Dov’è il Gandhi palestinese? La marcia di Gaza.

di Neve Gordon

+972, 1 aprile 2018

Invece di chiederci quando i Palestinesi produrranno il loro Gandhi, dobbiamo chiederci quando Israele produrrà un leader che non cerchi di soggiogare un popolo sotto occupazione usando violenza e spargendo morte.

 

Un Palestinese ferito viene soccorso durante la Grande Marcia del Ritorno a Gaza, ad Est del campo rifugiati di Jabaliya. 30 marzo 2018. (Mohammed Emad / Activestills.org

Per decenni i Sionisti hanno dato la colpa ai Palestinesi per il progetto coloniale in atto da parte di Israele. “Se solo i Palestinesi avessero un Mahatma Gandhi,” hanno detto molti liberali israeliani, “l’occupazione finirebbe subito.”

Ma se uno volesse davvero trovare dei Mahatma Gandhi palestinesi, basterebbe che desse uno sguardo alle immagini dei dimostranti nei telegiornali di venerdì sera. Circa 30.000 Palestinesi hanno partecipato alla Marcia nonviolenta del Ritorno, che si proponeva di impiantare alcuni accampamenti a diverse centinaia di metri dalla recinzione militarizzata che circonda la Striscia di Gaza. Il loro obiettivo era quello di protestare contro la carcerazione a cui sono sottoposti nella più grande prigione a cielo aperto del mondo e contro la massiccia operazione in atto di confisca della terra dei loro avi. Infatti bisogna tener presente che il 70% della popolazione di Gaza è costituita da rifugiati del 1948, le cui famiglie possedevano delle terre in quello che è poi diventato Israele.

Mentre gli abitanti di Gaza marciavano verso la recinzione militarizzata, io sedevo a tavola con la mia famiglia recitando l’Haggadah per la Pasqua ebraica, in cui si dice che “in ogni generazione, il dovere di ciascuno è quello di considerare se stesso come qualcuno uscito dalla prigionia d’Egitto.” In altre parole, mentre i soldati sparavano proiettili letali contro i dimostranti pacifici, i genitori di quei soldati venivano invitati ad immaginarsi cosa vuol dire vivere a Gaza e a chiedersi come ci si possa liberare da quella prigione. E mentre la mia famiglia cantava “Essi non devono più soffrire in catene, libera il mio popolo,” le agenzie riferivano che il numero di Palestinesi uccisi era arrivato a 17, e altre centinaia erano stati feriti.

L’accusa che i Palestinesi non avrebbero adottato metodi nonviolenti di resistenza e sarebbero quindi corresponsabili dell’oppressione e delle espropriazioni israeliane, non solo disconosce l’enorme asimmetria nei rapporti di forza tra colonizzatori e colonizzati, ma non considera la storia politica delle lotte anticoloniali, compresa la stessa storia palestinese. Anzi, ignora completamente il fatto che il progetto coloniale di Israele è stato sostenuto usando una logorante, protratta e diffusa violenza, mentre i Palestinesi –­contrariamente a quello che riportano certi media occidentali– hanno sviluppato una lunga e robusta tradizione di resistenza nonviolenta. Inoltre, la richiesta di adottare un’ideologia nonviolenta cancella completamente la storia di altre lotte di liberazione: da Algeri al Vietnam e fino al Sud Africa.

La nonviolenza palestinese

Palestinesi che manifestano a Gaza all’inizio della “Grande Marcia del Ritorno.” 30 marzo 2018. (Mohammed Emad / Activestills.org)

La Marcia nonviolenta del Ritorno di venerdì e la reazione che ha suscitato in Israele non sono certo un fatto eccezionale nella lunga storia della resistenza palestinese. La marcia era stata organizzata in coincidenza con il Giorno della Terra, che commemora quel tragico giorno del 1976 in cui le forze di sicurezza israeliane risposero a uno sciopero generale e ad una protesta di massa organizzata da cittadini palestinesi di Israele la cui terra era stata confiscata. In quella protesta pacifica, sei Palestinesi furono uccisi e altri cento feriti dall’esercito israeliano.

In Cisgiordania e nella Striscia di Gaza la situazione è sempre stata molto peggiore, poiché ogni forma di resistenza palestinese nonviolenta è stata proibita subito dopo la guerra del 1967. Fare riunioni politiche, innalzare bandiere o altri simboli nazionali, pubblicare o distribuire articoli o immagini con connotazioni politiche o persino cantare o ascoltare canzoni nazionalistiche ­–per non parlare dell’organizzazione di scioperi o dimostrazioni– sono state attività illegali fino al 1993 ed alcune sono ancora illegali nell’area C. Qualunque tentativo di protestare in uno di questi modi andava invariabilmente incontro a una risposta violenta.

Tre mesi dopo la guerra del 1967, i Palestinesi indissero con successo un vasto sciopero nelle scuole della Cisgiordania: gli insegnanti non si presentarono al lavoro, i ragazzi scesero in strada per protestare contro l’occupazione e molti commercianti chiusero i negozi. In risposta a questi atti di disobbedienza civile, Israele mise in atto severe misure di stile poliziesco, che andavano da coprifuochi notturni ad altre limitazioni di movimento, al taglio di linee telefoniche, all’arresto di leader e ad un aumento delle molestie contro la popolazione. In via generale, questo è diventato il modus operandi di Israele di fronte alla continua resistenza nonviolenta palestinese.

Sembra davvero che ci sia una diffusa amnesia sui modi in cui Israele ha reagito a queste tattiche “alla Gandhi.” Quando i Palestinesi hanno proclamato scioperi commerciali in Cisgiordania, il governo militare ha chiuso dozzine di negozi “fino a nuovo ordine.” Quando hanno cercato di imitare lo sciopero dei trasporti di Martin Luther King, le forze di sicurezza hanno immobilizzato completamente tutti gli autobus locali.

 

Basel al-Araj, un Palestinese ucciso dai soldati israeliani il 6 marzo 2017, in una foto del novembre 2011 durante un Viaggio della Libertà in un autobus per soli coloni in Cisgiordania. (Activestills.org)

Durante la Prima Intifada, poi, i Palestinesi adottarono strategie di disobbedienza civile di massa, tra cui scioperi del commercio, boicottaggi di merci israeliane, una rivolta fiscale e proteste quotidiane contro le forze di occupazione. Israele rispose con l’imposizione di coprifuochi, restrizioni alla libertà di movimento e arresti di massa, per ricordare solo alcune delle reazioni violente. Ad esempio, tra il 1987 e il 1994, i servizi segreti interrogarono più di 23.000 Palestinesi, ovvero una ogni 100 persone residenti in Cisgiordania e Gaza. Sappiamo ora che molte di queste persone vennero torturate.

Perciò, la tragedia è che il massacro di Pasqua a Gaza è una semplice aggiunta alla lunga lista di atti di resistenza nonviolenta che sono andati incontro a violenza e repressione da parte di Israele.

“Le rivolte sono il linguaggio di chi non viene ascoltato”

Cerchiamo di immaginarci per un momento cosa vuol dire vivere in una prigione a cielo aperto, anno dopo anno. Immaginiamo che noi siamo i prigionieri e il guardiano può decidere che cibo possiamo mangiare, quando possiamo avere l’elettricità, quando possiamo avere cure mediche specialistiche e se possiamo avere abbastanza acqua da bere. Immaginiamoci anche che, se ci avviciniamo alla recinzione, possiamo esser fatti bersaglio in ogni momento del fuoco delle guardie. Quali atti di resistenza nonviolenta ci restano dai fare? Camminare pacificamente verso la recinzione? Migliaia di Palestinesi lo hanno coraggiosamente fatto e molti ne hanno pagato l’ultimo prezzo.

Sebbene Gaza sia, sotto molti aspetti, in una situazione unica, i popoli indigeni si sono sempre trovati in condizioni simili nel corso della storia. Questo è stato riconosciuto dalle Nazioni Unite quando hanno affermato “la legittimità della lotta popolare per la liberazione dal dominio straniero e coloniale e dall’altrui assoggettamento, usando ogni mezzo disponibile, compresa la lotta armata.” Lo stesso Gandhi pensava che in certi casi la violenza può essere una scelta strategica adeguata. “Io credo,” scrisse. “che se l’unica scelta fosse tra viltà e violenza, sceglierei la violenza… Perciò io raccomando anche che chi crede nella violenza venga addestrato alle armi. Preferirei che l’India facesse ricorso alle armi per difendere il suo onore, piuttosto che diventare o rimanere vilmente un imbelle testimone del proprio disonore.”

Qualcuno potrebbe desiderare che le cose andassero altrimenti –ed io sono certamente uno di questi– ma nessun progetto coloniale è mai stato sconfitto senza che i colonizzati usassero la violenza contro gli oppressori.

Dimostranti palestinesi durante la Grande Marcia del Ritorno, ad Est di Shajaia. 30 marzo 2018. (+972 Magazine)

Ironia della sorte, questo è anche uno dei messaggi chiave della cerimonia di Pasqua. La storia dell’Esodo racconta che Mosè si rivolse più volte al faraone, chiedendogli di liberare dalla servitù i figli di Israele. Ma il faraone ogni volta si rifiutò. Fu solo dopo che un’orrenda violenza si era scatenata contro gli Egiziani che gli Israeliani ottennero la libertà.

Naturalmente questa non è una cosa che uno si dovrebbe mai augurare, ma se si guarda alla risposta di Israele di fronte alla marcia palestinese nonviolenta, è evidente che dobbiamo al più presto capovolgere la richiesta sionista se vogliamo evitare altri spargimenti di sangue: invece di chiedere quando i Palestinesi produrranno un Mahatma Gandhi, dobbiamo chiedere quando Israele produrrà un leader che non cerchi di soggiogare un popolo sotto occupazione usando violenza e spargendo morte. Quando, in altre parole, Israele si libererà della sua etica faraonica e si renderà conto che i Palestinesi hanno diritto alla libertà?

Neve Gordon

Neve Gordon è un Marie Curie Fellow e professore di Diritto Internazionale alla Queen Mary University di Londra. Questo articolo è stato già pubblicato su Al Jazeera English.

Traduzione di Donato Cioli

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