La ragione allarmante per cui gli attivisti israeliani e palestinesi si stanno avvicinando.

La libertà di parola degli Israeliani viene messa in discussione, e questo è abbastanza ironico.

Hagai El-Ad Hagai El-Ad

Haaretz, 27 gennaio 2018.

Dal video di Mai Da’na.

Qual è la misura esatta della “democrazia israeliana” in questi giorni? Per capirlo, è utile dare uno sguardo attraverso la lente di un Palestinese.

Mai Da’na vive a Hebron. Una notte d’inverno del febbraio 2015, ad ora tarda, i soldati israeliani sono entrati nella sua casa. Per i Palestinesi in Cisgiordania, questo fa parte della vita quotidiana: come stabilito dall’Ordinanza sulle Disposizioni di Sicurezza, “Un funzionario o un soldato è autorizzato ad entrare, in qualsiasi momento, in qualsiasi luogo”. Non è richiesto alcun mandato di perquisizione, nessun criterio legale come una “probabile causa” o un “ragionevole sospetto” è rilevante in alcun modo.

Nella Palestina occupata, il costante stato di eccezione teorizzato da Giorgio Agamben non è filosofia: è la realtà. Infatti, questo stato di cose si protrae da 50 anni, quasi il doppio della vita di Da’na che ha 26 anni. Per comprendere appieno il suo significato, basta guardare il video che ha girato quella notte, quando i soldati hanno fatto irruzione nella sua casa, chiedendole di svegliare i suoi bambini piccoli.

Video: https://www.youtube.com/watch?v=oHRj-GF5dwg

A differenza di Da’na, sono un Ebreo, cittadino israeliano. Vivo a Gerusalemme Ovest. La mia situazione è molto diversa, nel milione di modi in cui divergono le vite dei sottoposti e le vite dei padroni. Eppure, i nostri spazi sono interconnessi.

Negli ultimi anni Da’na ha iniziato a fare volontariato con il Progetto Camera di B’Tselem. Le donne cineoperatrici si sono costantemente distinte tra i circa 200 volontari in questo progetto di giornalismo fatto dai cittadini, che mira a rappresentare la realtà dell’occupazione. Quindi, non c’era da meravigliarsi se, nell’agosto 2017, quando il progetto ha celebrato il suo decimo anniversario, B’Tselem ha deciso di presentare alla Cineteca di Gerusalemme un programma intitolato “Donne palestinesi, dalla prima Intifada ad oggi”, con riprese interamente girate da donne, incluso il video di Mai Da’na.

Proiettare la realtà della vita da un lato della Linea Verde e dall’altra parte di quella linea è abbastanza facile. Ma quello che c’è di straordinario in quella proiezione è molto più delle sole immagini provenienti da Hebron e dalle altre località della Cisgiordania. A seguito di quella serata, il Ministero della Cultura israeliano ha scritto pubblicamente al Ministero delle Finanze, chiedendo che i finanziamenti per la Cineteca di Gerusalemme venissero riesaminati alla luce della proiezione di film fatti dai volontari di B’Tselem. La base giuridica per tale richiesta è stata codificata dalla Knesset nel 2011 e si è concretizzata nella “Legge sui principi di bilancio (emendamento 40): riduzione del bilancio o sostegno alle attività contrarie ai principi dello Stato”.

Negli ultimi mesi, il Ministro della Cultura Miri Regev ha intrapreso una campagna contro artisti, sceneggiatori, teatri –e sì, anche cinema– che osano continuare con eventi, opere teatrali o film che “incitano contro Israele”. Secondo Regev, mostrare la verità riguardo al dominio di Israele sui Palestinesi è “incitamento contro Israele”. Lei vuole esercitare ciò che chiama, in vero stile orwelliano, “libertà di finanziamento”: la libertà di non finanziare il discorso artistico che si occupa di quel costante stato di eccezione davvero a pochi chilometri di distanza dalla cineteca di Gerusalemme.

Non-opzioni, non-cittadini

I cittadini, in particolare i cittadini ebrei, che vivono sul lato israeliano della Linea Verde sono normalmente abituati ad esercitare il loro diritto alla libertà di parola. Ma nella Palestina occupata, la libertà di parola è stata una non-opzione sino dall’agosto 1967, due mesi dopo l’inizio dell’occupazione, quando fu emanato l’Ordine n. 101. L’ordine parte dal concetto che i residenti palestinesi in quanto tali non hanno alcuna libertà di protesta o di espressione e che anche la resistenza nonviolenta e la protesta civile che consistono in assemblee pacifiche sono proibite. Per 50 anni, abbiamo definito quasi ogni opposizione palestinese al regime di occupazione come incitamento, mentre neghiamo le libertà umane fondamentali come la libertà di parola. Qualcuno è davvero sorpreso dal fatto che la proiezione di una raccolta di video dedicata all’occupazione sia ora descritta come –ovviamente– incitamento e che la libertà di parola degli Israeliani venga messa in discussione? Non si può negare l’ironia in questo processo, che avvicina le ONG e gli attivisti israeliani e palestinesi: non perché lo spazio civile si stia allargando nella Palestina occupata, ma perché si sta riducendo nell’occupante Israele.

Certamente, per milioni di Palestinesi non cittadini, senza diritti politici, che abbiamo governato con decreti militari da decenni, lo spazio democratico è crollato molto tempo fa. La vulnerabilità casuale delle case palestinesi è solo un esempio di quanto possa essere fragile la vita, in un luogo dove Israele controlla impunemente attraverso decisioni amministrative arbitrarie la possibilità di viaggiare all’estero, ottenere un permesso di lavoro, sposarsi, accedere alla propria terra, costruire una casa, per citare solo alcuni esempi.

E che dire della vita in Israele? Assimilare le organizzazioni non governative che si oppongono all’occupazione a servitori sleali di poteri stranieri sospetti, è diventata un’abitudine, dal primo ministro in giù. Nella realtà di questi giorni, una miscela continua di intimidazioni, infiltrazioni e leggi restrittive è la nuova normalità. La necessità di mantenere l’apparenza di norme democratiche è stata per lo più messa da parte, sostituita dall’appetito politico di dimostrare a un pubblico plaudente che il governo dà la caccia alla quinta colonna.

Gli sforzi condotti dal Ministro della Cultura sono solo alcune delle tante iniziative che vanno nella stessa direzione. Visto nel suo insieme, tutto questo rende evidente la riduzione dello spazio per la libertà di parola e per la società civile. È un processo che ha avuto luogo soprattutto negli ultimi sette anni, andando avanti in parallelo con simili spirali discendenti in paesi come l’Ungheria, l’India e la Turchia.”Il crescente autoritarismo a Gerusalemme può essere individuato anche da luoghi lontani come Berlino: nel giugno 2017 un portavoce del ministero degli Esteri tedesco ha dichiarato che l’Ungheria si è unita “ai ranghi di paesi come la Russia, la Cina e Israele, che ovviamente considerano il finanziamento delle ONG e delle organizzazioni della società civile da parte dei donatori esteri come un atto ostile, o almeno non amichevole”. Qualche mese più tardi, Israele ebbe l’equivoco onore di essere menzionato nel rapporto annuale del Segretario Generale delle Nazioni Unite su “Cooperazione con le Nazioni Unite, i suoi Rappresentanti e Meccanismi nel Campo dei Diritti Umani”, noto informalmente come “rapporto sulle rappresaglie”.

Dal video di Mai Da’na. Youtube.

Tagli ai finanziamenti

Di tutti gli sforzi compiuti per agire contro le ONG che si occupano di diritti umani, l’azione più risoluta è stata quella di cercare di limitare l’accesso ai finanziamenti internazionali. Ma il governo non può semplicemente approvare una legge a cui sarà allegato un addendum con l’elenco dei gruppi indesiderabili: sarebbe troppo diretto. Ci sono voluti diversi anni e alcuni passaggi legislativi, finché non è stato individuato un criterio amministrativo che si applicasse quasi esclusivamente a quelli ritenuti indesiderabili: gruppi con una percentuale relativamente alta di “finanziamenti da entità di stato straniero”. Siccome i governi stranieri abbastanza ovviamente sono più propensi ad investire nella promozione dei diritti umani piuttosto che nell’aumento dell’occupazione, filtrando le ONG sulla base della proporzione di finanziamento da queste fonti, si può de facto compilare un elenco delle ONG che il governo ha messo nel mirino, senza dover ricorrere ad elencarle individualmente.

La logica di cui sopra era al centro dell’emendamento del 2016 alla legge che richiede la Denuncia delle ONG Supportate da Entità di Stati Esteri, secondo la quale i gruppi che ricevono il 50% o più dei loro finanziamenti da “entità di stati stranieri” dovranno in pratica di identificarsi come ONG di agenti stranieri. L’emendamento è stato inizialmente propagandato come un “aumento di trasparenza”. Tuttavia, questo non è mai stato il vero problema, poiché le ONG erano già state costrette dalla legge a stilare annualmente un rapporto pubblico contenente tutte le donazioni ricevute di 20.000 shekel (circa 5.900 dollari) e oltre. Inoltre, dal 2011, le organizzazioni senza scopo di lucro sono tenute a presentare rapporti trimestrali di tutte le donazioni da enti statali stranieri. Ad ogni modo, da quando la legge è stata approvata, è servita come campo di prova per ulteriori leggi, assolutamente lontane dalla “trasparenza”, ma volte piuttosto, in modo abbastanza trasparente, a gettare ulteriore discredito pubblico e imporre limitazioni e appesantimenti amministrativi alle ONG che si occupano di diritti umani.

L’emendamento non impedisce di ricevere finanziamenti esteri. Tuttavia, nel giugno 2017, il primo ministro Benjamin Netanyahu ha confermato pubblicamente di aver incaricato il Ministro del Turismo Yariv Levin di formulare una nuova legge che blocchi i finanziamenti governativi stranieri alle organizzazioni senza scopo di lucro, in uno sforzo che prende esplicitamente di mira i gruppi per i diritti umani che si oppongono all’occupazione. Il Ministro Levin ha spiegato a Haaretz il cambiamento nella posizione del governo, dalla presentazione di un disegno di legge che non limita i finanziamenti governativi stranieri, alla ricerca di una legislazione che li blocchi. Ha spiegato che ciò è stato reso possibile dalla nuova amministrazione degli Stati Uniti: “Non sarebbe potuto accadere nel periodo dell’amministrazione Obama. Quelli erano molto contrari alla legge. L’attuale amministrazione non ha sollevato obiezioni”.

Attraversare la linea

I Palestinesi non possono attraversare facilmente la Linea Verde ed entrare in Israele: sono necessari permessi speciali. Il pensiero autoritario, tuttavia, non ha bisogno di permessi: basta il semaforo verde dai poteri che contano. Allo stesso modo, i venti che soffiano da Washington sembra che si facciano sentire su entrambi i lati della Linea Verde. Qualche settimana dopo l’intervista di Levin, è stato il ministro della Difesa Avigdor Lieberman a usare un linguaggio quasi identico, ma ora si tratta di azioni dall’altra parte della Linea Verde, cioè la possibilità di andare avanti con la demolizione di interi villaggi palestinesi: Khan al-Ahmar, a est di Gerusalemme e Sussia nelle colline a sud di Hebron.

Anche il filmato di Mai Da’na ha attraversato la Linea Verde. La sua proiezione a Gerusalemme ad un modesto pubblico di circa 100 spettatori è stata sufficiente per innescare una revisione governativa in stile McCarthy di una delle più affermate istituzioni culturali israeliane. Perché, per consentire un’ulteriore oppressione dei Palestinesi, si ritiene ora necessaria una più intensa messa a tacere degli Israeliani. I nostri destini sono intrecciati.

Allo stesso modo, i meccanismi internazionali che in qualche modo hanno ritardato questi sviluppi si intrecciano. Non solo molti attori internazionali sono soliti prendere spunto da Washington –ora sotto Trump– ma anche la leadership israeliana è attualmente autorizzata dai venti favorevoli che soffiano dalle crescenti potenze autoritarie in tutto il mondo.

Per quanto questi sviluppi negativi all’interno di Israele siano giustamente preoccupanti, essi non rappresentano i motivi per cui il paese non può essere considerato una democrazia. Per questo, non dobbiamo concentrarci sugli ultimi anni, ma gettare uno sguardo sull’ultimo mezzo secolo. Il dominio di Israele su milioni di Palestinesi senza diritti politici è stato in vigore per tutto il tempo di esistenza di Israele come stato indipendente, tranne i primi 19 anni. Questo è il motivo per cui Israele non è una democrazia, e in effetti non lo è da molti decenni. Viviamo in una realtà in cui esiste un solo stato tra il fiume Giordano e il Mediterraneo, uno stato la cui costante situazione di eccezione è rappresentata da padroni e da sudditi, da milioni con diritti politici e milioni senza.

Eppure, c’è qualcosa in cui credo sinceramente. Sì, il riallineamento autoritario globale è reale. Chi ha dei dubbi, ascolti Netanyahu, Trump, Modi, Orbán e i molti altri che si sforzano di unirsi ai loro ranghi. Ma non è scritto nel destino che questo sia l’unico riallineamento globale di cui l’umanità sarà testimone nel 21° secolo. La Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo è un risultato troppo prezioso, conquistato dopo sofferenze umane inimmaginabili. Potremmo anche lottare insieme in modo che “i diritti uguali e inalienabili di tutti i membri della famiglia umana” siano realizzati, in modo che “il fondamento della libertà, della giustizia e della pace nel mondo” sia solido come una roccia. Non ci sono garanzie di successo: c’è solo la certezza che è un futuro per cui val la pena combattere.

Hagai El-Ad

Hagai El-Ad è direttore esecutivo di B’Tselem, il centro di informazione israeliano per i diritti umani nei Territori Palestinesi Occupati.

https://www.haaretz.com/israel-news/.premium-the-alarming-reason-israeli-and-palestinian-ngos-are-growing-closer-1.5767537

Traduzione di Maurizio Bellotto

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