Perché gli Israeliani vivono continuamente nella paura, e come i loro leader ne approfittano.

Una famiglia israeliana con le maschere antigas durante la Guerra del Golfo del 1991. Nathan Alpert, GPO

Il senso di sicurezza degli Israeliani non ha niente a che fare con il numero di bombe atomiche nell’arsenale di Israele.

di Daniel Bar-Tal

Haaretz, 19 aprile 2017

Vi propongo un quesito: Perché i cittadini di un paese così fortemente militarizzato –un paese che i mezzi di comunicazione stranieri ci dicono essere in possesso di armi nucleari– hanno tanta paura quando si tratta della propria sicurezza? In effetti, questa sensazione fa parte dell’esperienza di vita degli Israeliani, soprattutto per quanto riguarda i cittadini ebrei. Per meglio comprendere il fenomeno bisogna studiarlo, facendo attenzione soprattutto all’uso ingannevole che i politici ed altri leader fanno di questo senso di insicurezza, e considerando gli effetti di vasta portata che esso può avere sulla società e sul conflitto israelo-palestinese.

Il senso di insicurezza è un fenomeno psicologico che differisce dalla paura, malgrado il forte legame tra le due cose. Il senso di insicurezza è essenzialmente una reazione intellettuale (o mentale), mentre la paura è un’emozione –negativa– derivante da circostanze minacciose e/o pericolose. Spesso la paura è innescata automaticamente da qualcosa che è al di fuori del nostro controllo. Minacce o pericoli che scatenano in noi la paura possono rispecchiare esperienze che avvengono nel presente: come succede, per esempio, se vediamo i resti di un autobus esploso in un attacco terroristico. Talvolta invece la paura affiora a causa di esperienze avvenute in passato, come nel caso delle sirene di una incursione aerea, il cui suono può continuare a perseguitarci perché lo associamo all’allarme per un attacco missilistico imminente. La paura può anche essere trasmessa da varie fonti, come genitori, insegnanti e leader.

Come si sviluppa il senso di insicurezza? Quando qualcuno individua un pericolo in una certa situazione, valuta subito mentalmente la propria capacità di difendersi. Se prevede di avere difficoltà a difendersi, non si sentirà al sicuro, una convinzione psicologica che si manifesta insieme alla paura. Queste convinzioni sono largamente diffuse in Israele. Sappiamo comunque che ci sono differenze personali e culturali da un soggetto all’altro, e questo vuol dire che queste convinzioni sono frutto di apprendimento. Di conseguenza, dovrebbe essere possibile modificare queste convinzioni riconsiderando una situazione e chiarendone le origini.

Le convinzioni legate a sicurezza e insicurezza sono caratteristiche non solo degli individui, ma anche di gruppi, società e nazioni. In una società che vive sotto minaccia continua, invischiata in un conflitto ingestibile che è violento ed apparentemente destinato a non avere fine –come quello tra Israele e i Palestinesi– le convinzioni sul senso di insicurezza sono parte integrante della percezione del conflitto.

Nella società ebraica israeliana, le convinzioni sull’insicurezza contribuiscono ad un sentimento unico di identità tra i suoi membri, che li fa sentire distinti rispetto alle altre nazioni. Insieme alle altre convinzioni riguardanti l’ethos del conflitto (quali la giustizia della causa, la mancanza di legittimità dei Palestinesi, o la glorificazione degli Ebrei), le convinzioni sul senso di insicurezza costituiscono la lente attraverso la quale i membri della società israeliana osservano il mondo ed acquisiscono nuove informazioni.

Il primo ministro Netanyahu traccia una linea rossa sul disegno di una bomba all’Assemblea Generale dell’ONU del settembre 2012. Reuters

Le credenze della società riguardo all’insicurezza non sono solo immagazzinate nel repertorio mentale collettivo, ma si manifestano anche in vari prodotti culturali, come libri e film; si rispecchiano nei mezzi di comunicazione di massa; e sono rappresentati all’interno delle istituzioni culturali e del sistema educativo.

Una minaccia esistenziale?

In ultima analisi, tutti gli essere umani aspirano al benessere: nel profondo del cuore, noi tutti sentiamo un bisogno di sicurezza individuale e nazionale. Di conseguenza, una condizione di insicurezza può avere implicazioni psicologiche diffuse: può indurre a sforzi tesi a creare un senso di sicurezza, o a preferire maggiormente ciò che ci è familiare, e ad evitare situazioni di rischio ed incertezza; può indurre a una stagnazione intellettuale che riduce l’apertura a nuove idee, oppure ad una aumentata sensibilità nell’identificazione dei pericoli, fino ad arrivare a un punto in cui i pericoli percepiti sono esagerati, anche in situazioni non minacciose. Inoltre, quando la protezione o le precauzioni non sono attivate, il senso di insicurezza può portare all’aggressione diretta contro la fonte di ciò che si percepisce come una minaccia.

Il senso di insicurezza produce conformismo, e produce un’impennata nella popolarità di leader del tipo “Mister Sicurezza.” Comunque, contrariamente a quanto i politici a volte cerchino di farci credere, in questo caso non stiamo parlando di concetti oggettivi. La sensazione di insicurezza (o di sicurezza) non è collegata al numero di bombe atomiche che farebbero parte dell’arsenale di Israele, o al numero di bombardieri F-35 radar-invisibili che possiede. In realtà, queste convinzioni dipendono dall’atteggiamento soggettivo di ciascun individuo: ognuno di noi sviluppa un senso di sicurezza o insicurezza in base alla sua personalità e alle informazioni in suo possesso.

All’interno di uno stesso gruppo o nazione le persone possono essere distinte in larga misura sulla base delle proprie convinzioni riguardo alla sicurezza. Di conseguenza, anche ufficiali di alto rango delle forze armate israeliane, pur avendo vissuto esperienze simili, possono avere una diversa visione della situazione di sicurezza del paese. Ad esempio, le valutazioni dei generali della riserva Amiram Levin, Amram Mitzna, Amos Yadlin, Giora Eiland, Yiftah Ron-Tal e Yaakov Amidror variano enormemente tra loro. Nessuno di loro possiede un criterio oggettivo per misurare la sicurezza: ognuno parla dal proprio punto di vista soggettivo.

Il 6 ottobre 1973, quando i carri armati egiziani e siriani attaccavano la penisola del Sinai e le alture del Golan, non c’erano differenti valutazioni all’interno dell’opinione pubblica ebrea di Israele riguardo all’entità del pericolo affrontato dal paese: il sentimento di insicurezza era condiviso da tutti. Ma non succede spesso di affrontare situazioni che indichino inequivocabilmente un pericolo chiaro ed imminente. Spesso dobbiamo confrontarci con situazioni confuse ed ambigue. Questa è la ragione per cui la rappresentazione offerta per anni dal primo ministro Benjamin Netanyahu, secondo la quale Israele vive sotto minaccia nucleare permanente da parte dell’Iran, non ha convinto tutti. Molte personalità nelle strutture militari ed accademiche del paese hanno espresso una prospettiva diversa della situazione ma, a differenza di Netanyahu, non hanno avuto pari accesso ai media. Le convinzioni del primo ministro sono state pubblicizzate ampiamente ed hanno persuaso la maggior parte degli Ebrei di Israele che ha ragione lui.

Il fungo di una bomba atomica si alza tra navi abbandonate nell’atollo di Bikini, Isole Marshall, 1 luglio 1946. Foto d’archivio, Joint Task Force One. AP

Una nazione in divisa

Gli Ebrei israeliani sono per lo più convinti che nel paese manchi la sicurezza necessaria a condurre una vita normale, nella quale siano assicurati la mancanza di pericolo a livello individuale ed un’esistenza sicura a livello collettivo.

Il senso di insicurezza fa parte integrante della vita degli Ebrei sin dalle prime fasi dell’impresa sionista nella Palestina ottomana. L’atteggiamento minaccioso e violento nei confronti degli Ebrei adottato dalle autorità durante il dominio ottomano e dai capi arabi locali nella Palestina del mandato britannico hanno avuto un ruolo fondamentale nell’origine di queste convinzioni. Esse furono in seguito rafforzate nel corso delle guerre combattute contro gli stati arabi e per l’intera durata dello scontro con il popolo palestinese.

Di cosa abbiamo veramente paura? E cosa ci condurrà alla sicurezza? Il conflitto violento che si protrae nel tempo ha trasformato la società israeliana in una “nazione in divisa,” arruolata in una sorta di guerra dormiente. La “sicurezza,” che incarna il ruolo dello stato di Israele nel fornire un rifugio sicuro per gli Ebrei provenienti da tutte le parti del mondo –e che è una ragione della sua esistenza– è diventata una parola chiave nel lessico ebraico.

Nel corso degli anni, il concetto di sicurezza è stato citato più volte per legittimare e spiegare molte decisioni del governo, anche in casi in cui queste decisioni non avevano implicazioni dirette o immediate per la sicurezza nazionale. Inoltre, il concetto di sicurezza è diventato una motivazione per misure preventive o reattive nel campo militare, politico e sociale, ed anche nel settore educativo e culturale. È stato alla base di pratiche antidemocratiche, immorali e persino illegali, ed è stato sfruttato per mobilitare vaste risorse umane e materiali, ben oltre il livello accettato nelle società che non hanno problemi cronici di sicurezza.

La sicurezza è stata definita l’obiettivo principale nelle trattative di Israele con i propri vicini, essendo l’unica considerazione legittima accettata sia da gran parte della comunità internazionale che dalla grande maggioranza degli Ebrei di Israele. Ancora oggi, a decenni dalla fondazione dello stato, l’obiettivo sicurezza è all’apice del programma nazionale. Per questa ragione ha un ruolo decisivo nella politica israeliana.

Secondo Israele, qualunque compromesso territoriale dovrebbe essere subordinato a garanzie credibili per la sicurezza del paese e dei suoi abitanti. Si capisce, allora, perché i cittadini comuni esprimano profonda preoccupazione riguardo agli aspetti della sicurezza; si capisce perché le autorità della sicurezza godano di grande considerazione e fiducia; e perché i leader politici –molti dei quali provengono dagli alti ranghi militari– competano tra loro nel rivendicare il contributo che hanno dato alla sicurezza dello stato.

I partiti politici in Israele adoperano spesso il termine “sicurezza,” considerandolo un obiettivo importante ed una parte rilevante della propria attività propagandistica. I media locali analizzano quasi quotidianamente la situazione della sicurezza, proponendo soluzioni e fornendo paragoni storici. Come sostenuto da numerosi studiosi, l’ossessione principale di Israele per la sicurezza è diventata un valore supremo ed un simbolo, quasi una sorta di religione –il “sicurismo”– i cui principi dominano l’ideologia israeliana.

Le radici delle convinzioni

Per dirla nella maniera più semplice, le convinzioni della società per quanto riguarda la sicurezza in Israele sono basate sull’esperienza passata e sull’informazione disseminata dai vari canali ed istituzioni, sia riguardo al conflitto coi Palestinesi, sia riguardo al rapporto con gli altri attori nella regione. Ogni membro della società è inoltre esposto alla memoria collettiva del popolo ebraico, attraverso le istituzioni sociali, scolastiche e culturali. Ognuno viene così in contatto con varie ideologie e punti di vista politici, nei quali la sicurezza è un elemento chiave, che viene però condito con varie interpretazioni e vari significati.

Bisogna innanzitutto riconoscere che la popolazione israeliana subisce violenza sia direttamente che indirettamente, e che queste esperienze rappresentano un fattore importante nella formazione delle paure e delle convinzioni riguardo all’insicurezza. Ma a questo fattore bisogna aggiungere altre fonti di insicurezza, che adesso esamineremo.

Militanti di Hamas in una parata militare a Gaza. Suhaib Salem, Reuters

1) Fonti esterne

A causa della vaghezza che circonda molti eventi, e a causa del mancato accesso alle informazioni da parte della maggior parte della gente, la popolazione ebraica di Israele, nel formare le proprie convinzioni riguardo alla sicurezza, finisce spesso con l’affidarsi all’informazione fornita dai propri
leader, dai mass media e da vari altri canali informativi. Questi strumenti forniscono le interpretazioni ufficiali sulla natura della minaccia alla sicurezza e sulla sua intensità, e definiscono di conseguenza le misure che è necessario intraprendere. La platea ebraica spesso accetta queste informazioni come se fossero la verità assoluta, specialmente quando le notizie si susseguono in maniera ripetitiva e continua, toccando molti aspetti importanti della vita personale e sociale. Come succede, ad esempio, per l’informazione sulle minacce ricevute da Hamas o da Hezbollah: in questi casi, è probabile che l’informazione si cristallizzi in convinzioni che sono condivise dalla maggior parte degli Israeliani.

Tra le fonti di informazione, i leader, soprattutto politici e militari, giocano un ruolo decisivo. Sebbene abbiano a disposizione un ampio spettro di canali di informazione per formarsi un loro quadro della situazione, le conclusioni che ne traggono sono soggettive come le nostre. I leader trasmettono le informazioni in modo da influenzare il pubblico a comprenderle in una determinata maniera. Spesso essi presentano le notizie in modo conforme alle proprie opinioni, così da convincere il pubblico ad accettare i loro punti di vista. L’insicurezza, ed in particolare la paura, possono sopraffare qualsiasi pensiero razionale e le persone spaventate si comportano come un gregge che si lascia guidare docilmente. È per questo che i leader esagerano e qualche volta persino inventano possibili minacce per la sicurezza del paese.

2) Il passato è sempre qui

Le idee sulla sicurezza sono chiaramente influenzate dalle passate vicende nazionali, e sono custodite nella memoria collettiva. Tuttavia, l’obiettivo della memoria collettiva non è quello di fornire una descrizione storica e imparziale del passato, ma piuttosto descriverlo in modo da consentirne una continuazione nel presente, soprattutto in una società che è in perenne conflitto.
Tale narrativa in qualche misura si basa su eventi reali, ma è anche selettiva, parziale e distorta, tendendo ad assecondare i bisogni del quotidiano. Sotto questa influenza, la società può essere portata a trascurare certe notizie (per esempio, un’ingiustizia commessa nei confronti di un gruppo rivale) e invece focalizzarsi su altre cose (l’attacco di terroristi nemici contro la popolazione civile). La memoria collettiva di traumi di guerra e/o di atti di genocidio può suscitare una sensibilità particolarmente elevata, al punto tale che la gente può dedicarsi alla ricerca di notizie che rafforzino la propria convinzione di trovarsi in una situazione di minaccia o di pericolo.

Alla luce della memoria collettiva ebraica, sembra che gli Israeliani siano condizionati a credere che
vi sia una minaccia genuina, immediata ed esistenziale, sia alla sicurezza collettiva dello stato, sia a loro stessi, come singoli cittadini.
Una lunga storia di persecuzioni, conversioni forzate, deportazioni, pogrom e genocidi ha prodotto tra gli Ebrei la sensazione di una continua ed eterna minaccia alla propria esistenza, e la convinzione che essi non possono aspettarsi alcun aiuto da nessuna parte in situazioni di emergenza. Il ricordo di 2000 anni di esilio ha inculcato in molti Ebrei la sensazione che le minacce alla loro esistenza non siano mai terminate, ma abbiano solo assunto una nuova forma. L’Olocausto, nel quale le sofferenze degli Ebrei hanno raggiunto il massimo, ha ulteriormente rafforzato tali sentimenti ed ha profondamente influenzato le loro coscienze. Infatti, molti Ebrei israeliani vedono le attuali minacce poste dai propri vicini come una continuazione diretta di un eterno antisemitismo. Guardano al conflitto coi Palestinesi dalla prospettiva del passato, e ciò intensifica la loro percezione di insicurezza.

3) Tutto è politico

Ideologie o visioni politiche possono avere influenza sugli individui tanto quanto le fonti di informazione. Quando le posizioni politiche hanno un ruolo importante nella formazione delle opinioni degli individui –e in particolare quando determinano una chiara e generalizzata visione ideologica– avranno un effetto del tutto particolare sul modo in cui i membri della società vedono il mondo. Influenzano il tipo di informazioni a cui si presta attenzione e la maniera in cui le informazioni vengono codificate e incasellate nel cervello. Per esempio, gli Israeliani che credono nella `Grande Israele’ hanno sensazioni di insicurezza –e anche soluzioni che secondo loro porterebbero sicurezza– che sono differenti rispetto a quelle degli Israeliani che invece credono che la striscia di terra ove vivono sia la patria non di uno ma di due popoli. Parimenti, uno sguardo alle piattaforme dei vari partiti politici nel corso degli anni mostra che i partiti di destra hanno sempre posto un’enfasi maggiore sulle situazioni di pericolo rispetto a quelli di sinistra.

4) Esperienze personali

Molte delle esperienze fatte dagli Ebrei israeliani hanno un effetto diretto sulla loro percezione di sicurezza. Alcune esperienze hanno un collegamento diretto con l’attuale sicurezza in Israele, mentre altre, che hanno o hanno avuto luogo in altre parti del mondo, non hanno nulla a che fare con il conflitto palestinese.

La prima categoria di esperienze è un prodotto del conflitto arabo-israeliano. Include, per esempio, il servizio militare, la partecipazione alla guerra, il ferimento o la morte di un amico o parente come conseguenza di un’azione ostile. Queste esperienze hanno una diretta influenza sulla percezione di sicurezza nel paese. Tuttavia, non è sempre possibile prevedere l’entità dell’effetto prodotto da tali esperienze: persone diverse giungono a diverse conclusioni, pur basandosi sulle stesse esperienze.

La seconda categoria può esser frutto dei traumi che una persona ha sofferto durante la propria vita a causa di un incidente, della morte di un caro o simili eventi. Ciò può anche comprendere l’esperienza di un trauma collettivo come l’Olocausto. Le conclusioni che se ne possono trarre dipendono dalla conoscenza acquisita precedentemente, dalle informazioni accumulate e dal livello di apertura mentale verso l’informazione alternativa. Non raramente, individui che sono stati entrambi ad Auschwitz sono poi emersi da tale inferno con approcci completamente diversi rispetto alla questione della sicurezza di Israele.

Una sopravvissuta dell’Olocausto mostra il tatuaggio con il suo numero. Getty Images / JTA Photo Archive

Lavoro cognitivo

Quando gli Ebrei israeliani pensano che per loro il mondo non sia sicuro, le loro emozioni sono sincere e genuine. Ma è importante rendersi conto che l’insicurezza non è un carattere genetico, ma un fenomeno basato sulla percezione della realtà; è il prodotto di processi sociologici e di apprendimento a cui va incontro la popolazione stessa. La storia intera, così come la ricordano, può evidenziare e trasmettere un senso di insicurezza. Questo è infatti il messaggio principale che scaturisce dal ricordo collettivo della diaspora, è la lezione primaria dell’Olocausto e il risultato delle esperienze attuali riguardo al conflitto arabo-israeliano.
L’ambiente sociale fornisce supporto al senso di insicurezza, lo alimenta e lo mantiene in tutte le sue strutture e nelle istituzioni. Non è facile cambiare tali percezioni, perché hanno radici profonde nel bagaglio cognitivo degli Ebrei israeliani e nei più profondi recessi della loro anima. Questa sensazione di insicurezza non è piovuta dal cielo, ma la gente l’ha appresa ed essa poi si è rinforzata nel tempo; e l’ambiente ostile circostante ha giocato il suo ruolo nell’inculcare ulteriore insicurezza nella gente.

Tuttavia, la psicologia ci insegna che è possibile controllare i nostri sentimenti, le nostre sensazioni e i nostri pensieri. Dobbiamo imparare a chiederci quali sono gli interessi che portano i nostri leader ad alimentare una diffusa atmosfera di insicurezza e di paura; far domande sull’influenza esercitata dalle esperienze del lontano passato e che non sono invece più rilevanti al giorno d’oggi; ed ancora domande su di una realtà completamente nuova, quella in cui vivono oggi gli Ebrei.

E soprattutto, dobbiamo capire che vivere in costante paura ed insicurezza, senza una realistica valutazione delle effettive condizioni in cui gli Ebrei vivono oggi in Israele, ci dirige verso una prospettiva ristretta che limita le nostre opportunità di confrontarci con le sfide del presente e del futuro. Sfide che ci richiedono anche di prendere dei rischi calcolati.

Daniel Bar-Tal è professore emerito alla School of Education dell’Università di Tel Aviv, esperto di psicologia politica e sociale.

http://www.haaretz.com/israel-news/.premium-1.784269

Traduzione di Rosaria Brescia e Gennaro Corcella

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