Netanyahu promette che non ritirerà mai le colonie dalla Cisgiordania: “Siamo qui per restarci, per sempre.”

Yotam Berger

Haaretz, 29 agosto 2017

“Metteremo radici più profonde, costruiremo, ci rafforzeremo e ci stabiliremo,” dice Netanyahu ai coloni in una manifestazione per i 50 anni dell’occupazione israeliana della Cisgiordania.

Il primo ministro Benjamin Netanyahu ha dichiarato lunedì che non ritirerà le colonie israeliane dalla Cisgiordania.

“Siamo qui per restarci, per sempre,” ha detto il primo ministro durante un evento nella colonia di Barkan per commemorare il 50° anniversario dell’occupazione israeliana della Cisgiordania.

“Non ci saranno più sgomberi di colonie nella terra di Israele. È stato dimostrato che non aiutano la pace,” ha detto. “Abbiamo sgomberato delle colonie. E cosa abbiamo ottenuto? Abbiamo ricevuto missili. Non succederà più.”

“E poi c’è un altro motivo per cui dobbiamo prenderci cura di questo posto: perché prende cura di noi. Alla luce di tutto quello che succede intorno a noi, possiamo solo immaginarci quale sarebbe il risultato,” ha detto, riferendosi a minacce di incidenti all’aeroporto internazionale israeliano Ben Gurion e in una strada che corre lungo il confine con la Cisgiordania.

“Quindi non ce ne andremo. Noi stiamo proteggendo la Samaria contro coloro che ci vogliono sradicare. Metteremo radici più profonde, costruiremo, ci rafforzeremo e ci stabiliremo,” ha detto, usando il nome ebraico di una parte della Cisgiordania.

Il primo ministro ha preso impegni simili in passato. “Non ho intenzione di evacuare alcuna colonia o di sgomberare alcun Israeliano,” aveva detto nel gennaio 2014 in una conferenza stampa durante i suoi incontri con l’allora segretario di stato americano John Kerry a Davos, in Svizzera. “I giorni dei bulldozer che sradicano Ebrei sono alle nostre spalle, non davanti a noi,” aveva detto nel gennaio 2013 in un’intervista al quotidiano Maariv.

Gli insediamenti sono una delle questioni fondamentali nel conflitto israelo-palestinese. La questione è giunta sulle prime pagine proprio la settimana scorsa, in seguito ai tentativi USA di far ripartire il processo di pace, quando il consigliere principale di Donald Trump, Jared Kushner ha incontrato il presidente palestinese Mahmoud Abbas.

I Palestinesi stanno ancora cercando di ottenere da parte dell’amministrazione Trump l’impegno a sostenere uno stato palestinese a fianco di Israele, progetto che è stato alla base della politica USA per il Medio Oriente negli ultimi venti anni. L’ultima serie di colloqui di pace tra le due parti è fallita nel 2014.

Netanyahu, d’altronde, è sotto pressione da parte dell’ala destra della sua coalizione governativa che chiede di non cedere sulla possibilità di costruire insediamenti nei territori occupati che i Palestinesi vorrebbero per un loro stato indipendente. La questione degli insediamenti è stata una delle cause della rottura dei negoziati tre anni fa.

La maggior parte dei paesi ritiene che le attività di insediamento siano illegali e siano un ostacolo alla pace. Israele non è d’accordo e cita legami biblici, storici e politici con quella terra (ma molti di questi legami sono rivendicati anche dai Palestinesi), oltre a mettere in campo i suoi interessi di sicurezza.

Anche il ministro dell’istruzione Naftali Bennet ha parlato durante la manifestazione a cui partecipava qualche migliaio di residenti delle colonie circostanti, e ha detto: “Non ci dovrebbe essere bisogno di permessi, costruire in Giudea e Samaria dovrebbe essere senza restrizioni. Libertà di costruire nel nostro paese!”

Netanyahu ha aggiunto che “è semplicemente meraviglioso vedere gli sviluppi che ci sono stati qui. Mi ricordo quando siamo venuti a Barkan e vedevamo le vigne, vedevamo i grappoli, camminavamo sull’uva. Ma ora qui c’è un nuovo tipo di uva. Nella colonia di Tapuach c’è frutta high-tech e questa è un’industria matura. Stiamo lavorando per far progredire l’industria, l’occupazione, l’acqua, il turismo, la diplomazia pubblica; e per lottare contro le organizzazioni che fanno appelli per il boicottaggio.”

“Facciamo tutto questo per due motivi. Il primo motivo è semplice: questa è la terra dei nostri antenati. Questa è la nostra patria.”

Mappa coi principali blocchi di colonie in Cisgiordania.

Questa era la terza volta in una settimana che Netanyahu parlava in Cisgiordania quest’anno. All’inizio dell’estate aveva parlato alla posa della prima pietra della cittadina ultra-ortodossa di Betar Ilit, e alla cerimonia di inaugurazione del dipartimento di medicina dell’università di Ariel, a cui era presente anche Sheldon Adelson.

Si stima che 450.000-500.000 israeliani vivano al di là della Linea Verde, includendo il quartiere ebraico di Gerusalemme Est. Si concorda generalmente sul fatto che qualunque futura intesa sulla soluzione a due stati dovrebbe comprendere l’annessione entro i confini permanenti di Israele di alcuni blocchi di colonie (qualcosa come il 2 o il 5% dell’area oltre la Linea Verde). Alcuni precedenti e attuali funzionari israeliani citano al proposito ragioni di sicurezza, mentre altri dicono che sradicare così tante persone dalle loro case non sarebbe una scelta praticabile. Israele, in cambio, accetterebbe di cedere una quantità più o meno equivalente del suo territorio al futuro stato palestinese.

Yotam Berger

Judy Maltz e Agenzia Reuters hanno fornito materiale per questo articolo.

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Traduzione di Donato Cioli

A cura di AssopacePalestina

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