Gli Israeliani si comportano secondo il loro capriccio, come ho visto al checkpoint di Betlemme.

La soldatessa sembrava divertita mentre chiudeva i cancelli e costringeva i lavoratori palestinesi ad arrivare tardi al lavoro, anche se tutta quella cattiveria non aumentava in nulla la sicurezza del paese.

Anonimo

25 novembre 2018

Il checkpoint tra Gerusalemme e Betlemme in Cisgiordania, come è stato mostrato dalla Israel Television News Company. Credit Screengrab.

Sono passati quasi due anni da quando sono arrivata in Israele per studiare alla Hebrew University di Gerusalemme. All’inizio di questo mese una mia cara amica è venuta a farmi visita. Dopo averla accompagnata su e giù per Tel Aviv sulle biciclette verdi del Tel-O-Fun, e dopo aver condiviso un gran pranzo in un ristorante vicino al Carmel Market, l’ho portata a Gerusalemme per fare un giro nella Città Vecchia. Poi siamo andate a Betlemme, in Cisgiordania.

Lì abbiamo passato un serata incantevole. La mattina dopo, la mia amica ha continuato con una classica visita turistica della città mentre io cercavo di tornare al campus di Mount Scopus per una lezione. L’albergo dove eravamo state era vicino al valico di confine controllato dall’esercito. Dopo essermi informata con il personale dell’albergo, ho deciso di tornare a piedi a Gerusalemme passando per il valico vicino, con l’intenzione di prendere poi un autobus dall’altra parte del muro di separazione.

Devo confessare che, avvicinandomi al checkpoint, avvertivo una certa tensione. Da quando sono arrivata in Israele ho attraversato varie volte checkpoint di questo tipo, ma ero sempre in macchina e in compagnia di amici. Questa volta ero da sola, a piedi.

Camminando lungo Hebron Street ho incrociato venditori ambulanti che mi offrivano del cibo e ogni tanto la gente mi salutava con un “buongiorno”. La strada finiva al muro di separazione, da cui partivano tre identiche file, divise da muri di cemento ad altezza d’uomo sopra i quali c’era una rete di ferro che formava una specie di gabbia.

Non c’erano cartelli o segnali che indicassero dove andare, per cui mi misi dietro a due uomini e una donna. La donna era anziana e camminava lentamente, ma mi parve sconveniente sorpassarla. La seguii finché arrivammo a un cancello girevole che per qualche motivo era bloccato. Davanti al cancello c’erano altri dieci palestinesi che aspettavano.

Per molti minuti non successe niente, poi gli uomini cominciarono a gridare, nella speranza che le loro voci spingessero i soldati dall’altra parte del muro ad aprire il cancello. Ma questo non sortì alcun effetto. Uno dei giovani rinunciò al tentativo e tornò indietro; dopo un po’ si sentì la sua voce nella fila accanto.

Si capì che da quella fila si poteva passare, perché lui lo stava gridando agli altri. Allora corremmo tutti verso quella fila, mentre io mi chiedevo perché i soldati non avessero segnalato quale era la fila da cui si poteva passare.

Uno alla volta siamo passati da quel cancello. Poi abbiamo attraversato uno spazio aperto, lungo qualche dozzina di metri; sembrava di essere nella terra di nessuno di un confine internazionale. All’altra estremità c’era un passaggio che portava a un’ampia area di attesa con molta gente, tanto che sembrava un cantiere. È qui che ispezionano i documenti e fanno i controlli di sicurezza con i metal detector.

Ho visto quattro cancelli girevoli, tutti chiusi. Sopra a ciascuno di questi c’era una X rossa, ad indicare divieto di passaggio, ma c’era una fila davanti a ogni cancello. Io ero l’unica turista straniera e l’unica ad avere uno zaino. Alcune scolare intorno a me avevano i libri di scuola e le donne portavano piccole borse o sacchi di plastica. Gli uomini portavano solo cose che potevano entrare in tasca.

Facce avvilite

Sono rimasta intrappolata in mezzo a questa folla, senza che fosse data alcuna istruzione. Non c’era nessuna spiegazione sul fatto che i cancelli fossero chiusi proprio quando gli operai dovevano andare a lavorare a Gerusalemme e non c’era alcun indizio su quando i cancelli si sarebbero aperti. Alcuni uomini, presi dalla disperazione, tentavano invano di passare tra le sbarre metalliche, ma nemmeno un bambino ci sarebbe potuto passare. Gli altoparlanti lungo il muro tacevano e sembrava che il checkpoint fosse stato abbandonato dall’esercito.

Ho desistito e sono tornata indietro, attraversando lo spazio aperto. Ho incontrato tre soldati che hanno visto l’evidente punto interrogativo dipinto sulla mia faccia, ma mi hanno ignorato. Quando ho chiesto, mi hanno detto che i cancelli sarebbero stati aperti, ma non hanno voluto dire quando. Sono tornata in fila davanti a uno dei cancelli, scegliendo a caso quello all’estremità destra.

Sono passati dieci minuti e intanto la lezione a cui dovevo assistere stava per cominciare. Ero impaziente, tesa e sorpresa dalla calma della gente intorno a me: quattro file di persone in attesa con la faccia avvilita.

Passa un’altra mezz’ora. Mi si avvicina un vecchio e mi consiglia, in inglese, di tornare a Betlemme e cercare di arrivare a Gerusalemme con un autobus di turisti. Ma sapevo che avrei fatto sicuramente tardi se sceglievo quella soluzione. Gli ho chiesto quant’altro tempo avremmo dovuto aspettare e lui mi ha detto gentilmente che non poteva saperlo. Mi ha chiesto se era così anche in Europa (si capiva che non facevo parte di quella folla) e naturalmente gli ho detto di no.

A un certo punto, con nostra sorpresa, si aprì il nostro cancello, senza alcun motivo, così come era stato chiuso senza alcun motivo apparente. Al posto della X rossa comparve una freccia verde: che fortuna, era proprio il cancello di fronte alla mia fila. Gli altri cancelli rimanevano chiusi. Sono passate quattro persone e poco dopo ne sono state fatte passare altre quattro. Le file che stavano davanti agli altri cancelli si sono subito rotte e tutti sono corsi alla nostra fila, in una grande ressa e molto scompiglio.

Davanti a me c’erano solo 20 persone: l’incubo stava per finire. Poi, all’improvviso, la freccia verde è scomparsa ed è ritornata la X rossa. Passarono altri dieci minuti senza alcuna spiegazione. Poi ricomparve la freccia verde, ma questa volta in un’altra fila, una da cui tutta la gente si era allontanata. Si scatenò una lotta indescrivibile per tornare in quella fila. Quelli che stavano ai primi posti della fila di destra, si ritrovavano ora agli ultimi posti della fila per il nuovo cancello graziosamente aperto.

Ora anch’io ero molto più lontano dall’agognato ingresso. La fila di sinistra lasciò passare un po’ di gente e poi si chiuse anche lei, senza spiegazioni. Passarono diversi minuti e poi la freccia verde comparve sopra un altro cancello. Ricominciò l’assalto, ancor più disperato questa volta. Ebbi paura finché lo scompiglio si calmò, ma poi il cancello si chiuse di nuovo e se ne aprì un altro.

Dall’altra parte del mondo

La calma iniziale era ormai scomparsa, compresa la mia. Era subentrata l’ansia. È davvero facile trasformare una folla tranquilla in una folla disperata. La gente cominciò a salire sopra le barriere metalliche tra un cancello e l’altro, spingendosi l’un con l’altro, cercando di passare in due quando il cancello si apriva. Quando succedeva questo, la voce di una donna soldato diceva in arabo dall’altoparlante “wahad, wahad” (uno per volta). Aveva un tono divertito e ho capito che lei poteva vedere la scena su uno schermo, e la cosa la divertiva un sacco.

Era lei che controllava il gioco dei cancelli, chiudendo quelli a cui c’era una fila di gente e aprendo quelli dove non c’era nessuno, continuando così più e più volte. Ho capito che in qualunque momento avrebbe potuto informare la folla disperata quando e perché si sarebbero aperti i cancelli, ma aveva deciso di non farlo.

Il gioco continuò fino a che anch’io passai sotto a una freccia verde ed entrai dall’altra parte del mondo. Una donna soldato al di là di un vetro di protezione guardò imperturbabile il mio passaporto europeo, indicando con un cenno che potevo andare. Arrivai all’autobus con un gruppo di scolare e alcuni operai malvestiti, probabilmente netturbini o operai edili impiegati a Gerusalemme. Ho fatto tardi per la mia lezione così come loro hanno fatto tardi per il loro lavoro, lo strumento che permette loro di vivere.

Abbiamo tutti comprato i nostri biglietti e finalmente siamo partiti, ma poco dopo due soldatesse sono salite sull’autobus e hanno scelto a caso tre passeggeri che hanno fatto scendere. I biglietti che avevano comprato sono andati in fumo e per di più hanno dovuto subire un altro controllo di sicurezza. Mi sono resa conto che ciò che io avevo subito quella mattina, loro lo subiscono ogni giorno.

So che il conflitto che esiste qui è una cosa complicata. Non mi permetto di dare giudizi, non conosco abbastanza la vostra storia. Ma non c’era niente di complicato in quel che è successo quella mattina al valico di Betlemme. Quella che poteva essere una cosa semplice è diventata una cosa volutamente cattiva e complicata. I lavoratori volevano passare da un checkpoint che è stato creato per loro e sono stati trascinati in una lunga saga di inutili maltrattamenti, brutti e deprimenti.

E tutto questo non ha contribuito in alcun modo alla sicurezza del paese. Tutto è stato fatto come per capriccio e senza alcun profitto, così per fare, per indifferenza, per divertimento, per leggerezza, per insensibilità e forse per cattiveria. So che questo mio racconto non è drammatico o sanguinoso, è solo una storiella, ma forse proprio per questo rappresenta bene quello che sta succedendo in questo paese.

Purtroppo non posso dire il mio nome: I miei studi alla Hebrew University mi stanno troppo a cuore e non voglio inutili interrogatori all’aeroporto: leggo continuamente storie di questo tipo sui giornali. Probabilmente non sono molto coraggiosa, ma questo non è il mio paese e qui sono solo un’ospite. [Dal testo in inglese non si evince neanche se si tratta di uno studente o di una studentessa. L’identità femminile qui attribuita è puramente arbitraria. NdT]

https://www.haaretz.com/misc/writers/WRITER-1.6681053

Traduzione di Donato Cioli

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