Voi, maggioranza silenziosa, andate in questo villaggio palestinese.

Andate nel villaggio beduino di Khan al-Ahmar e fatelo a nome del popolo ebraico, o almeno della sua parte sana.

di Odeh Bisharat

Haaretz, 4 giugno 2018.

Una panoramica d’insieme del villaggio beduino di Khan al-Ahmar, ripresa il 30 maggio 2018. MENAHEM KAHANA/AFP

Quello che succede ai residenti di Khan al-Ahmar non succede perché si sono rifiutati di accettare il piano di partizione dell’ONU, o perché gli stati arabi hanno sferrato una guerra contro il nuovo stato [di Israele], o perché sono fuggiti su ordine dei loro leader [come i Sionisti hanno sostenuto sia avvenuto nel 1948, ndt]. E questi beduini non hanno mai chiesto di boicottare Israele e nemmeno di boicottare gli insediamenti.

E se, come avviene ad Abd el-Hadi nella poesia di Taha Muhammad Ali, incontrassero l’equipaggio della portaerei Enterprise offrirebbero loro “uova fritte e labaneh appena uscito dalla sua sacca.”

Malgrado tutto ciò, Israele li sta cacciando dalla loro terra. Nel frattempo, ci possiamo aspettare che il mio collega di Haaretz Dam Magalit ci spieghi in un dettagliato editoriale che i residenti di Khan al-Ahmar sono diventati rifugiati per loro scelta.

E questa espulsione non avviene a seguito di un discutibile ordine militare, o a seguito di un gesto della mano di qualche padre fondatore [allusione a Ben Gurion, ndt] come quello che provocò l’espulsione di oltre 50.000 Arabi da Lod e Ramle, o a causa del desiderio dell’estrema destra di ripulire il paese dagli Arabi, o per colpa di burocrati malvagi. Questa espulsione è stata approvata dai giudici della Corte Suprema di Israele, l’emblema della giustizia e della benevolenza. Allora, se questo è ciò che fa l’emblema della giustizia, al male cosa rimane da distruggere?

Oltre a questo, si tratta di capire qual è il ruolo dei vicini, gli abitanti delle colonie che sono state costruite su terra araba, violando la legge internazionale. Si è scoperto che sono proprio loro l’elemento trainante che spinge per l’espulsione dei vicini. “Il vicino viene prima della casa,” dicono in arabo. In ebraico, lo slogan è “noi ci insediamo e cacciamo i vicini.”

È stata la colonia di Kfar Adumim, insieme alla ONG Regavim, a chiedere all’Alta Corte di Giustizia di demolire le case di Khan al-Ahmar. Il presidente del consiglio municipale di Kfar Adumim, Danny Tirza, che è anche un colonnello della riserva, ha detto al programma televisivo “Ulpan Shishi” che l’obiettivo della loro azione è, da una parte, costruire e insediarsi sul posto, e dall’altra parte “preservare il territorio dello stato.”

Per Tirza, “una colonia è come una posizione militare.” In altre parole, le colonie sono uno strumento per attuare la politica anti-palestinese del governo; e quando sei uno strumento, non c’è niente che possa risvegliare la tua umanità, che è già morta.

Il grido di Hodaya Friedman, una colona di Kfar Adumim, che ha chiesto “perché volete demolire in nome mio?” non ha avuto alcun impatto su Tirza. La domanda della Friedman è il cuore della tragedia di tutt’e due le parti: la parte araba demolita e la parte demolitrice del colono il cui nome sarà ricordato per sempre come qualcuno che ha scatenato una seconda Nakba contro un vicino che non era un nemico.

“Tutti a Kfar Adumim conoscono Eid,” dice la Friedman. Eid è l’operatore della ruspa dal sorriso gentile che rimane saldo contro le difficoltà della natura nel terreno montagnoso del deserto in cui vive. I suoi genitori della tribù Jahalin furono cacciati nel 1951 da Arad, nel Negev del nord. Dopo aver vagato in giro si stabilirono nell’attuale postazione, nel villaggio palestinese di Anata, con il consenso della popolazione locale. Finché non arrivarono i signori della terra.

Secondo il programma “Ulpan Shishi,” Eid e la sua ruspa costruirono le fondazioni delle case di Kfar Adumim, oltre alle fognature e alle infrastrutture dell’acqua e dell’elettricità per la compagnia telefonica Bezeq. Ma quando l’ordine di evacuazione sarà eseguito, anche lui sarà cacciato. Quando si riscatta la terra non si può badare alle lacrime e alla compassione. E poi si lamentano del male.

Tra l’altro, il grido della Friedman “Perché volete distruggere in nome mio?” è diretto alla stragrande maggioranza dei cittadini di Israele, sia Arabi che Ebrei. Ebbene sì, il crimine di pulizia etnica viene commesso a nome tuo. E sta avvenendo proprio ora, in tempo reale.

E allora muoviti, pigra maggioranza silenziosa. Vai a Khan al-Ahmar e in nome del popolo ebraico, o almeno della sua parte sana, e in nome della comunità araba, grida: Noi non permetteremo la pulizia etnica!

Svegliati una buona volta dalla tua pigrizia. Traduci in azione la tua umanità!

Odeh Bisharat

https://www.haaretz.com/opinion/.premium-you-the-silent-majority-go-to-this-palestinian-village-1.6140040

Traduzione di Donato Cioli

A cura di Assopace Palestina

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