Intervista di Luisa Morgantini a Shireen Essawy, 39 anni, avvocato palestinese, ex prigioniera politica nelle carceri israeliane.

Come sei diventata un’attivista per la libertà contro l’occupazione militare israeliana?

La storia della mia famiglia è intrisa di lotte di resistenza, da quella militare a quella per l’affermazione della legalità internazionale. Mio nonno fin da piccola mi faceva leggere, per lui, a voce alta, la rivista politica al Bayader al Ziasi. Non sono stati però i libri a farmi prendere coscienza dell’occupazione militare bensì la mia esperienza di vita. Mio nonno era con la rivolta araba, venne arrestato durante il mandato britannico e condannato a morte, ma riuscì a fuggire dalla prigione di Akko. Mio padre è stato un fondatore dell’OLP, ha saputo lavorare in segreto e non è mai stato arrestato; mia madre venne arrestata il giorno del suo matrimonio, faceva l’infermiera e venne accusata di aver curato i fedayin feriti negli scontri con l’esercito israeliano.

Non ho mai avuto i sogni di una ragazza, non ho mai pensato che la mia vita dovesse essere il matrimonio. Andavo per la strada con i ragazzi, tiravo pietre come tutti ed il mio sogno era farla finita con l’occupazione militare. La mia mente è sempre stata occupata da questi pensieri: come essere libera insieme al popolo palestinese. Sono stata accettata per quello che ero e volevo essere. Una volta mi sono anche innamorata e fidanzata: lo avevo conosciuto da suo avvocato in prigione, poi lui venne rilasciato, con l’obbligo di non fare attività politica. Così le nostre vite si sono separate.

Qualche volta mi passa per la mente di avere figli o un marito, non per vero desiderio, ma perché penso che in questo modo non dovrebbe essere solo mia madre ad occuparsi di me quando sono in carcere: lei è anziana, malata ed ha passato quasi tutta la sua vita a cercare di avere i permessi per visitare i figli in carcere

Certo la tua famiglia paga a caro prezzo la lotta per la libertà. Per tuo fratello Samer durante il suo lungo sciopero della fame abbiamo scioperato a staffetta anche qui in Italia.

Siamo 6 fratelli e due sorelle. Nel 2010, tranne mia sorella Rasha, eravamo tutti in carcere: Medhad ha 44 anni , 23 dei quali passati in carcere e deve scontare ancora 8 anni; Samer è stato condannato a 30 anni, ha fatto uno dei più lunghi scioperi della fame, era stato rilasciato nello scambio con il soldato Gilad Shalit ma poi è stato riarrestato; Firas è ricercato ed è in clandestinità; Fadi è stato ucciso nel 1994, a Gerusalemme da una pallottola dum-dum durante una protesta contro il massacro compiuto da un colono nella moschea di Hebron; Rafat è stato in carcere per molti anni, così come Shadi. A differenza dei miei fratelli portati via nel cuore della notte, io sono sempre stata arrestata per strada: mettevano dei checkpoint volanti per aspettarmi. L’ultima volta, mi hanno tenuta in carcere dal 2014 per quattro anni, condannata con l’accusa di aver passato lettere di prigionieri palestinesi, dei quali ero l’avvocato difensore, ai loro famigliari che vivevano a Gaza ed ai quali era proibito visitare i prigionieri. Qualche mese dopo aver terminato la condanna, mi è arrivata l’ingiunzione di non praticare l’avvocatura per 4 anni; ora la situazione è peggiorata perché le autorità israeliane hanno chiesto che la mia licenza venga cancellata. Si deciderà a settembre. Ma sono tante le famiglie palestinesi che hanno storie come e anche peggiori della nostra, e basta pensare che vi sono più di seimila persone in carcere, molti di loro in detenzione amministrativa e molti i minori sia ragazze che ragazzi.

Sono note le condizioni di detenzione nelle carceri israeliane, gli abusi e torture subite dai prigionieri, le violazioni dei diritti e della legalità da parte d’ Israele. Tu hai passato quattro anni nelle carceri israeliane, cosa hai dovuto subire?

I primi 30 giorni li ho passati sotto interrogatorio nella prigione Moskobya nel centro di Gerusalemme Ovest. Cella minuscola, senza letto o materasso, non c’era una finestra e la luce restava accesa giorno e notte.

Per lunghi tempi, anche 20 ore, mi portavano in una stanza, legata ad una sedia in una posizione scomoda, un cappuccio lercio in testa; a volte mi slegavano e mi picchiavano la testa contro il muro o mi davano pugni in testa: ne risento ancora adesso, ho perdite di memoria e dolori al capo, sono stata anche qualche giorno senza poter parlare per una mandibola contusa. Cercavano di terrorizzarmi, mi dicevano di aver demolito la mia casa con tutte le persone dentro, oppure minacciavano di deportarci tutti in Giordania. Quando mi riportavano in cella spesso la guardia apriva il finestrino e mi urlava, un’altra forma di tortura per impedirmi di dormire.

In quei primi 30 giorni, la croce rossa mi ha potuto visitare solo al 16° giorno, l’avvocato solo una volta per pochi minuti; alla richiesta rispondevano che ero sotto interrogatorio. Non ho potuto fare una doccia, c’era un buco per i propri bisogni, un catino con acqua, ma niente sapone o spazzolino, niente neppure per il ciclo mestruale.

La mia sentenza è stata pronunciata nel marzo del 2016, due anni dopo il mio arresto. Mi hanno messa in diverse prigioni, tutte illegali visto che la convenzione di Ginevra prevede che un paese occupante non può tenere prigionieri nel proprio paese, ma si sa, grazie alla complicità internazionale Israele è un paese al di sopra delle leggi. Diverse volte sono stata in isolamento, dicevano che incitavo le altre prigioniere alla rivolta, oppure perché aiutavo le giovani a fare gli esami scolastici. L’ultima volta è durato un mese, nella cella c’era una cinepresa, non avevo privacy, ero costantemente osservata, quando dovevo fare i bisogni, mi coprivo. Durante la detenzione non mi davano i permessi per avere libri, non potevo scrivere o ricevere posta. Allora leggevo i libri delle altre detenute, anche se erano storie di amore o vaghezze, anche alle altre non erano permessi libri politici, ma io leggevo ogni cosa che mi capitava per tenere la testa in allenamento.

Come sono i rapporti tra le prigioniere palestinesi?

Ci aiutiamo vicendevolmente, sono stata in cella con giovani di 16 anni che mi chiamavano mamma, le più grandi raccontano la storia della Palestina, si fa educazione politica. Si aiutano le donne ferite, come Israah, che aveva tutte le mani e il volto bruciati e non curati. Ci si consola a vicenda, si dividono i cibi, tra chi ha e chi non ha, oppure con chi è punita e non gli viene concesso di acquistare cibi al negozio del carcere. Le giornate sono lunghe in carcere, non passano mai.

E fuori dal carcere? Vi sentite sole o accolte dalla comunità? Ti sembra cambiato qualcosa negli ultimi anni? Siete in rapporto tra voi ex- prigioniere?

Il rifugio è la famiglia, tutti sono stanchi e cercano di sopravvivere, non c’è più lo stesso entusiasmo e la speranza della libertà dal nostro oppressore. Una volta uscito dal carcere sei lasciato solo, devi trovarti un lavoro (io per esempio non l’ho ancora trovato), dovresti essere curato per i traumi che hai subito, ma non ci sono centri che provvedono a questo; ti tieni dentro i tuoi traumi e poi a volte esplodi. Tra noi, soprattutto con chi vive a Gerusalemme, ci vediamo e affrontiamo i diversi problemi, alcune hanno cattivi rapporti con il marito o con i figli che sono stati tanto tempo senza di loro. Di solito però io sono vista come quella forte e cosi non c’è vero scambio. Io non so a chi posso parlare, non posso dare altre pene a mia madre e dire quello che ho passato in prigione, raccontare gli incubi che mi perseguitano e dire che ogni sera ho i miei effetti personali pronti nel caso i soldati vengano a prelevarmi. In questi giorni qui in Italia, mi sento però molto sollevata, trovo che mi fa molto bene poter parlare e raccontare, non solo per denunciare le violazioni dei diritti da parte di Israele nei confronti del popolo palestinese; mi rendo conto quanto sia terapeutico anche per me riuscire a comunicare agli altri e non tenere tutto dentro di me. Continuerò a lottare e a resistere fino alla fine dei miei giorni: so di essere nel giusto.

Luisa Morgantini

luisamorgantini@gmail.com

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