Come affrontare la minaccia di trasferimento dell’ambasciata USA a Gerusalemme?

di Mustafa Barghouti

29 dicembre 2016

Gli stati arabi e islamici devono reagire con forza a qualunque tentativo di trasferire l’ambasciata USA a Gerusalemme.

Veduta generale della Cupola della Roccia nel recinto della
moschea Al-Aqsa nella Città Vecchia di Gerusalemme.
29.12.2016, Foto AFP.

Se la nuova amministrazione USA decidesse di mantenere il suo proposito di trasferire a Gerusalemme l’ambasciata americana, essa diverrebbe complice di Israele nella violazione della legge internazionale, della Carta delle Nazioni Unite e delle Convenzioni di Ginevra.

Ma soprattutto ciò costituirebbe un rifiuto dell’inequivocabile parere giuridico della Corte Internazionale di Giustizia, secondo la quale l’annessione a Israele di Gerusalemme Est, così come qualsiasi insediamento israeliano in questo territorio, violerebbe la legge internazionale e dovrebbe essere eliminato.

La decisione della Corte Internazionale di Giustizia obbliga Israele a indennizzare i Palestinesi per qualunque danno causato dalle sue azioni e per qualunque costo derivante dalla rimozione delle sue violazioni.

La cosa più preoccupante è che il trasferimento a Gerusalemme dell’ambasciata USA vorrebbe dire che gli Stati Uniti partecipano alla violazione di una norma che, dalla fine della seconda guerra mondiale, è fondamentale per la regolazione delle relazioni internazionali, giacché stabilisce che non si può acquisire territorio per mezzo della forza o della guerra.

Un tale trasferimento vorrebbe semplicemente dire che viviamo in un mondo barbaro, governato dalla legge della giungla e dall’arroganza del potere.

Questo solleverebbe nuovamente l’annosa questione del doppio standard usato dall’America –e dall’Occidente in generale– ogni qualvolta si tratta di Israele, a cui si permette di essere al di sopra della legge internazionale e di godere piena impunità per le sue continue violazioni.

Se prendono questa decisione, gli USA perderanno quello che resta della loro credibilità, che era già al minimo, come partecipi del Quartetto per il Medio Oriente e di quello che si chiama “l’impegno di pace” per il Medio Oriente.

La completa parzialità americana a favore di Israele confermerebbe inoltre come sia impossibile per gli USA di avere un ruolo positivo di mediazione e di promozione nel cosiddetto ”processo di pace”.

Negli ultimi 23 anni, Israele ha usato questo “processo” come una copertura per l’espansione degli insediamenti e la giudaizzazione dei territori palestinesi occupati.

La scelta di Trump di nominare David Friedman come nuovo ambasciatore USA in Israele ha suscitato molta rabbia, dal momento che Friedman è uno dei più convinti sostenitori degli insediamenti illegali, si è già pronunciato a favore del trasferimento dell’ambasciata USA a Gerusalemme, dell’annessione a Israele di parti della Cisgiordania ed ha sostenuto economicamente le colonie illegali costruite nella zona occupata di Ramallah.

Il discorso di Friedman sul trasferimento dell’ambasciata USA a Gerusalemme si è aggiunto ad altre dichiarazioni, come quella secondo cui “la promozione degli insediamenti non è un ostacolo alla pace”.

Abbiamo visto come i ministri israeliani più razzisti hanno subito interpretato queste dichiarazioni come un semaforo verde per il lancio di nuove espansioni coloniali a Gerusalemme e in altre città, e per preparare nuove norme per legalizzare 120 ulteriori insediamenti.

Coloro che tacciono di fronte a tutto questo e continuano a esprimere “preoccupazione” senza imporre sanzioni o sottrarre privilegi a Israele, saranno corresponsabili dell’affossamento dell’idea di uno stato palestinese e quindi della cosiddetta “soluzione a due stati”.

È importante che gli USA siano messi di fronte a reazioni forti e decise da parte degli stati arabi e islamici contro simili dichiarazioni e contro la minaccia di trasferire l’ambasciata USA, per avvertire con chiarezza che l’adozione di queste misure danneggerebbe gli stessi interessi americani.

Ma per noi Palestinesi la lezione più importante è capire che ogni passo indietro nella nostra causa nazionale, ogni affronto e ogni arroganza messi in atto da Israele (giunta fino al punto di bloccare la Conferenza di Parigi e di rifiutare gli sforzi della Russia), tutto questo è il diretto risultato del mancato equilibrio di potenza tra noi e Israele con la sua occupazione.

Questo squilibrio non sarà sanato ripetendo tentativi falliti in precedenza o continuando a trattare in inutili negoziati che non si concretizzeranno mai. Dobbiamo invece adottare una nuova strategia nazionale unitaria, basata sul profondo convincimento che non siamo allo stadio di raggiungere una soluzione con Israele, ma siamo invece ad uno stadio di scontro col progetto sionista che insiste ad appropriarsi dell’intera Palestina, a rafforzare l’occupazione e la discriminazione razziale verso i Palestinesi e a ripetere a Gerusalemme, a Ramallah, ad Hebron e in altre città quello che ha fatto a Jaffa, ad Haifa, ad Acri e altrove.

Non ci stancheremo di ripetere che esistono le basi per questa strategia alternativa: dalla resistenza popolare al movimento BDS, all’unità nazionale nel sostenere la determinazione del popolo a sopravvivere, alla realizzazione dell’integrazione tra le tre componenti politiche del popolo palestinese.

L’elemento più importante, che possiamo realizzare immediatamente da soli, e che nessuno ci può impedire di realizzare, è il porre fine alle divisioni interne in modo da confrontarci con il mondo e con Israele con la forza di una dirigenza nazionale unificata.

Noi siamo grati a tutti quelli che cercano di aiutarci. Tuttavia, per risolvere il nostro problema non c’è bisogno di viaggi, missioni e riunioni da una capitale all’altra; c’è piuttosto bisogno di un’autentica volontà politica che, nel giro di poche ore, potrebbe aprire la strada all’unificazione e porre fine alle divisioni.

Questo sarà l’inizio di un cammino che porterà ad una svolta in nostro favore nel bilanciamento dei poteri, in questo mondo in cui si rispetta solo chi ha il potere.

L’autore è il segretario generale del partito Iniziativa Nazionale Palestinese.

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Traduzione di Donato Cioli

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