Uno stato o due stati? Questa è una domanda sbagliata.

In questo momento, ciò di cui abbiamo un disperato bisogno è tornare ai principi basilari e riconoscere che le fondamenta di qualunque soluzione politica stanno nel garantire i diritti dei Palestinesi.

di Haggai Matar

+972, 29 gennaio 2018ù

Un giovane palestinese apre un cancello del muro israeliano, durante una manifestazione nel 12° anno della lotta contro il muro e l’occupazione nel villaggio cisgiordano di Bil’in, 17 febbraio 2017.

Un recente sondaggio mostra che dopo la dichiarazione di Trump su Gerusalemme c’è stato un calo nel numero dei favorevoli alla soluzione a due stati, sia tra gli Ebrei israeliani che tra i Palestinesi dei Territori Occupati: è sceso infatti sotto al 50% in tutt’e due le comunità. Solo i Palestinesi con cittadinanza israeliana che vivono all’interno della Linea Verde mostrano una schiacciante preferenza per questa soluzione.

Il sondaggio mostra anche che, insieme a questa continua tendenza verso il basso [dei favorevoli ai due stati], c’è una significativa crescita dell’ostilità reciproca tra i due gruppi, e anche una crescita del sostegno alla lotta armata o a una “guerra decisiva” per risolvere il conflitto. Questa è un’indagine da prendere sul serio perché condotta da due esperti sondaggisti, il Dr. Khalil Shikaki e Walid Ladadwa del Palestinian Center for Policy and Survey Research (PSR), insieme alla sondaggista israeliana e collaboratrice della rivista +972 Dr. Dahlia Scheindlin, oltre che dal Centro Tami Steinmetz for Peace Research (TSC). Altri dettagli sui risultati del sondaggio sono disponibili qui.

Questi nuovi dati sono importanti perché rivelano l’impatto devastante di Trump sulle possibilità di por fine all’occupazione in un prossimo futuro, mentre suonano l’allarme sulla disperazione di ambedue le parti, cosicché la violenza e il bagno di sangue guadagnano terreno come possibili soluzioni ai nostri problemi.

Eppure, non dobbiamo vedere i risultati del sondaggio come segnali che annunciano “la fine della soluzione a due stati” o “la prova finale che l’unica soluzione è quella a uno stato.” Uno stato? Due stati? Questa è una domanda sbagliata.

Il Primo Ministro Benjamin Netanyahu incontra il Presidente USA Donald Trump a New York, 18 settembre 2017. (Avi Ohayon/GPO)

Perché? In primo luogo, perché, almeno dalla parte israeliana, nessuno si pone questa domanda: semplicemente, è una cosa che non interessa alla maggior parte degli Israeliani. I nostri leader politici di ogni tendenza, dal Labor ai partiti di destra, credono all’idea che non ci sia un interlocutore palestinese per la pace, che gli insediamenti non debbano essere smantellati, che Israele debba mantenere il controllo su Gerusalemme e su varie parti della Cisgiordania. Solo 18 dei 120 membri della Knesset sono chiaramente impegnati a porre fine all’occupazione; il resto discute solo su quale sia il livello di violenza da usare per gestire l’occupazione, sull’entità delle annessioni, su quale sia il modo migliore per mantenere lo status quo. Non si può seriamente discutere sul futuro di questa terra dimenticando il fatto che gli Israeliani non partecipano nemmeno alla discussione.

Il dibattito su uno stato o due stati ignora anche il fatto che ormai da anni non c’è stato alcun processo di pace entro cui promuovere l’una o l’altra soluzione. Intanto Israele gode di un sostegno e di una legittimazione internazionale come non aveva avuto da anni, ciò che gli permette di abbandonare persino la finzione di condurre un [inutile] “processo di pace”, come ha fatto notare recentemente Noam Sheizaf. Discutere su quale possa essere la soluzione teorica, anziché pensare a come far pressioni sulla leadership israeliana perché cessi l’occupazione, fa molto comodo a Israele.

Infine, la domanda su quale sia la soluzione politica dimentica l’elemento che manca da tempo nel nostro dibattito: i diritti dei Palestinesi. In una certa misura, abbiamo già due stati. Si può dire che c’è un quasi-stato palestinese costituito dalla Striscia di Gaza sotto assedio e dai bantustan isolati e separati della Cisgiordania che sono sotto il controllo dell’Autorità Palestinese. Si potrebbe anche sostenere che viviamo già la realtà di uno solo stato, di cui Israele è la potenza somma e sovrana nel territorio, avendo il controllo sulla vita dei Palestinesi di Gaza e della Cisgiordania grazie a una serie di meccanismi diretti e indiretti. Se i leader israeliani hanno la meglio, sia un futuro stato unico che due stati non saranno altro che una copia degli attuali rapporti di forza.

Palestinesi che manifestano davanti a un centro di distribuzione ONU a Rafah, nel sud della Striscia di Gaza, il 21 gennaio 2018, in seguito alla decisione del governo USA di congelare decine di milioni di dollari di contributo all’UNRWA. (Rahim Khatib/Flash90)

Comunque si vedano le cose, nell’attuale clima politico non c’è alcun riconoscimento del diritto dei Palestinesi a un’autonomia politica, alla partecipazione a un processo democratico per decidere il proprio futuro (sia rispetto a Israele che ai micro-regimi palestinesi), all’eguaglianza e alla giustizia sociale, dopo decenni di dominio straniero che approfitta delle risorse naturali, di un mercato vincolato e di una manodopera a basso costo nei territori occupati.

In un recente viaggio negli Stati Uniti, sono rimasto sorpreso nel vedere quanto sia acceso il dibattito su uno stato/due stati nella comunità progressista del paese. Ho visto seri attivisti, tutti impegnati per la pace e contro l’occupazione, preoccupati per il futuro di ambedue i popoli di Israele e Palestina, che non si parlavano gli uni con gli altri solo a causa della questione di quanti stati ci debbano essere su questo lembo di terra. Penso che sarebbe meglio accantonare quel dibattito e concentrarsi sul cuore della questione.

In questo momento, ciò di cui abbiamo un disperato bisogno, sia all’interno della società israeliana che nella comunità internazionale, è tornare ai principi basilari e riconoscere che le fondamenta di qualunque soluzione politica stanno nel garantire i diritti dei Palestinesi. Se non riconosciamo questo, non faremo altro che favorire i tentativi di Israele di mantenere lo status quo. Allora, uno stato o due stati? Per prima cosa, difendiamo tutti insieme i diritti dei Palestinesi e respingiamo l’occupazione. Se riusciamo in questo, qualunque successiva soluzione politica potrebbe andar bene. Potremmo rimandare ad allora gli accaniti dibattiti all’interno del nostro campo.

Haggai Matar

https://972mag.com/one-state-or-two-states-youre-asking-the-wrong-question/132753/

Traduzione di Donato Cioli

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