A Nabi Saleh ho smesso di essere sionista.

Lisa Goldman

da «+972», 24 dicembre 2017.

Prima che cominciassi a frequentare il villaggio di Nabi Saleh, avevo trascorso circa quattro anni a riferire ciò che vedevo a Gaza e in Cisgiordania, mentre guardavo con distacco la mia visione politica che si spostava sempre più a sinistra. Le cose di cui sono stata testimone in questo piccolo villaggio della Cisgiordania sono state l’ultima goccia.

Un agente israeliano della Polizia di Confine, colpisce con una mazza un dimostrante palestinese durante una manifestazione di protesta a Nabi Saleh, 15 gennaio 2010. (Yotam Ronen/Activestills.org

Un breve video ha occupato, per l’intera scorsa settimana, i media israeliani e ha inoltre ricevuto copertura internazionale: sono le immagini di una sedicenne, Ahed Tamimi, che schiaffeggia un soldato israeliano. Ahed, ragazzina palestinese del villaggio cisgiordano di Nabi Saleh, fa una grande impressione con la sua folta capigliatura bionda, i suoi occhi celesti dallo sguardo fiero e intelligente, il suo grande coraggio

Uno degli aspetti più sorprendenti dell’enorme discussione provocata dal video è il contrasto quasi binario fra quello che vedono gli Israeliani e i loro sostenitori e quello che vedono tutti gli altri.

Per gli israeliani uno dei loro soldati è stato provocato in maniera pressoché insopportabile, eppure è riuscito a superare la situazione. Per tutti gli altri, il video mostra una ragazzina disarmata –che per l’aspetto potrebbe essere una teenager israeliana mentre fa shopping al centro commerciale– la quale fronteggia coraggiosamente nel proprio villaggio un soldato armato. Anche se non fossero note le circostanze, il fatto che un uomo grande e forte, in divisa da combattimento e armato fino ai denti si astenga dal colpire una ragazzina molto più piccola e disarmata non è particolarmente degno di lodi speciali; indica piuttosto una reazione di elementare umanità e moralità.

I media israeliani hanno perlopiù promosso la narrazione militare dell’incidente, ossia quella di un soldato maturo e misurato che affronta in modo ammirevole una situazione difficile e stressante nella quale sono coinvolte persone nemiche.

Yaron London, conduttore di un programma di Channel 10 che prende il nome da lui, in uno dei segmenti del programma, rispecchia la prospettiva dell’esercito. Suoi ospiti sono il corrispondente degli affari militari del canale televisivo, Or Heller, e il veterano attivista anti-occupazione Jonathan (Yonatan) Pollak.

per il video originale: https://youtu.be/AtG6t_cY0Cw

La conversazione fra i tre è illuminante perché consente di capire davvero la mentalità predominante nella società israeliana. Sentiamo per primo il corrispondente esperto in affari militari Or Heller che ci ripete la narrazione dell’esercito. Esprime il proprio orgoglio per i soldati, accusa la famiglia Tamimi di aver provocato lo scontro per realizzare un video di propaganda anti-israeliana e afferma che i soldati si trovavano nelle vicinanze per prevenire il lancio di pietre da parte degli abitanti palestinesi.

Yaron London, un uomo intelligente e istruito che sicuramente si ritiene un liberale, non mette in questione la narrazione di Heller. Entrambi si focalizzano esclusivamente sulla questione della sfida che tali ragazzine disarmate costituiscono per i “loro” soldati, piuttosto che sulla violenza concreta che settimana dopo settimana quei soldati impongono al villaggio.

Jonathan Pollak si trovava a Nabi Saleh quando è avvenuto l’incidente; devono essere sottolineati la calma con cui Pollak racconta il contesto in cui si sono svolti i fatti e lo sconcerto che manifestano Heller e London quando si riferisce al “vostro” esercito invece che al “nostro” (egli ha rifiutato di fare il servizio militare, cosa che in Israele costituisce un atto sovversivo).

Questo segmento ben esemplifica quale sia il tallone d’Achille dei media israeliani, ossia la loro disponibilità a riportare i comunicati emessi dall’esercito come se riferissero fatti incontestabili, in assenza di qualsivoglia verifica. Le istituzioni della sicurezza israeliane sono state colte a mentire innumerevoli volte, eppure i giornalisti che lavorano come reporter per i principali mezzi di comunicazione continuano ad accettare, senza porre alcuna domanda, le informazioni che ricevono a proposito di avvenimenti di cui non sono stati testimoni e che non hanno verificato in maniera indipendente.

Ho partecipato alle manifestazioni del venerdì a Nabi Saleh per molti mesi, e mai vi ho visto un reporter di qualche organo d’informazione israeliano. Eppure, tornando a casa dopo quei giorni lunghi e angoscianti, sentivo il presentatore del notiziario della radio israeliana riferire che c’erano stati “disordini” in un villaggio della Cisgiordania e che “le nostre forze” avevano risposto con misure di controllo della folla.

Da circa un decennio la famiglia Tamimi manifesta ogni venerdì contro l’appropriazione della sorgente di acqua naturale di Nabi Saleh da parte dei coloni. Come mi ha spiegato una volta Bassem Tamimi in un discreto ebraico, gli abitanti non hanno detto nulla quando l’esercito ha costruito sulla loro terra la colonia di Halamish (originariamente Neve Tzuf). Quando però i coloni hanno confiscato loro la sorgente dell’acqua, e l’esercito ne ha impedito l’accesso ai Tamimi, Bassem e la sua numerosa famiglia hanno deciso di tracciare una linea rossa.

Manifestanti palestinesi schierati di fronte ai soldati israeliani durante una protesta contro l’occupazione e per solidarietà con lo sciopero della fame dei prigionieri palestinesi, Nabi Saleh, 12 maggio 2017. (Haidi Motola/Activestills.org)

Ogni settimana si radunano in cima alla collina del villaggio, portando bandiere e striscioni, e vanno verso la strada che li separa dalla sorgente. Il loro obiettivo è semplicemente quello di attraversare la strada e raggiungere la sorgente. E ogni settimana l’esercito schiera le forze di sicurezza all’interno del villaggio e tutto attorno, per impedire ai manifestanti di raggiungere la destinazione.

Funziona così: verso mezzogiorno, i mezzi militari entrano nel villaggio e parcheggiano in fondo alla strada che attraversa il paese. Le forze di sicurezza pesantemente armate e in tenuta da combattimento scendono dai veicoli, caricano le armi e aspettano. A volte iniziano a sparare non appena inizia la dimostrazione, a volte aspettano che un ragazzino lanci un sasso nella loro direzione prima di aprire il fuoco.

Secondo quanto riporta Ben Ehrenreich in un articolo del «New York Times Magazine» su Nabi Saleh, il portavoce dell’esercito gli ha raccontato che, durante queste manifestazioni, nessun soldato è mai rimasto ferito per il lancio di una pietra. Negli ultimi anni invece i soldati hanno ferito e ucciso diversi manifestanti.

In un incidente ormai famoso, mentre la jeep blindata stava uscendo dal villaggio, un soldato ha spalancato la porta posteriore e ha sparato un lacrimogeno direttamente in faccia al cugino ventunenne di Ahed, Mustafa, uccidendolo. Nessuno è mai stato processato o condannato per quell’omicidio.

Mustafa Tamimi, un Palestinese ventunenne di Nabi Saleh, pochi secondi prima di essere colpito in faccia da un candelotto lacrimogeno sparato a distanza ravvicinata da un soldato israeliano. Nabi Saleh, 9 dicembre 2011. (Haim Scwarczenberg/Activestills guest photographer)

Queste sono solo alcune delle cose che ho visto a Nabi Saleh.

Una volta ero sul tetto di una casa insieme a tre ragazzine che vivevano lì. Guardavamo insieme la manifestazione che si teneva forse a centocinquanta metri di distanza. All’improvviso, uno dei soldati che era in strada si è girato, ha sollevato l’arma e, puntandola direttamente contro di noi, ci ha sparato candelotti lacrimogeni addosso; quindi ha sparato un paio di lacrimogeni contro la casa, mandando in frantumi la finestra del soggiorno. La ragazza più grande mi ha spiegato che la sua famiglia ha smesso di sostituire i vetri ogni volta che i soldati li rompevano, perché era diventato troppo costoso.

Ho visto soldati ricoprire deliberatamente di lacrimogeni una piccola casa finché chi c’era dentro non è stato costretto a uscire, tossendo e vomitando muco. Si trattava di due vecchie donne rugose, piegate in due, e di una giovane sui vent’anni.

Ho visto soldati afferrare bambini che piangevano per spingerli dentro ai veicoli militari, dopo averli separati dalla madri urlanti, spinte da parte.

Ho visto soldati afferrare per le braccia una giovane donna e trascinarla come un sacco di patate per diversi metri lungo una strada asfaltata così calda da sciogliere le suole di gomma delle mie scarpe, prima di gettarla in un veicolo militare che si è subito allontanato.

Un ufficiale di sicurezza, guardandomi dritto negli occhi, mi ha lanciato una granata stordente sulle gambe bruciacchiandomi le caviglie.

I tiratori scelti dell’esercito israeliano sparano regolarmente ai manifestanti disarmati di Nabi Saleh, sia con proiettili di acciaio rivestiti di gomma sia con munizioni vere. Irrompono nelle case, trascinano fuori le persone e le arrestano con l’accusa di aver permesso ai manifestanti di nascondersi nei loro giardini.

Un soldato israeliano minaccia i fotografi negli scontri seguiti al funerale di Mustafa Tamimi. Nabi Saleh, 11 dicembre 2011. (photo: Oren Ziv/Activestills.org)

Quando rientravo a Tel Aviv, gli amici mi dicevano che era impossibile che avessi visto quanto avevo visto, perché “i nostri soldati” non si comportano in quel modo. Ben presto, ho dovuto prendere le distanze da quegli amici per poter controllare le mie emozioni.

Se riporto queste disgustose descrizioni di quanto ho visto durante le dimostrazioni è per spiegare come e perché quel luogo mi abbia reso radicale. Dopo Nabi Saleh, in un certo senso, ero a pezzi. L’impatto della violenza sulla mia psiche è stato estenuante e traumatico, con effetti che durano ancora oggi.

Ho cominciato ad andare a Nabi Saleh dopo aver trascorso circa quattro anni a riferire quanto vedevo a Gaza e in Cisgiordania, mentre guardavo con distacco la mia visione politica che si spostava sempre più a sinistra rispetto alla posizione liberale da cui proveniva. Era la conseguenza di quanto accadeva sotto il mio sguardo. Ma è stato a Nabi Saleh che ho perso gli ultimi resti di ciò che chiamerei il mio sionismo –non trovando una parola che descriva il mio rimpianto per l’idea di uno stato per gli Ebrei.

La mia radicalizzazione non è stata solo una conseguenza della brutale violenza esercitata proprio davanti ai miei occhi da parte dei soldati dell’esercito che avrebbero dovuto proteggermi. Essa discende anche dall’aver visto la famiglia Tamimi sopportare quella violenza settimana dopo settimana, senza mai concludere che il prezzo della resistenza fosse troppo alto nonostante i loro parenti fossero feriti, arrestati e uccisi. Semplicemente, essi rifiutano di sottomettersi.

Nariman Tamimi (sin.), Bassem Tamimi (centro), and Ahed Tamimi nella loro casa di Nabi Saleh, febbraio 2017. (Oren Ziv/Activestills.org)

Settimana dopo settimana accolgono gli estranei nella loro casa con gentilezza e ospitalità. Nessuno a Nabi Saleh mi ha mai espresso un’opinione politica ideologica. Non ce n’è bisogno. La situazione è chiara; è impossibile difendere in qualsivoglia maniera le azioni che il governo israeliano e le forze di sicurezza compiono nel villaggio. Naturalmente, questa è la fonte della forza dei Tamimi: sanno che la loro causa è giusta, e che la stanno combattendo con senso etico e con mezzi nonviolenti.

I Tamimi sono chiaramente consapevoli del potere dei social media. Ma non producono deliberatamente gli scontri. Sinceramente, fra tutti i video che ho visto, nessuno riesce neanche lontanamente a rendere la vera brutalità che ho vissuto a Nabi Saleh. Forse è necessario sentire l’odore dei gas lacrimogeni e percepire la minuta dimensione di quel luogo per realizzare quanto sia oltraggioso l’agire dei soldati: entrare spavaldamente in un villaggio e scagliarsi contro un gruppo di manifestanti disarmati; aprire a calci le porte delle case e arrestare persone disarmate che non rappresentano alcuna minaccia; irrompere in una casa alle quattro del mattino, tirar giù dal letto una ragazzina e trascinarla in prigione, negandole persino il diritto di essere accompagnata da un tutore.

Ahed è certo consapevole dell’effetto che produce il suo aspetto straordinario. Bassem Tamimi sa sicuramente che il suo calore e la sua ospitalità genuina vanno ben oltre a quanto potrebbero fare lezioni scolastiche di politica nel conquistare i cuori e le menti delle persone. Senza mezzi economici, sacrificando il proprio corpo e il proprio benessere emotivo, i Tamimi stanno portando l’attenzione del mondo su centinaia di bambini palestinesi incarcerati, che non hanno capelli biondi e famiglie forti e solidali alle spalle. Stanno mostrando al mondo cosa significhi concretamente, per le persone in carne e ossa, l’occupazione. A me, tanto per fare un esempio, hanno insegnato cosa sia la resistenza popolare.

Con tutti i soldi e la manodopera che riversa in sofisticate campagne promozionali mediante i social network, Israele è davvero in grado di criticare i Tamimi per la consapevolezza che hanno nel rendere nota al pubblico la propria causa? Come ha detto Jonathan Pollak a Yaron London, la ragione per cui i video di Nabi Saleh gettano cattiva luce su Israele è perché Israele compie pessime azioni.

Nabi Saleh is where I lost my Zionism

Traduzione a cura di AssopacePalestina

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