Israele preme per costruire: le case e la scuola dei Beduini a un passo dalla demolizione.

Khan al-Ahmar è dietro una strada che corre fra due colonie israeliane in piena attività. Credit: Corinna Kern for The New York Times

 

di David M. Halbfinger, Rami Nazzal

The New York Times, 22 giugno 2018

KHAN AL-AHMAR, Cisgiordania – I pastori trasformati in greggi.

Secondo i militari, ormai ogni giorno è buono perché arrivino i bulldozer a cancellare dalla carta geografica la comunità beduina di Khan al-Ahmar, in Cisgiordania.

Per decenni Israele, per consentire l’espansione degli insediamenti ebraici, ha voluto sgombrare migliaia di Beduini, che allevavano pecore e capre sui declivi delle colline a est di Gerusalemme,

La violenta espropriazione degli anni Novanta, che – trasmessa in televisione – ha mostrato soldati espellere le famiglie dalle proprie case e bulldozer radere al suolo un intero quartiere, ha reso evidente la forza brutale dell’occupazione; in seguito ad essa, giudici liberali israeliani e diplomatici stranieri contribuirono a rallentare le espulsioni. Se nulla è stato fermato, molto fu più volte rimandato.

L’esercito ha emesso decine di ordini di demolizione per le stalle precarie dei Beduini, fatte di ondulati di latta, legno di scarto e teli di nylon. Periodicamente, i soldati hanno abbattuto baracche, rovesciato serbatoi d’acqua, rimosso pannelli solari o svolto esercitazioni militari sul posto, nel corso di quella che i critici hanno definito una capillare campagna volta a rendere la vita così penosa da indurre la popolazione del luogo ad abbandonarlo. Ma i militari non hanno più osato demolire un intero villaggio.

Costruita nel 2009 da un’organizzazione italiana con materiali abbondanti ed economici come il fango e i vecchi pneumatici, la “scuola di gomme” ha consentito ai bambini locali recarsi in classe in modo sicuro, dopo che diversi di loro erano stati investiti dalle auto lungo il tragitto per le scuole di Gerico. Credit: Corinna Kern for The New York Times

Ora però potrebbero essere tolti i freni. Con la copertura diplomatica dell’amministrazione Trump e la pressione di ministri israeliani di destra intesi a sfruttarla finché dura, mentre il sostegno internazionale per il Palestinesi è attualmente concentrato su Gaza, una recente sentenza da parte di una giuria della Corte Suprema israeliana composta a maggioranza da coloni sembra infatti consentire al governo di procedere alla rimozione di intere comunità beduine in Cisgiordania. Secondo alcuni difensori dei Beduini si tratterebbe di un crimine di guerra, in quanto trasferimento forzato di una popolazione sotto tutela dell’occupazione militare.

«Tutti mi chiedono: “Cosa farai, Beduino?”», dice Eid Abu Khamis, 51 anni, capo del villaggio di Khan al-Ahmar. «Io non ho F-16 o F-15. Domando alla comunità internazionale: dove sono le leggi?».

Sulla carta geografica Khan al-Ahmar è un puntino sbiadito, ficcato dietro una strada che corre fra due colonie israeliane: Maale Adumim, insediata così bene quale sobborgo di Gerusalemme che persino la sinistra conviene che dovrà essere sottratta a un futuro stato palestinese, e la propaggine di Kfar Adumim, in rapida crescita.

Almeno dagli anni Settanta i Beduini hanno fatto di questo luogo la propria casa per tutto l’anno, sebbene alcuni di loro affermino di esservi nati ancora prima, come Abu Khamis. La tribù beduina Jahalin, ha vagato per il deserto del Negev fino a quando Israele, dopo la sua fondazione nel 1948, non la espulse. Una volta arrivati qui, i Beduini trovarono una Cisgiordania disabitata sotto il controllo giordano.

Faisal Abu Dayhok nel centro sociale del villaggio. I Beduini hanno fatto di questo villaggio la propria casa almeno dagli anni Settanta, sebbene alcuni di loro affermino di esservi nati ancora prima. Credit: Corinna Kern for The New York Times

 

Con la vittoria di Israele nella Guerra dei Sei Giorni del 1967, l’esercito assunse il potere, limitò la libertà di movimento dei pastori, espropriò l’area trasformandola in territorio dello stato ma non sgomberò i Beduini. Fu negli anni Settanta che i costruttori della colonia di Maale Adumim ne domandarono l’evacuazione per edificare case ebraiche a est e “recidere la continuità degli insediamenti arabi tra Giudea e Samaria”, secondo i termini con cui gli Israeliani si riferiscono alle due metà, settentrionale e meridionale, della Cisgiordania.

La presenza dei Beduini assunse un grande significato politico con l’inizio del processo di pace di Oslo, negli anni ’90: se Israele avesse sviluppato l’area, come il governo minacciava di fare da tempo, avrebbe rafforzato la contiguità fra Maale Adumim e Gerusalemme e dintorni. Di fatto avrebbe anche spezzettato la Cisgiordania, isolando Gerusalemme Est, araba, e separando Ramallah a nord da Betlemme a sud; per un futuro stato palestinese, la conseguenza sarebbe stata quella di dover collegare le proprie parti mediante tunnel sotterranei o ponti attraverso il territorio israeliano.

In realtà la presenza dei Beduini attesta uno status quo intatto: finché ci sono, Israele deve eliminarli per poter costruire, mentre i Palestinesi possono indicarli come segnaposto di un eventuale stato.

Il villaggio di Khan al-Ahmar, a chi lo visiti per la prima volta, non pare il fulcro di una contesa fra due destini nazionali in lotta. Non assomiglia nemmeno molto a un villaggio. I visitatori che non abbiano una jeep o un cavallo, devono parcheggiare su un lato della Route 1, schivare a piedi le auto in corsa, superare una barriera metallica e salire per una collina rocciosa. Non ci sono né linee elettriche né rete idrica.

Appena giunti, si trova la casa a cielo aperto in cui abita Faisal Abu Dayhok, 45 anni, con la moglie e sei figli; le loro 16 pecore e montoni condividono un piccolo recinto grande quanto un garage per due auto. A pochi metri di distanza c’è la scuola, frequentata dai quattro figli più piccoli della famiglia e da circa 150 altri alunni che vengono da Khan al-Ahmar e da alcuni villaggi beduini delle vicinanze.

Costruita nel 2009 da un’organizzazione italiana con materiali abbondanti ed economici come il fango e i vecchi pneumatici, la “scuola di gomme” ha consentito ai bambini locali recarsi in classe in modo sicuro, dopo che diversi di loro erano stati investiti dalle auto lungo il tragitto per le scuole di Gerico. I coloni di Kfar Adumim e un loro gruppo di sostegno chiamato Regavim l’hanno invece percepita come una minaccia, riferisce Shlomo Lecker, da tempo avvocato dei Beduini.

A proposito della campagna sostenuta da Regavim per ottenere l’intervento dell’esercito a compiere demolizioni, Lecker racconta che «la cosa si è fatta seria in seguito alla costruzione della scuola. Finché i Beduini vivono in queste baracche, la destra è convinta che troverà modo, prima o poi, di cacciarli via. La scuola rappresenta invece la sola cosa stabile della zona, così è assurta a simbolo: se qui rimarrà una scuola, cosa mai verrà dopo?».

Appropriandosi di tattiche adottate da gruppi d’opposizione come Peace Now contro gli avamposti ebraici illegali della Cisgiordania, nei tribunali Regavim ha seguito una linea molto semplice: la legge è la legge.

Per decenni Israele, per consentire l’espansione degli insediamenti ebraici, ha cercato di sgombrare migliaia di Beduini da vaste aree della Cisgiordania. Credit: Corinna Kern for The New York Times

Nessuno mette in dubbio che le costruzioni dei Beduini, scuola compresa, siano state messe in piedi senza permessi. Ma i critici la ritengono la conclusione apparentemente logica di un ragionamento kafkiano: per il rilascio del permesso di costruire, un villaggio deve disporre di un piano regolatore generale approvato, ma Israele non approva quasi mai le domande palestinesi né per l’uno né per l’altro.

In passato, la Corte Suprema israeliana tendeva a rimandare il giorno del giudizio per le comunità beduine, e spesso lo faceva contestando al governo di non offrire nuove sistemazioni adeguate ai residenti e alle loro greggi.

I Beduini di Khan al-Ahmar, ad esempio, dovrebbero essere trasferiti appena fuori dall’insediamento urbano di Abu Dis, nell’angusta località di Jahalin West, vicino a una vecchia discarica e senza la possibilità di disporre di uno spazio per le mandrie.

Ma in una sentenza del 24 maggio, un gruppo di tre giudici – due dei quali coloni o ex-coloni, come rilevato dai difensori dei Beduini – riscontra che i Beduini stanno tergiversando e che non esiste alcuna ragione per ritardare ulteriormente le demolizioni. Secondo quanto stabilito dalla Corte, non conta se l’alternativa proposta sia accettabile ma se «l’esecuzione degli ordini di demolizione risponda ai requisiti legali».

Come dichiara Israele, non solo il villaggio di Khan al-Ahmar è illegale ma è anche pericoloso data la sua vicinanza alla Route 1, e l’alternativa – lotti di terreno liberi e dotati di allacciamenti all’acqua e all’elettricità – costituisce un netto miglioramento. «Lo Stato di Israele costruirà a proprie spese una nuova scuola moderna, di qualità significativamente migliore rispetto all’attuale struttura», ha dichiarato il portavoce del Ministero della Difesa Assaf Zohar.

Eppure il nuovo sito offre solo un sedicesimo di acro (250 mq in tutto) per ogni famiglia – una frazione di quanto fu concesso nei tardi anni Novanta ai Beduini della tribù espulsi a causa dell’espansione della colonia di Maale Adumim. Sorprendentemente, la sentenza della Corte Suprema afferma che è disponibile un luogo per pascolare le greggi, benché il governo abbia già riconosciuto l’esatto contrario.

«A ogni Beduino assegnano 250 metri quadrati», riferisce Abu Khamis a proposito della terra riservata a ciascuna delle 32 famiglie di Khan al-Ahmar. «Per chi sono? Per le pecore? Per gli asini? Per i cani? Per gli umani?».

Il sito preparato per il trasferimento degli abitanti di Khan al-Ahmar, vicino alla città palestinese di Abu Dis. La nuova sede, in un’area urbana vicino a una discarica, è incompatibile con la vita dei Beduini che si basa sull’allevamento e la pastorizia. Credit: Corinna Kern for The New York Times

Fra i coloni, ci sono quelli colpiti dal rimorso: alcuni residenti di Kfar Adumim hanno rotto con chi spinge per la demolizione e hanno domandato alla Corte di esigere un accordo negoziato. Uno di loro, l’ex ambasciatore israeliano negli Usa Sallai Meridor, ha scritto un’addolorata lettera aperta ai propri vicini. «Quando noi arrivammo, i Beduini erano già qui», vi ha annotato Meridor, affermando che la loro presenza non aveva ostacolato la crescita dell’insediamento. «Cosa ci è successo, se ora pretendiamo per noi stessi persino l’agnello del povero?».

Ma il governo ha tirato dritto. Giorni dopo la sentenza, si concedeva l’autorizzazione per un nuovo quartiere residenziale di 92 case a Kfar Adumim, a mezzo miglio di distanza da Khan al-Ahmar.

Secondo Lecker, il governo ha sostenuto senza ragione che i Beduini sarebbero contenti di vivere nel contesto urbano. Ma chi fu trasferito a Jahalin West anni fa afferma che gli è stato impossibile mantenere lo stile di vita che gli era proprio. «Cercano di farci diventare meno Beduini di quel che vogliamo essere», commenta il cinquantenne Muhammad Abu Khalil. «L’unica cosa che appartiene alla nostra esistenza è l’allevamento delle nostre pecore». E aggiunge che alcuni dei suoi ex vicini sono tornati in case illegali sulle colline. Altri vorrebbero fare lo stesso.

Abu Khamis sottolinea il difetto fatale della proposta israeliana per Khan al-Ahmar: a Jahalin West, i proprietari palestinesi che non riconoscono la confisca da parte di Israele delle loro proprietà hanno minacciato di fare causa presso il tribunale palestinese per impedire che in esse vengano trasferiti i beduini di Khan al-Ahmar.

Tutto ciò preoccupa Abu Khamis, perché ben presto i suoi vicini non avranno più un luogo in cui vivere. «Da qui ci scacciano, e là dove ci spostiamo è sempre terra di qualcun altro» dice; e aggiunge: «Negli USA c’è gente che lavora per la NASA per andare sulla luna. Spero che si trovi qualcuno che possa fare un pianeta per me».

https://www.nytimes.com/2018/06/24/world/middleeast/israel-bedouins-demolition.html?emc=edit_th_180625&nl=todaysheadlines&nlid=701781080625

Traduzione di Cristina Alziati

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