Traumi psicologici nell’infanzia palestinese: il modello di intervento sociale

UntitledLavoro di ricerca di Eleonora Pochi

Questo studio prende in esame i Servizi Sociali indirizzati ai minori che vivono nei Territori Palestinesi Occupati. Essi si trovano ad affrontare quotidianamente la violenzaattraverso le discriminazioni da parte dell’esercito  o dei coloni israeliani, i check point militari, gli attacchi armati, l’arresto, la detenzione, l’abuso sessuale o la tortura. Solo nell’ultimo decennio, circa 7 mila minori sono stati arrestati e torturati nelle carceri israeliane. Secondo alcune ONG palestinesi il 90% di essi ha subito torture in carcere. Inoltre un bambino può assistere alla distruzione della propria casa da parte dell’esercito, il che incide negativamente su una serie di indicatori per la salute mentale.

Nella prima parte del lavoro ho analizzato le conseguenze psicologiche sul minore scaturite dalle esperienze traumatiche come quelle appena descritte, focalizzandomi in particolare sul Disturbo da Stress Post-Traumatico, di cui soffre un’altissima percentuale di bambini e adolescenti. Solo nella Striscia di Gaza, dopo gli ultimi bombardamenti del 2012, oltre il 45% dei minori possedeva le caratteristiche per una diagnosi di Stress Post Traumatico.

Il cuore dello studio è rappresentato da una valutazione del modello di intervento sociale per la protezione dell’infanzia. Presupposto di tale valutazione è che la gestione del trauma richieda l’attivazione di una grande macchina organizzativa, ossia non si tratta esclusivamente di garantire solo le terapie psicologiche, ma anche un efficiente lavoro di rete al quale concorrano i Servizi sociali.

I servizi erogati a livello centrale dall’Autorità Palestinese sono finanziati da donatori esteri, Il Ministero degli Affari Sociali ha elaborato delle linee guida dalle quali scaturisce la programmazione delle politiche di intervento, ma nel complesso, la rete di protezione sociale non risulta sufficiente a garantire un’assistenza adeguata a tutti i minori. Questogap è riconducibile alla carenza di risorse economiche, all’assenza di politiche interministeriali e alla mancanza di un approccio multidisciplinare, nonché alla frammentazione amministrativa provocata dall’Occupazione, che ostacola  l’applicazione di un modello di intervento omogeneo su tutta l’area dei Territori Palestinesi Occupati.

D’altra parte, l’Autorità Palestinese dovrebbe rafforzare i rapporti tra la Cisgiordania e la Striscia di Gaza e considerare nuove strategie di finanziamento governativo per assicurare interventi sostenibili nel tempo.

In tale contesto, l’azione delle ONG assume un ruolo rilevante e attraverso l’erogazione di servizi, tra cui la riabilitazione psicosociale dei minori ex-detenuti, è di fondamentale supporto all’azione governativa.

Alcune Organizzazioni Non Governative hanno dato vita a team riabilitativi, composti da varie figure professionali (psicologi, assistenti sociali, psichiatri, operatori sociali) .La strategia d’intervento sperimentata dal III° settore appare più efficiente di quella ministeriale. Tuttavia, la maggioranza dell’assistenza è offerta dagli Enti di Beneficenza, che da soli offrono il 50% della copertura. Anche se meno strutturati delle ONG, questo genere di Enti è meglio radicato nelle comunità.

Per quanto riguarda la figura dell’assistente sociale,  emerge che gli gli assistenti sociali si trovano a ricoprire diversi ruoli, ad esempio come counselor scolastici, come operatori multifunzionali nelle situazioni di emergenza oppure, come nel caso dei “protection officer”  del MoSA, si trovano a indagare su casi di violenza doùmestica e a disporre l’allontanamento del minore dal nucleo familiare, nel caso si ritenga a rischio. La comunità sembra ancora non aver accettato l’autorità dell’assistente sociale nel ruolo di protection officer.

Un grande ostacolo per gli assistenti sociali è il sistema delle restrizioni di movimento imposto dalle autorità israeliane. La presenza di check point e l’obbligo di possedere permessi per accedere in alcune aree limitano notevolmente l’intervento sociale.

In riguardo all’intervento in situazioni di emergenza, ossia nel caso in cui il trauma investa l’intera comunità, gli assistenti sociali spesso non hanno la formazione e le competenze adeguate per  intervenire nel migliore dei modi possibili. Inoltre, a causa di  grandi interferenze politiche, manca una collaborazione stabile tra assistenti sociali israeliani e palestinesi, soprattutto durante le fasi di escalation del conflitto.

Considerando tutto ciò, ho scelto come quadro teorico di riferimento i contributi di Lewin e Brofenbrenner, entrambi attenti all’interazione individuo-ambiente, quale fattore imprescindibile per una valutazione della qualità dello sviluppo umano. Occorre tenere in considerazione che le possibilità di coping di un soggetto in età evolutiva sono ridotte rispetto a quelle di un adulto, a causa di una maturità non ancora pienamente raggiunta e in un ambiente caratterizzato da una situazione cronica di conflitto il bambino percepisce i genitori come incapaci di proteggerlo. In alcune circostanze, quindi, sembrerebbe prioritario il trattamento e la formazione di genitori e insegnanti, affinchè essi siano in grado di ammortizzare l’impatto del trauma nei bambini ed eludere, per quanto possibile, l’insorgere di disturbi post-traumatici.

Tenendo conto che il supporto familiare quasi sempre attutisce la gravità dei disturbi a lungo termine, Brofenbenner  ha osservato che  “la famiglia è di gran lunga il sistema più potente ed economico che esista per mantenere umano l’essere umano” anche se l’esposizione cronica alla umiliazione intenzionale  provoca un rischio di tra volte maggiore ad un contesto normale, di avere disturbi mentali.

 

 

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