gli arresti notturni. La notte di domenica scorsa, le truppe hanno arrestato altri sette abitanti del villaggio che hanno preso parte alle manifestazioni; 35 persone del posto sono attualmente in detenzione. Questo è il metodo usato da Israele per sopprimere ogni protesta popolare nei territori occupati.

Gli abitanti del villaggio dicono che la loro unica richiesta è la rimozione dell’avamposto di Mevo Shiloh, costituito senza autorizzazione ufficiale su una base semi-abbandonata delle Forze di Difesa Israeliane, che si affaccia proprio sui loro campi. I coloni bruciano i campi dei Palestinesi, lasciano le pecore libere pascolare senza permesso sulle terre di questi ultimi, cacciano via le greggi degli abitanti del villaggio, commettono atti vandalici –crimini di odio–che chiamano “price tags, i cartellini del prezzo da pagare”.

Durante il precedente assalto, il 25 novembre, otto auto sono state danneggiate. I graffiti, riportati da Iyad Hadad, attivista e ricercatore per l’organizzazione israeliana per i diritti umani B’Tselem, lasciano poco spazio all’immaginazione, dato il loro contenuto esplicito. In esse leggiamo: “Morte agli Arabi”, “Basta ordini amministrativi”, “Vendetta”, “La pagherete” e l’inspiegabile “Saluti a Nachman Rodan”.

Gli abitanti di Al-Mughayyir dicono che non hanno mai avuto problemi con l’esercito, ma solo con i coloni. Qui la guerra è per il controllo della terra. È una guerra primordiale, disperata, in cui non contano le leggi, i diritti di proprietà o l’effettivo possesso: quello che conta è la violenza che può essere esercitata sotto la protezione delle autorità di occupazione. Quando, un giorno, questa gente sarà costretta ad abbandonare la propria terra in seguito alle violenze, i coloni potranno festeggiare un altro importante passo avanti nel loro tentativo di parcellizzare la Cisgiordania in tante porzioni di territorio separate e non comunicanti tra loro. Proprio questa settimana, mentre attraversavamo in auto la zona di Al-Mughayyir verso Mevo Shiloh, alcuni abitanti del villaggio che viaggiavano con noi ci hanno pregato di tornare subito indietro. Tanta è la loro paura dei coloni che, pur attraversando il loro stesso territorio in un’auto con targa israeliana e accompagnati da Israeliani, erano stati presi dal terrore.

La casa di Amin Abu Aaliya, capo del comitato di villaggio, è appollaiata sulla cima di un’alta collina che domina tutte le case del villaggio oltre alla fertile vallata dove si trovano i suoi campi. Nel sole invernale che illumina gli alberi in riposo, Aaliya ci offre un dolce locale riempito con foglie di verde za’atar (issopo selvatico) preparato dalla moglie che non si unisce a noi. Quando gli chiediamo di dirle che era delizioso, ci risponde: “Lei non si deve montare la testa.”

La vista dall’alto della sua bella casa è davvero magnifica. Una musica gracchiante che esce da una vecchia Citroen Berlingo giù nella strada annuncia l’arrivo al villaggio di un ambulante che vende lo zucchero filato che qui chiamano “capelli di bambina.” In mezzo al villaggio, dei giovani stanno decorando una casa con bandiere di Fatah e della Palestina: un abitante del villaggio torna oggi a casa dopo aver passato due anni in una prigione israeliana e gli stanno preparando un festoso bentornato.

Nel villaggio cisgiordano di Al-Mughayyir. Alec Levac

La Allon Road, che va da nord a sud nella parte orientale della Cisgiordania e che fu aperta nel 1970 per dividere questa regione dal Regno di Giordania, separa anche Al-Mughayyir da gran parte del suo territorio –circa 3000 ettari– che si trova ad est della strada. Gli abitanti del villaggio si sono abituati a questa situazione nel corso degli anni. Hanno anche messo una pietra sopra all’espropriazione di terra subita per la costruzione e poi per l’allargamento della strada. Non hanno nemmeno un posto sicuro per attraversare la Allon Road con i loro greggi e per raggiungere le loro terre, ma si sono abituati anche a questo. A volte l’esercito blocca la strada sterrata che va dal villaggio ai campi, che quindi non possono raggiungere a meno che non decidano di prendere una lunga strada alternativa. Ormai ci hanno fatto l’abitudine.

Gli abitanti di Al-Mughayyir avevano anche imparato a sopportare la base militare di Mevo Shiloh che un tempo esisteva in posizione dominante sulle loro terre. Avevano dovuto fare i conti anche con l’avamposto di Adei Ad, i cui abitanti spesso li aggredivano. Ma poi l’esercito aveva abbandonato la base e i coloni l’avevano occupata. Da una ricerca su internet si apprende che i coloni erano stati apparentemente evacuati qualche anno fa da questo avamposto. Ma dall’alta collina che sovrasta i campi del villaggio spuntano le roulotte e altre grandi strutture a scopo agricolo. Mevo Shiloh è vivo e vegeto.

Gli abitanti del villaggio dicono che l’Amministrazione Civile, che è un’agenzia del governo militare, aveva promesso in passato che l’avamposto sarebbe stato evacuato, ma questo non è avvenuto. Non avendo i fondi per ingaggiare una battaglia legale, e non credendo comunque che avrebbe prodotto qualche risultato, hanno cominciato le loro dimostrazioni del venerdì.

Ho chiesto se si erano preventivamente consultati con altri abitanti della zona che avevano intrapreso battaglie simili. “Non c’era bisogno di farlo,” ha detto il capo del comitato. “Non hai bisogno di consultarti quando sei dalla parte della ragione. Non ci sentiamo sicuri sulla nostra terra. Come possiamo proteggere noi stessi e i nostri campi? La reazione naturale è: o ti affidi alla violenza o ti affidi alla protesta popolare. Noi abbiamo scelto la strada della protesta popolare.”

La strada sterrata che volge ad est del villaggio verso la Allon Road mostra i segni di ciò che è successo qui negli ultimi due mesi. Contenitori vuoti dei gas lacrimogeni sparati sui dimostranti pendono dai cavi dell’elettricità, il suolo è cosparso dei resti di copertoni bruciati e di sbarramenti di pietre. Durante la protesta del venerdì di due settimane fa, 30 residenti sono stati feriti da pallottole metalliche rivestite di gomma. I soldati filmano i dimostranti e poi nella notte fanno irruzione nel villaggio per arrestarli: questa è la procedura standard per i villaggi in lotta. Negli ultimi due mesi sono quasi 100 i residenti sottoposti a fermo.

Una densa nuvola di gas lacrimogeni incombe su Al-Mughayyir durante le dimostrazioni e, secondo il capo-comitato Aaliya, arriva col vento fino alla sua casa in cima alla collina. In alcuni casi, i coloni si uniscono alle forze di sicurezza per disperdere le dimostrazioni, tirando sassi contro i dimostranti.

Na’asan, che ha avuto le piante di ulivo devastate, arriva alla casa di Aaliya e gli mostra una copia della denuncia che ha presentato alla polizia di Binyamin: “Ricevuta di presentazione di denuncia.” Lo spazio per i dettagli dell’incidente è vuoto, mentre lo spazio per il luogo dell’accaduto recita, parola per parola: “Magir RM nel bosco, vivaio, oliveto, campo.” La motivazione: “Danneggiamento doloso alla proprietà.” Tutto in ebraico, naturalmente. “Scheda No. 31237.”

La polizia è arrivata sul posto venerdì scorso, due ore dopo che Na’asan aveva scoperto l’accaduto e lo aveva denunciato all’Ufficio Palestinese di Coordinamento e Collegamento. Gli hanno detto che le tracce dei fuoristrada sembrava portassero a Mevo Shiloh. Na’asan dice che, mentre la polizia era nell’oliveto, alcuni coloni stavano a guardare dall’alto della collina di fronte. La polizia sta ora indagando.

Circa 20 persone della famiglia allargata di Na’asan traggono il loro sostentamento da questo oliveto che, prima dell’attacco, contava un totale di 80 piante di diverse età, tutte meticolosamente coltivate. Guardando ora da qui, dice che dovrà eliminare le piante tagliate e fasciare i tronconi rimasti per proteggerli dal freddo. È solo così che potranno forse gettare nuovi rami da sottoporre alle sue cure. Ci vorranno altri 35 anni perché l’oliveto ritorni al suo stato precedente. Na’asan ha 62 anni. Questo oliveto era cresciuto insieme ai suoi figli, dice. Sa che non ha molte probabilità di vederlo risanato.

https://www.haaretz.com/israel-news/.premium-the-sadists-who-destroyed-a-decades-old-palestinian-olive-grove-can-rest-easy-1.6870077

Traduzione di Orena Palmisano

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