ISRAELE, VA BENE, HAI VINTO

Intervista a Jeff Halper
realizzata da Barbara Bertoncin

UNA CITTÀ n. 237 / 2017 marzo

http://www.unacitta.it/newsite/intervista.asp?id=2555

All’indomani della cosiddetta legge furto, approvata dal parlamento israeliano, sembrano ormai venute meno le condizioni per una soluzione a due stati; il rischio di uno scenario in cui Israele si annette l’area C, si proclama lo stato palestinese a Gaza e il resto della Cisgiordania diventa un protettorato internazionale; l’unica alternativa: uno stato binazionale e democratico, dove i popoli di entrambe le nazioni si possano sentire a casa e al sicuro. Intervista a Jeff Halper.

Jeff Hal­per, an­tro­po­lo­go, già di­ret­to­re del­l’I­srae­li Com­mit­tee Again­st Hou­se De­mo­li­tions (Icahd), è co­fon­da­to­re di The Peo­ple Yes! Net­work (Tpyn). Vi­ve a Ge­ru­sa­lem­me.

Tu da tem­po de­nun­ci co­me in Israe­le-Pa­le­sti­na non ci sia­no più le con­di­zio­ni per una so­lu­zio­ne a due sta­ti.
Ab­bia­mo tra­scor­so an­ni e an­ni la­vo­ran­do sul­la que­stio­ne pa­le­sti­ne­se. Ovun­que nel mon­do è uno dei te­mi prin­ci­pa­li di cui la gen­te par­la. Ec­co, io di­co che la so­lu­zio­ne a due sta­ti è an­da­ta. È mor­ta. Ed è co­sì da an­ni. Il pro­ble­ma è che la si­ni­stra non ha an­co­ra de­fi­ni­to un nuo­vo obiet­ti­vo da rag­giun­ge­re. Qual è il no­stro pro­get­to?
Io ho scrit­to mol­to su quel­la che ri­ten­go deb­ba es­se­re la via da per­cor­re­re una vol­ta ve­nu­ta me­no l’op­zio­ne dei due sta­ti. Dob­bia­mo pun­ta­re a uno sta­to de­mo­cra­ti­co bi­na­zio­na­le.
Que­sta è la mia idea, ce ne so­no al­tre in gi­ro. Pur­trop­po la si­ni­stra non si espri­me, in­clu­si i pa­le­sti­ne­si, e noi sia­mo bloc­ca­ti, per­ché io non pos­so ri­ven­di­ca­re nul­la in no­me dei pa­le­sti­ne­si, pos­so spin­ger­mi so­lo fi­no a un cer­to pun­to, ma non pos­so rap­pre­sen­tar­li.
Con­ti­nuo a par­te­ci­pa­re a gran­di con­ve­gni, fra un pa­io di set­ti­ma­ne sa­rò in Ir­lan­da a in­ter­ve­ni­re sul di­rit­to in­ter­na­zio­na­le e i pa­le­sti­ne­si. Gli in­con­tri si sus­se­guo­no, c’è la cam­pa­gna Bds (boi­cot­tag­gio, di­sin­ve­sti­men­ti e san­zio­ni), ci so­no i dos­sier, i rap­por­ti del­l’O­nu, di Hu­man Rights Wat­ch, di Am­ne­sty e mi­lio­ni di al­tri grup­pi dif­fe­ren­ti, c’è la pro­te­sta… Ec­co, il pun­to è che ci so­no so­lo pro­te­ste e do­cu­men­ti! Non c’è un mo­vi­men­to po­li­ti­co pro-at­ti­vo. Non si fa nul­la di po­li­ti­co.
Israe­le non ha più l’ap­pog­gio in­con­di­zio­na­to da par­te del­la co­mu­ni­tà in­ter­na­zio­na­le. Trump si pro­cla­ma suo ami­co, ma non so­no cer­to lo sia dav­ve­ro.
Io con­ti­nuo ad an­da­re al­l’e­ste­ro a par­la­re, e la gen­te mi di­ce: va be­ne, ti ascol­tia­mo da ven­t’an­ni, sap­pia­mo tut­to, ab­bia­mo ca­pi­to, l’oc­cu­pa­zio­ne è una brut­ta co­sa, vìo­la i di­rit­ti uma­ni…  Ma dic­ci co­sa vuoi, dic­ci co­sa vo­glio­no i pa­le­sti­ne­si e gli israe­lia­ni di si­ni­stra. Dic­ci co­sa fa­re e lo fa­re­mo.
Boi­cot­ta­re So­da­stream non li­be­re­rà la Pa­le­sti­na. Ri­pe­to, ser­ve un obiet­ti­vo po­li­ti­co. Il pro­ble­ma è che noi di si­ni­stra non ci ve­dia­mo dav­ve­ro co­me at­to­ri po­li­ti­ci: com­men­tia­mo, ana­liz­zia­mo, scri­via­mo, ma non ci but­tia­mo, non ci im­pe­gnia­mo in un pro­ces­so po­li­ti­co. Co­sì la­scia­mo il ter­re­no li­be­ro a Ne­ta­nya­hu e al­la de­stra.
Pen­so che sia ora di fer­mar­si e for­mu­la­re un’i­dea: do­ve stia­mo an­dan­do? Co­sa vo­glia­mo? Io non vo­glio pas­sa­re l’in­te­ra vi­ta a ri­co­strui­re l’en­ne­si­ma ca­sa o a scri­ve­re l’en­ne­si­mo ar­ti­co­lo.
Tan­to più che so­no con­vin­to che ci sa­reb­be­ro le con­di­zio­ni per ri­lan­cia­re. Il fat­to di es­ser­ci li­be­ra­ti del­la so­lu­zio­ne a due sta­ti è po­si­ti­vo, chia­ri­sce la si­tua­zio­ne. Pe­rò bi­so­gna agi­re, al­tri­men­ti avrà vin­to la de­stra.
Nel­le scor­se set­ti­ma­ne il par­la­men­to israe­lia­no ha ap­pro­va­to una leg­ge per “re­go­la­riz­za­re” gli in­se­dia­men­ti ebrai­ci e le ca­se edi­fi­ca­te su ter­re­ni pri­va­ti. I pa­le­sti­ne­si han­no par­la­to di “fur­to le­ga­liz­za­to”.
Io pen­so che Israe­le si an­net­te­rà l’A­rea C, la zo­na del­la Ci­sgior­da­nia sot­to il pie­no con­trol­lo israe­lia­no, ma­ga­ri non tut­ta, ma la mag­gior par­te de­gli in­se­dia­men­ti. Co­min­ce­rà in pic­co­lo, con Ma’a­le Adu­mim e l’a­rea cir­co­stan­te, che è stra­te­gi­ca, e al­la fi­ne fa­rà lo stes­so con tut­ti gli in­se­dia­men­ti.
La de­stra ha sem­pre vo­lu­to pren­der­si l’A­rea C. Cir­ca il 95% dei pa­le­sti­ne­si so­no sta­ti con­fi­na­ti al­le aree A e B, e so­no po­chis­si­mi quel­li ri­ma­sti nel­la C. Dun­que vo­glio­no an­net­ter­la. C’è sem­pre sta­ta un’op­po­si­zio­ne a que­sto, per­si­no da par­te di Oba­ma. Que­sta leg­ge apre que­sta stra­da. Di­ce che gli ebrei israe­lia­ni pos­so­no pren­der­si qual­sia­si ter­re­no pa­le­sti­ne­se vo­glia­no, of­fren­do in cam­bio una com­pen­sa­zio­ne eco­no­mi­ca. In real­tà cre­do che la Cor­te su­pre­ma israe­lia­na non la la­sce­rà pas­sa­re per­ché è dav­ve­ro trop­po. Co­sa suc­ce­de­rà al­lo­ra? Che il go­ver­no di­rà: “Va be­ne, se non pos­sia­mo fa­re co­sì, do­vre­mo an­net­te­re l’a­rea C po­li­ti­ca­men­te”. Sa­rà una de­ci­sio­ne po­li­ti­ca, che non ha nul­la a che ve­de­re con le cor­ti; in­som­ma, te­mo che que­sta leg­ge, in qual­che mo­do, dia al­la de­stra una scu­sa per pro­ce­de­re con le an­nes­sio­ni. Di­ran­no: “Noi vo­le­va­mo so­lo la ter­ra, ma vi­sto che non pos­sia­mo, sia­mo co­stret­ti ad an­net­te­re”. Ec­co, cre­do che suc­ce­de­rà que­sto, che Israe­le si an­net­te­rà la mag­gior par­te del­l’A­rea C, co­sì da espan­der­si dal 78% del­la Pa­le­sti­na sto­ri­ca a cir­ca l’85%, in­clu­si tut­ti i con­fi­ni, Ge­ru­sa­lem­me, le ac­que e le ri­sor­se, tut­to.
Do­po­di­ché è pos­si­bi­le che Israe­le fir­mi una pa­ce se­pa­ra­ta a Ga­za. In fon­do, gli egi­zia­ni non la vo­glio­no, Israe­le non la vuo­le, nem­me­no l’Au­to­ri­tà Pa­le­sti­ne­se vuo­le Ga­za. So­lo Ha­mas è in­te­res­sa­ta ad aver­la. Be­ne, sa­rà quel­lo lo Sta­to pa­le­sti­ne­se.
Ora Israe­le è in pie­na “lo­ve sto­ry” con l’A­ra­bia Sau­di­ta e con gli Sta­ti del Gol­fo, so­no lo­ro a so­ste­ne­re Ha­mas, an­che fi­nan­zia­ria­men­te. Di­ran­no ad Ha­mas: fa­te un ac­cor­do con Israe­le e nien­te più raz­zi, nien­te più vio­len­ze. Avig­dor Lie­ber­man, il mi­ni­stro de­gli este­ri israe­lia­no, la scor­sa set­ti­ma­na ha par­la­to di un im­pe­gno israe­lia­no a ri­co­strui­re il por­to ma­rit­ti­mo e l’ae­ro­por­to di Ga­za, e a da­re ai ga­za­ni per­mes­si di la­vo­ro in Israe­le. So­no tut­ti se­gna­li. A di­re il ve­ro, nes­su­no ha an­co­ra det­to nul­la uf­fi­cial­men­te, an­che se è ri­sa­pu­to che so­no in cor­so dei con­tat­ti tra israe­lia­ni e Ha­mas. An­che l’E­git­to sta­reb­be in­co­rag­gian­do in que­sto sen­so, che Ga­za di­ven­ti lo Sta­to pa­le­sti­ne­se.
Que­sto ci la­scia con le aree A e B. Israe­le di­ce che non so­no un lo­ro pro­ble­ma. In­som­ma, l’oc­cu­pa­zio­ne è con­clu­sa. Israe­le po­treb­be an­che con­ce­de­re la cit­ta­di­nan­za israe­lia­na ai pa­le­sti­ne­si ri­ma­sti nel­l’a­rea C (tra i 40.000 e i 120.000). Non è un nu­me­ro che pos­sa mi­nac­cia­re la de­mo­gra­fia israe­lia­na, e co­sì non si po­trà di­re che han­no fat­to l’a­par­theid; di­ran­no: sì ab­bia­mo pre­so l’a­rea C, ma guar­da­te, gli ab­bia­mo da­to la cit­ta­di­nan­za!
Do­po­di­ché Israe­le di­rà che le aree A e B, do­ve si tro­va il 95% dei pa­le­sti­ne­si del­la We­st Bank, so­no un pro­ble­ma del­la co­mu­ni­tà in­ter­na­zio­na­le. L’Eu­ro­pa, gli Sta­ti Uni­ti, at­tra­ver­so le Na­zio­ni Uni­te, im­por­ran­no quin­di un pro­tet­to­ra­to sul­le aree A e B, più o me­no co­me il pro­tet­to­ra­to bri­tan­ni­co. Sic­co­me i pa­le­sti­ne­si non so­no pron­ti per au­to­go­ver­nar­si, non han­no un’e­co­no­mia so­li­da, e non pos­so­no ave­re uno sta­to, l’O­nu di­ven­te­rà il lo­ro pa­dro­ne di ca­sa… Un po’ co­me suc­ce­de già og­gi, con le agen­zie Onu e le va­rie ong che dan­no lo­ro sol­di e aiu­ti. Ec­co co­me la ve­do.
Una pro­spet­ti­va di que­sto ti­po com­ba­cia con l’i­dea di Ne­ta­nya­hu di “da­re au­to­no­mia” ai pa­le­sti­ne­si.
Quel­lo che re­sta in­cer­to è la tem­pi­sti­ca. Cre­do che Abu Ma­zen, per­si­no lui, non ac­con­sen­ti­reb­be a una co­sa del ge­ne­re. Ma Abu Ma­zen sta per usci­re di sce­na, ha 85 an­ni, non du­re­rà a lun­go.
Israe­le po­treb­be aspet­ta­re an­co­ra un po’, do­po­di­ché an­net­te­rà l’a­rea C. Con Ga­za fuo­ri dai gio­chi, l’Au­to­ri­tà pa­le­sti­ne­se non avrà più ra­gio­ne di esi­ste­re. Di­ven­te­ran­no dei sem­pli­ci col­la­bo­ra­zio­ni­sti. Non ve­do poi chi po­trà so­sti­tui­re Abu Ma­zen; cer­to in una si­tua­zio­ne del ge­ne­re Bar­ghu­ti non pren­de­reb­be il co­man­do e co­mun­que Israe­le non lo per­met­te­reb­be.
Po­treb­be es­ser­ci un’Au­to­ri­tà pa­le­sti­ne­se nel­le aree A e B, sot­to l’e­gi­da Onu, un po’ sul mo­del­lo dei ban­tu­stan su­da­fri­ca­ni in cui c’e­ra­no co­mun­que dei lea­der, del­le au­to­ri­tà lo­ca­li. A que­sto pun­to, di fat­to, Israe­le avrà vin­to. Se nes­su­no ci si op­por­rà, an­drà co­sì. Per que­sto di­co che dob­bia­mo in­ter­ve­ni­re, ed è ur­gen­te, per­ché quel­lo che ho de­scrit­to non ac­ca­drà fra cin­que an­ni: sta già ac­ca­den­do ora.
Tu di­ci che l’al­ter­na­ti­va è ac­cet­ta­re la so­lu­zio­ne del­lo sta­to uni­co, pur­ché bi­na­zio­na­le, cioè de­mo­cra­ti­co?
Quel­lo che io so­sten­go è che c’è già un uni­co sta­to. La so­lu­zio­ne a due sta­ti è an­da­ta, ma uno sta­to c’è; non si può an­da­re da nes­su­na par­te in Pa­le­sti­na sen­za at­tra­ver­sa­re un chec­k­point israe­lia­no; c’è una so­la va­lu­ta, lo she­kel, in tut­to il pae­se, che tu ti tro­vi a Ga­za, in Israe­le o in Ci­sgior­da­nia. C’è un’u­ni­ca re­te idri­ca, un’u­ni­ca re­te elet­tri­ca, una re­te au­to­stra­da­le, un eser­ci­to, un go­ver­no ef­fet­ti­vo, vo­glio di­re: c’è già un uni­co sta­to qui.
Ciò che dob­bia­mo fa­re a si­ni­stra è es­se­re in­tel­li­gen­ti, cioè di­re: “Va be­ne, Israe­le, hai vin­to. Hai eli­mi­na­to la so­lu­zio­ne dei due sta­ti. Non puoi bia­si­ma­re gli ara­bi per que­sto, per­ché sei tu che hai crea­to un so­lo sta­to. Lo ac­cet­tia­mo: non ac­cet­tia­mo pe­rò che sia uno sta­to di apar­theid. E dun­que c’è una so­la via d’u­sci­ta equa, cioè con­ce­de­re pa­ri di­rit­ti a tut­ti i cit­ta­di­ni del pae­se. Una de­mo­cra­zia”.
I pa­le­sti­ne­si non han­no pro­ble­mi con la so­lu­zio­ne a uno sta­to. La que­stio­ne è se sa­rà uno sta­to bi­na­zio­na­le o sem­pli­ce­men­te uno sta­to do­ve tut­ti vo­ta­no. Io di­co che do­vrà es­se­re uno sta­to bi­na­zio­na­le, ed è qui che si in­con­tra­no le re­si­sten­ze dei pa­le­sti­ne­si.
Bi­na­zio­na­le per due ra­gio­ni: la pri­ma è che è già bi­na­zio­na­le. Vo­glio di­re, è da un se­co­lo che i pa­le­sti­ne­si com­bat­to­no per i lo­ro di­rit­ti na­zio­na­li, e co­sì gli ebrei; non si può far fin­ta che en­tram­bi sia­no so­lo elet­to­ri. L’al­tro pro­ble­ma ri­guar­da la po­po­la­zio­ne israe­lia­na, per­ché in que­sto sta­to ci sa­rà una mag­gio­ran­za pa­le­sti­ne­se! Gli ebrei israe­lia­ni han­no un ti­mo­re le­git­ti­mo: “Co­sa suc­ce­de­rà se quel­l’u­ni­co sta­to di­ven­ta una de­mo­cra­zia, una per­so­na, un vo­to, e i pa­le­sti­ne­si fa­ran­no a noi ciò che noi ab­bia­mo fat­to a lo­ro?”. “Co­sa suc­ce­de­rà se in par­la­men­to pas­se­ran­no del­le leg­gi per di­scri­mi­nar­ci, per por­tar­ci via la ter­ra?”. Han­no ra­gio­ne. Vo­glio di­re, è una pre­oc­cu­pa­zio­ne le­git­ti­ma, a cui si ri­spon­de con il prin­ci­pio del­lo sta­to bi­na­zio­na­le.
In de­mo­cra­zia, un par­la­men­to è li­mi­ta­to: c’è una co­sti­tu­zio­ne, una cor­te su­pre­ma; in­som­ma, un par­la­men­to non può far ap­pro­va­re qual­sia­si leg­ge vo­glia. Qui il par­la­men­to sa­reb­be li­mi­ta­to nel sen­so che non po­treb­be ema­na­re leg­gi che vio­li­no l’in­te­gri­tà di un qual­sia­si grup­po na­zio­na­le: pa­le­sti­ne­si, ara­bi, ebrei israe­lia­ni. Non po­treb­be far­lo. Cia­scun po­po­lo avreb­be il di­rit­to al­l’au­to-de­ter­mi­na­zio­ne, al­la pro­pria lin­gua, al­le pro­prie isti­tu­zio­ni, e co­sì via. Se que­sto prin­ci­pio fos­se ga­ran­ti­to, cre­do che gli ebrei israe­lia­ni co­min­ce­reb­be­ro a pen­sar­ci. Per­ché agli ebrei israe­lia­ni, in real­tà, non è mai im­por­ta­to del ter­ri­to­rio. Non han­no mai so­ste­nu­to gli in­se­dia­men­ti. Se ci pen­si, ci so­no sei­cen­to­mi­la co­lo­ni, me­no del 10% del­la po­po­la­zio­ne israe­lia­na. Do­po ses­san­t’an­ni, mi­liar­di di dol­la­ri spe­si e tut­to il re­sto, so­lo il 10% si è con­vin­to ad an­da­re a vi­ve­re là. E la mag­gior par­te vi­ve nei sob­bor­ghi di Tel Aviv o Ge­ru­sa­lem­me. Ol­tre­tut­to le più gros­se co­lo­nie del­la Ci­sgior­da­nia so­no abi­ta­te da ul­tra-or­to­dos­si: a lo­ro non im­por­ta nien­te se stan­no lì o qui, vo­glio­no sol­tan­to che il go­ver­no gli per­met­ta di co­sti­tui­re una co­mu­ni­tà coe­sa. Se in­ve­ce pren­di i ve­ri co­lo­ni, non gli ul­tra-or­to­dos­si, ma quel­li di He­bron, che odia­no gli ara­bi; ec­co so­no me­no del­l’1% del­la po­po­la­zio­ne israe­lia­na, for­se ses­san­ta­mi­la per­so­ne.
Per gli ebrei israe­lia­ni, ciò che con­ta è la si­cu­rez­za. La lo­ro si­cu­rez­za per­so­na­le, pri­ma di tut­to: po­ter sa­li­re su un au­to­bus, en­tra­re in un lo­ca­le pub­bli­co, ecc., e poi la si­cu­rez­za col­let­ti­va.
Se ver­ran­no ras­si­cu­ra­ti ri­spet­to al fat­to di po­ter con­ti­nua­re a vi­ve­re in que­sto pae­se co­me ebrei israe­lia­ni, di po­ter par­la­re ebrai­co, di ave­re un’u­ni­ver­si­tà ebrai­ca, i lo­ro gior­na­li… Se po­tran­no ave­re tut­to que­sto, cioè di­rit­ti na­zio­na­li in uno sta­to de­mo­cra­ti­co, cre­do che lo sta­to uni­co sia ipo­te­si in­te­res­san­te per gli israe­lia­ni. Per­ché ri­sol­ve il pro­ble­ma di ciò che può ac­ca­de­re se c’è una mag­gio­ran­za pa­le­sti­ne­se.
In uno sta­to de­mo­cra­ti­co bi­na­zio­na­le, non im­por­ta chi è la mag­gio­ran­za, i tuoi di­rit­ti col­let­ti­vi sa­ran­no co­mun­que pro­tet­ti, an­che se fai par­te del 10% del­la po­po­la­zio­ne.
Ho cer­ca­to di sin­te­tiz­za­re tut­to que­sto in uno slo­gan, non so se fun­zio­na be­ne in ita­lia­no. Il pro­ble­ma del­la cam­pa­gna di boi­cot­tag­gio è che non è con­nes­sa a un ri­sul­ta­to fi­na­le. Al­lo­ra per me lo slo­gan è  “Bds for Bds”, cioè “Boi­cot­tag­gio, di­sin­ve­sti­men­ti e san­zio­ni, per uno sta­to de­mo­cra­ti­co bi­na­zio­na­le”.
Que­sta po­treb­be es­se­re la di­re­zio­ne, il fo­cus del no­stro la­vo­ro.
Il pro­ble­ma qual è? Che non pos­so es­se­re io a da­re ga­ran­zie in que­sto sen­so. Per­ché la gen­te mi ri­spon­de: “E tu co­me lo sai che gli ara­bi ci la­sce­ran­no in pa­ce?”. Cer­to, pos­so di­re lo­ro: “Guar­da, co­no­sco gli ara­bi, an­drà tut­to be­ne”, ma so già con qua­li epi­te­ti rea­gi­ran­no.
Ab­bia­mo bi­so­gno di qual­cu­no che, da par­te pa­le­sti­ne­se, di­ca quel­lo che a suo tem­po dis­se l’Anc: “La no­stra vi­sio­ne del nuo­vo Su­da­fri­ca è un pae­se in­clu­si­vo di tut­ti…”.
Ora sto la­vo­ran­do a un grup­po per una Free­dom Char­ter; ec­co, se i pa­le­sti­ne­si sa­pran­no di­re che la lo­ro vi­sio­ne di Israe­le-Pa­le­sti­na è un pae­se in­clu­si­vo di tut­ti, cre­do che po­trem­mo con­vin­ce­re gli israe­lia­ni ad ac­cet­ta­re. Di­ver­sa­men­te di­ran­no di no. Se il nuo­vo sta­to è so­lo una de­mo­cra­zia, una per­so­na un vo­to, sen­za il bi­na­zio­na­li­smo, gli israe­lia­ni non ac­cet­te­ran­no mai.
C’è qual­cu­no nel ver­san­te pa­le­sti­ne­se che sta la­vo­ran­do in que­sto sen­so?
Nes­su­no che io co­no­sca. Non rie­sco a tro­va­re un ap­proc­cio stra­te­gi­co tra i pa­le­sti­ne­si. Gli ac­ca­de­mi­ci fan­no le lo­ro co­se di ac­ca­de­mia e non suc­ce­de nien­te. Non che la si­ni­stra israe­lia­na sia me­glio; è la stes­sa co­sa. Non ci so­no nep­pu­re israe­lia­ni con una stra­te­gia. Ec­co il pro­ble­ma. Non c’è nes­su­no! Io so­no com­ple­ta­men­te iso­la­to, e con­ti­nuo a chie­de­re, a pro­va­re…
Per co­me la ve­do io ci so­no tre li­vel­li: al fon­do c’è il po­po­lo. Ma il po­po­lo pa­le­sti­ne­se è im­pe­gna­to a com­bat­te­re per la pro­pria esi­sten­za, che sia a Ga­za o Bi­lin, lot­ta per at­tra­ver­sa­re un chec­k­point ogni gior­no, ecc. Lo­ro re­si­sto­no. E poi par­lia­mo di per­so­ne nor­ma­li, non so­no or­ga­niz­za­te, mol­te non so­no istrui­te, non han­no ac­ces­so ai me­dia, ai po­li­ti­ci, a pae­si este­ri… In­som­ma, la gen­te è im­pe­gna­ta a re­si­ste­re. Pos­so­no crea­re un mo­vi­men­to di ba­se, ma a un cer­to pun­to de­vo­no pas­sa­re la pal­la a un se­con­do li­vel­lo, quel­lo de­gli in­tel­let­tua­li, dei lea­der, del­le per­so­ne istrui­te. So­lo lo­ro pos­so­no or­ga­niz­za­re la re­si­sten­za, fa­re del­le cam­pa­gne. Il se­con­do li­vel­lo poi de­ve pas­sa­re la pal­la al ter­zo, che sie­te voi, la so­cie­tà ci­vi­le in­ter­na­zio­na­le, che si mo­bi­li­ta e por­ta le cam­pa­gne a li­vel­lo glo­ba­le.
Be­ne, al mo­men­to c’è il pri­mo li­vel­lo, il po­po­lo, che si mo­bi­li­ta; an­che il ter­zo li­vel­lo si mo­bi­li­ta, vo­glio di­re, ci so­no mi­glia­ia di grup­pi in tut­to il mon­do. È il li­vel­lo in­ter­me­dio che man­ca. È que­sto che sta pa­ra­liz­zan­do tut­to.
Que­sto è un vuo­to che non pos­so­no co­pri­re gli israe­lia­ni. La gui­da va pre­sa in ma­no dai pa­le­sti­ne­si. Ho an­che pen­sa­to a un ap­pel­lo, a una let­te­ra al­la so­cie­tà ci­vi­le pa­le­sti­ne­se, da par­te di cen­ti­na­ia di grup­pi da tut­to il mon­do che di­ca­no: ab­bia­mo bi­so­gno di voi, del­la vo­stra gui­da, do­ve­te dir­ci in che di­re­zio­ne an­da­re…
Per quan­to ri­guar­da la de­mo­li­zio­ne del­le ca­se, co­me sta an­dan­do?
La de­mo­li­zio­ne go­de di ot­ti­ma sa­lu­te, pro­ce­de. Sia­mo ar­ri­va­ti qua­si a cin­quan­ta­mi­la ca­se de­mo­li­te. Suc­ce­de sem­pre più spes­so. Il pro­ces­so va avan­ti. In ebrai­co si par­la di “giu­daiz­za­zio­ne”; l’in­te­ro pro­get­to del sio­ni­smo del­l’ul­ti­mo se­co­lo è sta­to tra­sfor­ma­re la Pa­le­sti­na nel­la ter­ra di Israe­le. Cre­do che or­mai sia­mo agli ul­ti­mi sta­di. I pa­le­sti­ne­si ot­ten­go­no mol­to so­ste­gno in­ter­na­zio­na­le, ma poi? Cer­to, boi­cot­tia­mo So­da­stream, Hew­lett Pac­kard (HP), G4s, ecc. Ma qual è lo sco­po di tut­ta que­sta ro­ba? Quan­do ab­bia­mo boi­cot­ta­to il Su­da­fri­ca il te­ma era “Una per­so­na, un vo­to”. Ave­va­mo un obiet­ti­vo. Ma og­gi?
Qual­cu­no pa­ven­ta un apar­theid an­che al­l’in­ter­no del­la Li­nea ver­de…
Giu­sto. Il fat­to è che co­no­sco i pa­le­sti­ne­si, ho dei buo­ni ami­ci tra i co­sid­det­ti pa­le­sti­ne­si del ’48. Una del­le mie ami­che è del par­ti­to co­mu­ni­sta, co­sì le ho det­to: “Dai, in­vi­ta­mi, a par­la­re del­la so­lu­zio­ne a uno sta­to”. Mi ha det­to: “No, non po­trem­mo mai fa­re una co­sa del ge­ne­re, noi sia­mo per la so­lu­zio­ne a due sta­ti”. Sai com’è, i co­mu­ni­sti so­no scon­nes­si dal­la real­tà.
A par­te le bat­tu­te, gli ara­bi israe­lia­ni so­no im­pe­gna­ti a tu­te­la­re i lo­ro di­rit­ti in Israe­le, che in ef­fet­ti so­no a ri­schio, e quin­di non han­no tem­po e spa­zio per oc­cu­par­si dei pa­le­sti­ne­si di Ga­za. Ciò in cui è riu­sci­ta Israe­le, con la co­mu­ni­tà in­ter­na­zio­na­le, è sta­to di­vi­de­re i pa­le­sti­ne­si: ci so­no i pa­le­sti­ne­si israe­lia­ni, i pa­le­sti­ne­si del­la Ci­sgior­da­nia, i pa­le­sti­ne­si di Ga­za, quel­li dei cam­pi… Non si co­no­sco­no più, non si par­la­no, han­no obiet­ti­vi dif­fe­ren­ti, ad­di­rit­tu­ra so­no in com­pe­ti­zio­ne l’u­no con l’al­tro…
Tu lo sai, io lo so, ma non ci pos­sia­mo fa­re nul­la. Non c’è una di­scus­sio­ne tra i pa­le­sti­ne­si. Quan­do va­do a una con­fe­ren­za sui di­rit­ti dei pa­le­sti­ne­si, per di­re, non c’è mai gen­te dei cam­pi, o di Ga­za. Non so se i pa­le­sti­ne­si del­la Ci­sgior­da­nia o di Israe­le co­no­sca­no an­co­ra gen­te dei cam­pi.
In­som­ma, quel­lo che ci è aspet­ta è un com­pi­to tut­t’al­tro che fa­ci­le.
Co­sa ti aspet­ti ora che c’è Trump sul­la sce­na?
Cre­do che Trump la­sce­rà che Israe­le fac­cia tut­to ciò che vuo­le. Non cre­do che lui ab­bia una stra­te­gia. Cre­do che di ba­se la sua idea sia dav­ve­ro: “Pri­ma l’A­me­ri­ca: non in­ter­ver­re­mo, non ci im­mi­schie­re­mo”. Il re­sto sta­rà al­le par­ti, a israe­lia­ni e pa­le­sti­ne­si che de­vo­no ne­go­zia­re… e ciò, di fat­to, si­gni­fi­ca che Israe­le può fa­re ciò che vuo­le. In­som­ma, cre­do che gli Sta­ti Uni­ti si ti­re­ran­no in­die­tro, che di fat­to equi­va­le a so­ste­ne­re Israe­le. Ve­dre­mo co­sa fa­rà l’Eu­ro­pa, se pro­ve­rà a pren­de­re il po­sto de­gli Sta­ti Uni­ti. Sa­reb­be in­te­res­san­te.
La mia pau­ra è che non ci sia al­cun mo­vi­men­to for­te at­tor­no al­la que­stio­ne pa­le­sti­ne­se. L’Eu­ro­pa og­gi è im­pe­gna­ta ad af­fron­ta­re il pro­ble­ma dei ri­chie­den­ti asi­lo; gli Usa han­no Trump, non c’è po­sto per nien­t’al­tro. Co­me ho già det­to, se non tro­via­mo un fo­cus, un obiet­ti­vo po­li­ti­co, la gen­te si stan­che­rà. Le per­so­ne non re­sta­no in un mo­vi­men­to per sem­pre, se non suc­ce­de nien­te; ci so­no tan­te co­se da fa­re… Con­ti­nuo a ri­pe­ter­lo an­che ai pa­le­sti­ne­si: se non fac­cia­mo qual­co­sa al­la svel­ta, se non ci or­ga­niz­zia­mo, per­de­re­mo! Sem­pli­ce­men­te spa­ri­re­mo. È una pos­si­bi­li­tà.
(a cu­ra di Bar­ba­ra Ber­ton­cin.
Tra­du­zio­ne di Ste­fa­no Igno­ne)

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