Per un africano-israeliano, ‘la società israeliana è diventata la più intollerante del mondo’

‘Se prendiamo tutti gli Ebrei che sono venuti dal Nord Africa, abbiamo un gruppo considerevole’ di Africani in Israele. E se ci fosse una trasmissione radiofonica che rispecchia questo dato?

di Itay Stern

Haaretz, 4 aprile 2018

Avishai Tzaghon Baruch (sin.) e Shlomo Shmuel del programma radiofonico Afrikan. “Mi presento come un Africano orgoglioso di esserlo.” Foto Moti Milrod

In Israele vivono più Africani che non-Africani, sostiene il DJ radiofonico Avishai Tzaghon Baruch. “Se prendiamo tutto il Nordafrica –Algerini, Marocchini, Tunisini, Etiopi, Egiziani– siamo davanti a un gruppo davvero considerevole.”

Tzaghon Baruch, insieme al cabarettista Shlomo Shmuel, presenta un nuovo programma radiofonico, unico nel mondo dell’intrattenimento israeliano, chiamato Afrikan, che mette al centro la cultura africana e i suoi effetti sulla società israeliana. Trasmettono un mix di musiche popolari da Ghana, Mali, Zimbabwe e paesi dell’Africa settentrionale come il Marocco, intervistano giovani artisti israeliani di origine etiope, ed indagano la connessione culturale (o il plagio) tra la musica occidentale e gli artisti africani.

Afrikan infrange molti stereotipi e miti che le persone hanno sull’Africa, ad esempio che lì c’è solo povertà, fame e arretratezza”, dice Shmuel. “È un continente ricco che è stato derubato, ma è ancora pieno di cultura e arte da cui anche molti Occidentali prendono ispirazione. Per esempio, Beyoncé e Jay-Z stanno facendo il loro tour On the Run, il cui manifesto pubblicitario è stato ispirato da un film senegalese del 1973”.

Entrambi sostengono di avere un’identità divisa: Tzaghon Baruch è nato in Etiopia e si è trasferito in Israele con la sua famiglia quando aveva due anni. Ora crea documentari e cartoni animati per bambini per il canale televisivo IETV (la Televisione Israeliana Etiope). Shmuel è nato a Be’er Sheva 31 anni fa ed è cresciuto nella città meridionale di Ashdod.

“Mi presento come un Africano orgoglioso di esserlo”, dice Shmuel. “Dopo tutto, è abbastanza chiaro che sono africano. È impossibile ignorarlo. Anche se mi sento israeliano, devo dire che sono israeliano perché gli altri lo sappiano. Invece non ho bisogno di dichiarare la mia identità africana”.

Tzaghon Baruch dice che lui “preferisce la cultura africana a quella occidentale”, e aggiunge: “Se mi chiedi se vado a sentire una band africana o un concerto [di musica classica], la scelta è facile. Non sono cresciuto in una famiglia in cui si ascoltavano Mozart, Bach e Beethoven, ma piuttosto musica con molto ritmo”.

Shlomo, il tuo spettacolo è molto socialmente orientato. Vi esprimi un potente e spiritoso grido di protesta contro il trattamento che gli Etiopi ricevono in Israele.

“Sì, perché questa è la realtà. Il cabaret è una sorta di tragedia. Se una cosa funziona alla perfezione, non c’è molto su cui ridere. Il mio spettacolo è pieno di questioni sociali, e io vi presento la mia identità etiope. Anche se è uno svantaggio, ridiamone”.

Shlomo Shmuel. “Siamo diventati una società egoista e molto malsana” Foto Moti Milrod

“La gente mi dice spesso che mi spingo troppo in là parlando di razzismo. Allora rispondo che loro sentono da me un monologo di 20 minuti, ma io l’ho vissuto per 31 anni. Ve lo presento in maniera spiritosa, ma quando ci sono passato non è stato affatto divertente”.

Tzaghon Baruch aggiunge: “Devo dimostrare in continuazione di essere israeliano, ma nessuno contesta il mio essere africano. È la prima cosa che vedono. I giovani Etiopi lo sentono fin troppo bene, e proprio per questo molti stanno ripristinando i loro nomi etiopi. Prima di andare nell’esercito hai un sacco di amici non-etiopi, eppure in qualche modo, quando esci dal servizio di leva, tutti gli amici non-etiopi scompaiono”, dice. “Improvvisamente capisci cos’è il razzismo. Capisci che vuoi un ambiente sicuro”.

Non diteci di esprimere il nostro dolore

La radio israeliana, così come la televisione locale, ha cominciato a fare progressi negli ultimi anni quanto alla presentazione della comunità etiope. Oltre al successo di band e artisti come Cafe Shahor Hazak (Caffè Nero Forte), Axum e Avior Malasa, la serie televisiva Nebso, che era incentrata sugli Etiopi israeliani, è stata replicata per una seconda stagione.

Tzaghon Baruch. “Devo dimostrare in continuazione di essere israeliano, ma nessuno contesta il mio essere africano”. Foto Moti Milrod

Perfino alcuni attori si stanno facendo un nome, come Ruti Asarsai e la giovane star Oshrat Ingedashet. Tuttavia, molti di loro evitano di affrontare il tema della sofferenza della comunità.

“C’è una specie di richiesta che gli artisti etiopi esprimano dolore e rabbia in ciò che fanno, ma non è giusto”, dice Shmuel. “È come se la situazione economica fosse negativa e io chiedessi a tutti i giovani artisti di cantare di questo. Vogliamo questa libertà. A una persona di colore manca la libertà assoluta e ha solo una libertà limitata”, dice. “Gli Europei ora possono portare vestiti africani, ed è figo, ma se io mi vesto con abiti occidentali sto diventando un Ashkenazi. È qualcosa contro cui dovrò lottare per tutta la vita. È il livello più nascosto di razzismo: l’aspettativa che ti comporterai in un certo modo”.

Tzaghon Baruch offre un’altra spiegazione: “Ora come ora è molto difficile per la società israeliana digerire un cantante etiope che dà tutto ciò che ha in termini di critica”, afferma. “Quelli che lo fanno non arrivano al palco. D’altro canto, se qualcuno cominciasse ad aprire la porta, creerebbe un varco per altri artisti etiopi. Quando Cafe Shahor Hazak ha cominciato, non c’erano molti [artisti di quel genere], ma oggi si vedono molti ragazzi giovani con video su YouTube”.

Shmuel dice che gli Etiopi studiano recitazione ma non vengono notati. “È importante che gli Etiopi scrivano [i loro] show [televisivi] perché è importante qual è la parte che racconta la storia. Devi andare e farlo, così ci saranno più attori e sceneggiatori. Queste sono professioni economicamente rischiose, e per questo motivo sono riservate a persone con uno status economico relativamente elevato”.

Migranti etiopi tengono in mano fotografie dei loro parenti durante una manifestazione. REUTERS

Tzaghon Baruch: “Non c’è molta rappresentanza etiope neanche nei programmi per bambini. E non parliamo della pubblicità”.

Shmuel: “Quando ho studiato pubblicità, ho studiato le percezioni psicologiche del settore, e ho capito chi viene percepito come una persona affidabile. Il problema non è la persona che fa il casting. Sta solo facendo ciò che tutti si aspettano da lui. Il problema è più profondo. È una questione di educazione”. Nei programmi per bambini, aggiunge, è chiaro che i bambini non sono attori di grande esperienza, “quindi non c’è ragione di non prendere bambini etiopi”.

“Credo che succederà”, dice Shmuel, che ha dichiarato che gli Stati Uniti sono un paese con un’attitudine al razzismo maggiore di Israele, ma dove i neri hanno fatto dei passi in avanti. “Hanno raggiunto una situazione in cui dominano la cultura e lo sport. L’hip-hop è di moda. Gli hanno dato un’opportunità e guarda dove ha portato. Israele è molto piccolo e sta tentando di sopravvivere. Qualunque odio o razzismo deriva dalla paura. [Gli Israeliani] hanno paura di ciò che è diverso, dell’ignoto.

“La società israeliana è diventata la più intollerante nel mondo negli ultimi anni”, dice Baruch. “Se un decennio fa in qualche modo ho smesso di sentire la parola ‘negro’ (‘kushi’ in ebraico) per strada, negli ultimi due anni l’ho sentita in continuazione. Il nostro governo sta permettendo che questo succeda. La gente oggi è meno tollerante anche nei confronti degli immigrati etiopi. Non è un caso che la comunità abbia protestato nel 2015”, ha detto, riferendosi alle proteste scoppiate a seguito delle violenze della polizia contro membri della comunità ebraica etiope.

Shmuel: “Siamo diventati una società egoistica e molto malsana. La politica probabilmente ci sta dividendo. Per questo è così importante offrire un programma come Afrikan. Le persone ai vertici devono capire questo valore: lo stare insieme”.

Itay Stern

https://www.haaretz.com/life/.premium-on-the-radio-combining-african-and-israeli-identities-1.5975568

Traduzione di Dora Rizzardo

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