Intervista a Mariam Abu Dakka grande esempio di resistenza femminile in Palestina

Mar 6, 2016 | Notizie

Pubblichiamo una interessante intervista fatta da una attivista francese Brigitte Challande (Brigate Unadikum)  alla Dott.ssa Mariam Abu Dakka  nel  Maggio 2014

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Traduzione arabo / francese: Asma Abu Syam (Gaza)

Traduzione francese/italiano: Barbara

Foto: Maya

Io sono una figlia del popolo palestinese: non ho figli, ma tutti i figli della Palestina sono miei figli e tutta la Palestina è la mia famiglia.

Gli israeliani sono sulla nostra terra, a Gaza, dal 1948 e quando aprii gli occhi, nel 1952, erano già lì. Mia madre è egiziana, noi siamo 8 sorelle e un fratello, mio padre è gazawi e aveva quattro mogli a Gaza e molti bambini che amava molto.

Il mio villaggio è Abassan al-Kabiri nel distretto di Khan Younis (sud della Striscia di Gaza). Il nostro costume stabilisce che le donne, in caso di morte dei loro genitori, non possano ereditare la terra ed io, quando ascoltavo queste parole, mi chiedevo perché. Mi chiedevo e non capivo, mio ​​padre ci raccontava sempre la storia della Palestina e il furto della nostra terra da parte degli israeliani e mia madre di come gli egiziani avevano cacciato gli inglesi.

Ero un brava studentessa a scuola e dall’età di 7 mi chiedevo sempre perché ai ragazzi era permesso tutto e alle ragazze no … e pensavo a quello che avrei potuto fare per essere superiore ai ragazzi.

Durante la guerra del 1956 avevo quattro anni e mi trovavo in Egitto, Gaza era sotto l’autorità egiziana e la Cisgiordania sotto quella giordana. Durante questa guerra le donne egiziane suggerirono che le donne che avevano un bastone o dell’acqua bollente li usassero per attaccare israeliani; mia madre era una di quelle donne, io le chiesi spiegazioni e lei mi disse che se gli israeliani fossero arrivati in Egitto li avrebbero uccisi.

Quando avevo 7 anni, nel 1960, la famiglia tornò a Khan Younis.

In questo periodo Ahmed El Chequery, leader dell’OLP prima di Yasser Arafat, creò il primo esercito palestinese obbligatorio per i ragazzi e una scuola per prepararli. Volevo crescere rapidamente per entrare nell’esercito, i miei due zii egiziani erano soldati della marina e mi piaceva l’esercito.

A 12-13 anni, arrabbiata per non essere stata ammessa a questa scuola che preparava per l’esercito, inviai una lettera spiegando chi ero e il mio desiderio di entrare nell’esercito per difendere la Palestina e allegai una poesia per Ahmed El Chequery.

Mi risposero spedendomi una scatola di libri di francobolli – li colleziono – e una lettera in cui diceva: “Voglio avere più ragazze come te in Palestina, sarai la prima ragazza ad entrare nell’esercito“.

Questa lettera arrivò a scuola, la direttrice si arrabbiò e mi chiese se andavo a scuola per studiare o per fare politica, pensai che fosse gelosa e le dissi che se voleva potevo darle l’indirizzo del capo dell’esercito! L’intero quartiere venne a conoscenza di questa lettera …

Inviai un’altra lettera a Gamal Abd El-Nasser per dirgli che doveva liberare la Palestina e che noi aspettavamo quel momento. Mandò la risposta alla scuola, tutti dicevano che stavo lavorando con i presidenti e la mattina parlai alla radio della scuola!

Questo è l’inizio della mia storia, il mio obiettivo era quello di essere la migliore di tutti i giovani proprio essendo una ragazza!

Durante la guerra del 1967 avevo 14 anni e ancora non conoscevo i volti degli israeliani, era il secondo giorno dell’esame al college, lontano da casa, non sapevamo cosa fosse giusto fare durante la guerra, per esempio non sapevamo se fosse giusto nascondersi dietro un albero.

A scuola eravamo 70 ragazze, eravamo tutte a scuola quando arrivò l’esercito palestinese e ci chiese cosa stavamo facendo lì, avevamo paura e ci portarono in una casa vicino al college che aveva un rifugio contro i bombardamenti e dove trascorremmo sette giorni senza mangiare o bere.

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Avevamo tutti sperato che Gaza non venisse occupata dagli israeliani e gli arabi vincessero la guerra. Dopo 7 giorni, con la paura di morire di fame, andai con un ragazzo fuori casa per vedere cosa stava succedendo e incontrammo 100 soldati israeliani che si guardavano intorno da posizioni elevate. Gli israeliani chiusero la casa e restammo bloccati in una stanza, eravamo 100 persone. Questa fu la prima volta che vidi gli israeliani, non avevamo mai pensato che fossero nella Striscia di Gaza.

Fummo rilasciati, camminammo senza sapere dove andare, c’erano morti ovunque, cani, gatti. I miei genitori mi credettero morta durante quei 15 giorni di assenza. Camminando con le ragazze mangiavamo ciò che trovavamo quando vedemmo un aereo che si avvicinava al villaggio: pensai che i miei genitori fossero morti. In questo periodo gli israeliani ci avevano concesso una sola ora al giorno per uscire per comprare il cibo, era una nuova tappa del prendere atto della presenza degli israeliani.

Io pensavo a come lavorare contro l’occupazione, mio ​​cugino era andato in Giordania per entrare nell’esercito palestinese con l’OLP ed era stato coraggioso a fare questo perché è difficile lasciare la famiglia per andare a lavorare per la libertà. Ero a scuola e mio cugino venne a propormi di andare con loro nell’esercito, risposi che avevo paura, che ero a scuola. Mi disse che se avessi deciso di non andare non avrei più avuto paura, risposi OK e lui mi disse che il FPLP era con i poveri, era il fronte popolare.

So che sono stata viziata dalla vita, mia madre era intelligente ma analfabeta e io ero grande, affinché i miei genitori accettassero la mia decisione, rimasi tranquilla a casa ad aiutare mia madre, ma la mia scelta era fatta.

Scelsi il FPLP e mi ritrovai a difendere la Palestina con 48 donne trattate come gli uomini.

A quel tempo c’erano meno moschee. Mio padre era un capo religioso, tranquillo, democratico e nazionalista soprattutto per quanto riguardava la Palestina, era orgoglioso di me, la mia famiglia era ricca, quella era l’occasione per realizzare il mio sogno, ero diventata la prima ragazza del sud di Gaza ad entrare nell’esercito, ero l’unica ragazza su 21 soldati.

Lavoravamo in clandestinità, mia madre mi scoprì, ma mi sostenne dicendomi che mio padre, però, non doveva sapere niente perché mi amava e si sarebbe spaventato troppo se avesse saputo.

Il nostro compito era quello di raccogliere fondi per l’esercito e per i prigionieri e di intimidire i traditori che lavoravano con gli israeliani.

In questo periodo gli israeliani controllavano la Striscia di Gaza di giorno e il FPLP la controllava di notte (raccolta fondi, protezioni …); ho tanti scritti in merito, in quel periodo scrivevo molto.

Nel 1968 il gruppo fu scoperto dagli israeliani che arrestarono alcuni membri del gruppo e vennero a sapere il mio nome: Mariam.

Un giovane carcerato mi fece sapere che dovevo lasciare la Striscia di Gaza e mio padre portò me e mia sorella piccola dai beduini lontano dal confine; i miei familiari ci portavano da mangiare; ero la prima ragazza che gli israeliani stavano cercando di catturare.

Dopo un mese andai a far visita alla mia famiglia e gli israeliani circondarono la casa durante la festa che mio padre aveva organizzato per il fidanzamento di mio fratello.

Mio padre pensava che fosse sufficiente parlare con loro, ma mia madre conosceva il mio impegno politico e mi disse una cosa che mi avrebbe aiutato per il resto della mia vita “Non dire niente, non dire che lavori nel gruppo dei 21, se lo dici, non sei più mia figlia e tradisci la Palestina e la gente ti ucciderà.”

Questa frase era difficile da comprendere per me perché non sapevo nulla della morte; quando lasciai la casa vidi le auto degli israeliani. Mia madre aveva seppellito tutti i documenti che potevano accusarmi, i soldati mi arrestarono, tutti gli abitanti di Gaza erano in strada e io ridevo mentre camminavo e guardavo la gente come a dire che gli israeliani avevano paura di me e della mia forza, li insultavo e ridevo di loro.

Un esercito intero per una ragazza di 15 anni, ero contenta come se fosse stato il mio compleanno o un giorno di nozze e i gazawi li insultavano.

Fui incarcerata e mi invitarono a fare la spia per potermene andare, ma io dichiarai che non avevo fatto niente, respinsi tutte le prove che avevano, finsi di non capire quello che mi mostravano e quando mi mostrarono delle bombe dissi che mia madre mi impediva di giocare nella spazzatura.

Avevo fatto studi scientifici, non conoscevo l’arabo e rispondevo a tutte le domande elencate “non ho mai fatto operazioni, non sono mai stata in ospedale …” Non so se oggi riuscirei a mantenere tanto aplomb nelle mie risposte, ma quelli erano tempi difficili, erano altri tempi.

Si innervosirono e mi colpirono, la mia testa sbatté contro il muro, vidi i miei occhi uscire dal mio viso, mi chiesero cosa contava di più per me, risposi, “Dio e il paese” “e se intendo qualcosa di concreto” risposi “questa è la mia terra”.

Due israeliani mi picchiavano, ma non sentivo i colpi, non capivo le parole se non quelle che avevo in testa e che mi aveva detto mia madre.

Trascorsi sei mesi in carcere, in attesa del processo dopo un mese, tre giudici militari per me e due giovani di Gaza, il mio avvocato non aveva il diritto di parlare, mi difesi da sola: “Sono una piccola ragazza palestinese, voi avete occupato, preso la nostra terra e ucciso il popolo palestinese, spero che gli abitanti di Gaza siano messi in carcere in modo a conoscervi meglio, siete dei fascisti”.

Decisero di tenermi un anno e mezzo in prigione.

Dissi a mia madre che non mi importava di fare un anno e mezzo di carcere, avrei visto i miei amici, avrei fatto informazione, avrei scritto, testimoniato, fatto scioperi, quello fu l’inizio del movimento dei prigionieri nelle carceri.

La sola cosa che mi contrariava era il cibo pessimo.

Quando uscii di prigione avevo 17 anni, dopo 24 ore gli israeliani decisero di espellermi da Gaza per stare tranquilli.

La scuola mi organizzò una grande festa, andai a piedi nonostante il caldo per dire addio a Gaza, mi sembrava necessario.

Arrivai a casa, gli israeliani mi stavano aspettando e mia madre piangeva, le chiesi perché e mi rispose che mi avrebbero mandato in Egitto, ma io sapevo di poter tornare via mare.

Mi mandarono in Giordania, sapevo che sarei tornata con l’esercito dei Fedayeen mentre gli israeliani mi prendevano in giro dicendo che mi sarei sposata lì.

Era la notte del 1 ° gennaio 1970, la più difficile della mia vita, tutti vennero a salutarmi, mia madre era malata e i miei sogni futuri crollati.

Alle 05:00 del mattino sentii le loro auto fermarsi e scattò l’espulsione: fu il giorno più difficile della mia vita e non lo dimenticherò mai, non ero in grado di guardare i miei genitori negli occhi.

Mio padre rimase stoico, nell’auto che si allontanava guardavo la casa, non piansi, rimasi forte, ma piansi dopo e decisi nel profondo del mio cuore che sarei tornata a Gaza.

All’arrivo al ponte di confine con la Giordania rimasi ferma 11 giorni senza poter tornare perché non avevo un passaporto, poi gli attivisti del FPLP mi aiutarono ad entrare e ho fatto tutte le guerre con loro: la lotta armata e le azioni da attivista.

Nel 1971 la Giordania mise fuori legge il FPLP e, visto che non avevo un passaporto, andai in Libano con un passaporto falso e divenni responsabile per il FPLP a 19 anni.

Ero responsabile della commissione competente per i giovani e le donne, mi dedicai alle opere popolari e ripresi gli studi, un Dottorato in Filosofia “Lo sviluppo dello spirito politico delle donne palestinesi – la liberazione delle donne e i costumi arabi per le donne in generale e per mia madre in particolare”.

Andai a studiare in Bulgaria ed entrai a far parte di un gruppo internazionale di donne per i poveri e i prigionieri e viaggiai per rappresentare la Palestina all’estero (Cina, Cuba, Russia, Europa, Spagna Danimarca Germania Italia ma mai in Francia …).

Ero sempre in contatto con le donne e il popolo palestinese. Durante il periodo di Oslo mi era ancora vietato entrare a Gaza e nel novembre 1995 i miei genitori fecero i documenti necessari perché potessi far loro una visita ed entrare a Gaza, gli israeliani non mi concessero il permesso ed io entrai illegalmente e dissi: “Voglio morire qui“.

Trascorsi a Gaza due anni in una situazione di illegalità prima di riuscire ad avere un documento di identità, ma ero molto attenta ai miei viaggi, per me e il FPLP era vietato visitare la Cisgiordania e Giordania.

Il resto della storia è su un CD di 26 pagine in inglese che ho scritto al mio ritorno da Gaza, ma la dottoressa Mariam ha ripreso la parola sulla situazione del 2000.

Dal 2000 faccio un altro lavoro e per la mia famiglia sono un leader non una persona normale.

Qui tutto è cambiato con l’arrivo di Hamas, costumi, modo di vestire, la società, ma nonostante questo e nonostante Hamas continuo a fare il mio lavoro perché nessuno ha dimenticato quello che ho fatto in Palestina e io sono orgogliosa di me stessa perché ho buoni rapporti con tutti, tutte le persone, gli stessi partiti politici islamici, sono soddisfatta, sono cittadina onoraria di Gaza, membro del parlamento palestinese a Gaza e Ramallah e capo del FPLP.

Sono membro di molte associazioni, tra cui, in particolare, quella per le donne palestinesi prigioniere.

Il FPLP non riconosce gli accordi di riconciliazione Fatah / Hamas a causa dei negoziati con gli israeliani.

Sull’amore e la morte la dottoressa Mariam ha detto che non dobbiamo trascurare l’amore ma la sua famiglia è la Palestina e i suoi figli sono tutti i palestinesi. Il suo primo fidanzato è morto prima del matrimonio e con il secondo non andavano d’accordo così ha deciso di non sposarsi perché non avevo tempo.

Per quanto riguarda la morte dice che ce ne sono stati così tanti che si chiede come possa essere ancora in vita.

Mariam dice che vive senza pensare alla morte, che a lei non piace la guerra e che l’occupazione israeliana è responsabile di tutto e che vorrebbe essere un medico.

Mariam dipinge, canta, balla, ama la musica e il ricamo, ma gli israeliani hanno distrutto i sogni del popolo palestinese.

Mariam dice: “La società deve dare un posto agli esseri umani, all’amor proprio e all’onore delle donne e al loro valore senza che questo debba avvenire a seguito di leggi.

In altri paesi europei ha visto modelli che, su questi valori, non l’hanno convinta.

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