“Palestina, una tregua facile mentre le colonie crescono”

Ott 22, 2014 | Notizie

colonia_israeleAlternative per il Socialismo n. 33 – 2014

di Luisa Morgantini 

“Israele ha il diritto di difendersi”, parole ripetute senza vergognarsi della
doppiezza Orwelliana che questa affermazione rappresenta, i leader
israeliani, con la loro potente macchina propagandistica e mentre bombardavano
Gaza, si presentavano di fronte ai governi e ai media del mondo,
come le eterne vittime di coloro che vorrebbero distruggere lo Stato d’Israele.
Hamas è il nemico che minaccia la sicurezza dello Stato di Israele e bisogna
mostrare che Hamas è un pericolo per il mondo occidentale, questo è il messaggio
e la propaganda Israeliana, non solo di questo ultimo governo. Tsipi
Livni, in un intervento al Parlamento Europeo durante l’operazione “Scudo
Difensivo” nel 2002 cercava di avere la solidarietà del Pe sostenendo che loro
erano il baluardo della difesa del mondo occidentale e della cristianità contro
l’avanzata musulmana, dimenticandosi che in Palestina le chiese non sono
attaccate dai musulmani ma dallo stesso governo e dai coloni, che la libertà
di culto non solo per i musulmani ma anche per i cristiani è impedita dalla
chiusura ai palestinesi della città di Gerusalemme, nell’ultima aggressione di
Gaza anche le chiese cristiane sono state colpite e cristiani sono morti sotto il
fuoco israeliano (il nostro primo ministro Renzi non si è però recato a Gaza
per dare solidarietà ai cristiani sotto bombardamenti).
Certo Hamas è un movimento religioso e politico, non ha però nel suo programma
il Califfato islamico ma la libertà dall’occupazione militare israeliana.
Indubbiamente è un movimento politico e religioso che non vede la
separazione tra Strato e religione, ed è pericoloso per il futuro dello Stato
Palestinese che nella sua carta di indipendenza, scritta dal poeta Mahmoud
Darwish e votata dal Consiglio Nazionale Palestinese il 15 novembre del 1988
ad Algeri, dichiara lo Stato di la Palestina, patria di tutti i suoi cittadini e
senza discriminazione alcuna per la religione che ciascuno vuole professare,
a differenza di Israele che si dichiara Stato ebraico e chiede all’Olp di riconoscere
non lo Stato israeliano, peraltro già riconosciuto dall’Olp nella Carta
del 1988, oltre che con gli accordi di Oslo, ma lo Stato ebraico, riducendo
così i nativi palestinesi oggi cittadini israeliani, più di un milione e mezzo di
persone, cittadini di seconda categoria.
Hamas, con la scelta effettuata dopo gli accordi di Oslo in risposta agli assassinii
extraterritoriali dei suoi leader praticata da Israele, ha usato per molti
anni la pratica degli attentati suicidi che colpivano civili; azioni terroriste con-
trarie alle convenzioni internazionali. Nel 2005, dopo la devastazione della
seconda Intifadah, ha abbandonato gli attentati suicidi contro civili (mentre
Israele ha continuato ad uccidere ed imprigionare i membri di Hamas e non
solo) ed ha scelto nel 2006 di candidarsi alle elezioni scegliendo la via democratica,
elezioni vinte e che secondo tutti gli osservatori internazionali erano
state condotte nella trasparenza, senza intimidazioni, insomma elezioni svolte
democraticamente, grandi elogi da parte di tutte le istituzioni internazionali.
Il risultato però non ha soddisfatto i potenti e si è scelto di boicottare il governo
di Hamas. La vittoria di Hamas alle elezioni è stato un voto di protesta
da parte della popolazione palestinese, anche persone di tradizioni secolari
e di Fatah hanno votato per Hamas, stanchi del fallimento dell’accordo di
Oslo, del vedere tra i rappresentanti dell’Olp elementi corrotti e non solo
quelli tra quelli di Fatah, ma soprattutto stanchi di essersi illusi di vivere in
pace e libertà, mentre invece proseguiva la confisca e la colonizzazione delle
loro terre (prima dell’accordo di Oslo i coloni erano 150mila, oggi sono circa
550mila, non c’è più collina nella Cisgiordania che non sia stata presa dai
coloni), stanchi di vedere le loro terre fertili annesse ad Israele con la costruzione
del Muro, millantato come difesa dagli attacchi suicidi ma in realtà sottrazione
di terre fertili ed acqua ai palestinesi e stanchi di vivere in bantustan
senza libertà di movimento.
Lo scontro tra Fatah ed Hamas si è accentuato con la presa manu militare
da parte di Hamas della Striscia di Gaza, motivato da Hamas con il fatto
che Dahlan, l’uomo forte di Fatah a Gaza, avrebbe condotto contro di loro
un attacco militare (anche Hamas, come Israele nel ’67, ha quindi sferrato
un attacco preventivo che ha segnato una delle più brutte pagine della storia
palestinese). Una scelta intempestiva oltre che di rottura tra le forze politiche
palestinesi, fatta nel momento in cui con la sforzo congiunto dei prigionieri
palestinesi, primo fra tutti Marwan Barghouthi, si era formato un governo di
unità nazionale, subito riconosciuto dal Parlamento Europeo ma in via di riconoscimento
anche da parte dell’Unione europea. Israele ha avuto buon gioco
ad imporre un assedio totale su Gaza, i tunnel sono diventati l’unica possibilità
per avere le merci e per esportare i pochi prodotti da Gaza e per Hamas
di fornirsi di armi, ma non solo per Hamas anche per gruppi Jihadisti e altri.
Non si può certo negare che i missili che cadono sulle città israeliane impaurendo
la popolazione civile e rafforzando l’ostilità verso i palestinesi non sono
consentite dalle convenzioni di Ginevra. Ma questi non giustificano le punizioni
collettive e i crimini perpetrati in questi anni di assedio nei confronti
della popolazione palestinese. E la sproporzione delle vittime (anche se una
basta) è enorme, sono 4 i civili uccisi dai missili ed Israele è provvisto di droni
lautamente forniti dagli Usa che permettono di difendersi dai missili di Hamas
o della Jihad islamica.

“Israele ha il diritto di difendersi”, lo hanno ripetuto i maggiori leader dei Paesi
che a partire dalla prima guerra del Golfo hanno fatto tornare la guerra nella
cultura e nelle azioni delle grandi potenze, in primis il Presidente Obama,
seguito dagli europei compresa la nostra pallida ministra degli Esteri, oggi
alla testa della politica estera dell’Unione europea e dalle Nazioni Unite che
malgrado le denuncie dell’Ocha e dei responsabili dell’Unrwa a Gaza, non è
mai stato risposto alla reiterate lettere di denuncia al Consiglio di Sicurezza
del rappresentate palestinese all’Onu Ryad Mansour. Non tutti i leader del
mondo però hanno accettato le giustificazioni israeliane, il mondo è più grande
delle coalizioni per le guerre, Brasile, Sud Africa, Bolivia hanno aspramente
criticato l’aggressione israeliana a Gaza.
Mentre le bombe cadevano su Gaza e i media mostravano, anche se fuggevolmente,
le distruzioni delle case e le uccisioni dei civili e la potenza di fuoco
dell’esercito israeliano, ecco arrivare la falsa notizia del rapimento non di
un civile, ma di un soldato che aveva invaso da terra la Striscia di Gaza alla
ricerca di tunnel per distruggerli. Una notizia lanciata ad arte dal ministero
dell’Informazione israeliano, mentre tutti sapevano che il soldato era morto
nell’operazione militare, e con il presidente Obama che dichiarava in conferenza
stampa che “questo atto barbarico non può essere tollerato”. Quello stesso
giorno, però, intere famiglie venivano sterminate a Gaza, senza che vi fosse
una parola anche se detta per semplice pietà umana. Forse perché troppi i
morti palestinesi per riuscire a dargli nomi, volti, corpi, sogni, desideri.
L’organizzazione israeliana Bet’Selem, che aveva preparato un messaggio radiofonico
per dire i nomi delle vittime civili palestinesi, ha visto la totale censura
praticata anche dalla Corte di Giustizia israeliana alla quale Bet’Selem si
era appellata dopo la censura dalla radio di Stato.
Israele ha il diritto di difendersi, non ha però il diritto di occupare militarmente
e di colonizzare un popolo ed una terra, così come non ha il diritto di
assediare 1.800.000 persone, di farli vivere in una prigione a cielo aperto impedendo
il movimento di persone e merci, ai pescatori di pescare, ai coltivatori
di coltivare la terra e fare i raccolti, agli studenti di usare le borse di studio,
agli ammalati di curarsi, ai familiari dei prigionieri politici di poter visitare i
loro figli, fratelli in carcere.
Ha forse il diritto Israele di continuare ad uccidere nella Cisgiordania ragazzi
come Khalil Al Anati di 10 anni e 8 mesi, del campo profughi di Al Fawwar
a Hebron, che come riporta la giornalista Kelly Logan in Global Research
del Canada è stato ucciso a sangue freddo da un soldato israeliano che a pochi
metri di distanza dalla porta aperta della jeep militare gli ha sparato alla
schiena, sparando anche a chi si avvicinava per portarlo all’ospedale e quando
sono riusciti a raccoglierlo era ormai stremato ed è giunto all’ospedale morto
dissanguato. Ha forse il diritto di continuare a confiscare terra palestinese per
alternative per il socialismo

far posto ai coloni o di giudaizzare Gerusalemme Est occupando o demolendo
case palestinesi, ritirando le carte d’identità di Gerusalemme ai palestinesi
che vanno all’estero oppure per mancanza di case vanno ad abitare nei Paesi
vicini a Gerusalemme, una deportazione lenta l’ha chiamata Bet’Selem. Ha
forse il diritto di evacuare dalla loro terre i pastori delle colline a Sud di Hebron
e dalla Valle del Giordano?
Tutte le violazioni sono chiare, innumerevoli rapporti e indagini delle Nazioni
Unite, lo denunciano evidenziando le violazioni dei diritti umani, i crimini
di guerra commessi dall’esercito israeliano sia per l’operazione denominata
“scudo difensivo” del 2002, portata avanti sia in Cisgiordania che a Gaza, e
poi a Gaza con “Piombo fuso” nel 2008 e poi nel 2012, ed ora vedremo il prossimo
report sull’operazione “Margine Protettivo”. In 51 giorni di aggressione
militare dal cielo dalla terra, dal mare, sono state uccise 2.198 persone, di
cui il 30% bambini, più di 10mila feriti di cui 3.104 bambini, dei quali mille
resteranno permanentemente disabili ed altri si aggiungeranno alla lista
dei morti, 17mila case distrutte, 40mila danneggiate, più di 470mila persone
sfollate e senza casa, 26 scuole distrutte, una scuola usata come base militare
israeliana, 162 industrie completamente inagibili e 362 danneggiate, ospedali,
chiese, moschee, miglia di dunun di terra coltivati spazzati via, i raccolti
distrutti, una perdita incalcolabile.
È l’impunità di cui ha goduto Israele in questi 47 anni di occupazione militare
della Cisgiordania e Gaza che ha reso Israele un Paese malato. Basta leggere
ciò che Amira Hass scrive sul quotidiano Haaretz per avere un’idea di come le
persone che in Israele continuano a pensare che la giustizia, la difesa dei dritti
umani debbano essere alla base delle politiche di un Paese per rendersi conto
dell’abisso morale nel quale è caduta Israele. Scrive infatti la giornalista israeliana
che fin dalla prima Intifadah ha vissuto a Gaza e poi a Ramallah: “Ho
anche rinunciato a tentare di avere una risposta diretta dall’esercito israeliano.
Avete colpito per errore la casa sbagliata, uccidendo così altri tre bambini?
Non ne posso più dei vani sforzi di competere con l’abbondanza di commenti
orchestrati a proposito degli obiettivi e delle azioni di Hamas, da parte di persone
che scrivono come se si fossero seduti attorno a un tavolo con Mohammed
Deif e Ismail Haniyeh, e non invece soltanto con qualche fonte dell’esercito
israeliano o con dello Shin Bet, il servizio di sicurezza. Quelli che hanno
rifiutato la proposta di pace di Yasser Arafat e di Fatah per la costituzione dei
due Stati ora si ritrovano con Haniyeh, Hamas e il Bds [movimento internazionale
per il Boicottaggio, il Disinvestimento e le Sanzioni]. Quelli che hanno
trasformato Gaza in un campo di concentramento e di punizione per un milione
ottocentomila esseri umani non dovrebbero essere sorpresi del fatto che
loro abbiano scavato gallerie sotterranee. Quelli che hanno seminato strangolamento,
assedio e isolamento raccolgono il lancio di razzi. Quelli che per

47 anni hanno indiscriminatamente attraversato la linea verde [tra Israele e
Cisgiordania], espropriando la terra e infierendo costantemente contro i civili
con raid, sparatorie e colonie – che diritto hanno di alzare gli occhi al cielo e
parlare del terrorismo palestinese contro i civili?
Hamas sta distruggendo crudelmente e minacciosamente la tradizionale
mentalità del doppio standard in cui Israele è maestro. Tutte le brillanti intelligenze
e le menti dello Shin Bet non capiscono che noi stessi abbiamo creato
la ricetta perfetta della nostra personale versione della Somalia? Volete evitare
un’escalation? Questo è il momento: aprite la Striscia di Gaza, lasciate che
la gente possa circolare liberamente nel mondo, in Cisgiordania, e [andare]
dai propri familiari e le proprie famiglie in Israele. Lasciateli respirare, e capiranno
che la vita è molto più bella della morte”.
L’assassinio di Rabin nel 1995 per mano del fondamentalista e nazionalista
ebreo Ygal Amir – non un folle isolato come si è voluto far credere, ma un attivo
sostenitore di Baruch Goldstein, il medico della colonia di Kiryat Arba che nel
febbraio del ’94 entrò nella moschea e nella sinagoga del patriarca Abramo ad
Hebron uccidendo 29 palestinesi in preghiera – ha chiuso il processo di pace.
Ygal Amir e i suoi mandanti (la vedova di Rabin, Lea aveva apertamente accusato
Netaniahu di essere stato un istigatore dell’assassinio) hanno ucciso il
leader pronto al compromesso e all’abbandono della visione della conquista
della grande Israele biblica, su tutto il territorio della Palestina storica. Visione
mai pienamente dichiarata dalle forze laburiste anche se la non definizione
di una Costituzione e dei confini sul quale si fondava lo Stato d’Israele nel
1948 e la costruzione delle colonie subito dopo la conquista dei territori palestinesi
della Cisgiordania e Gaza nel 1967 evidenziava chiaramente la volontà
colonizzatrice non solo delle forze più nazionaliste e dei partiti di destra come
il Likud, o di quelli formatesi successivamente ma anche di quelle laburiste.
Rabin era disposto in cambio della pace ad abbandonare i territori occupati
nel 1967, certo con una strada contorta. Nell’accordo di Oslo non vi era il riconoscimento
dello Stato di Palestina ma solo il riconoscimento dell’Organizzazione
della Liberazione per la Palestina, non vi era il riconoscimento di Gerusalemme
come capitale condivisa Est per lo Stato di Palestina, ovest per lo
Stato d’Israele, le colonie non venivano smantellate ma rafforzate con l’apertura
di by pass road che hanno fatto strada ad un sistema di apartheid essendo
proibite al transito dei palestinesi, rafforzando e semplificando in questo
modo la vita delle colonie. Ma il processo era iniziato e entro il dicembre del
1999 i soldati israeliani avrebbero dovuto ritirarsi da tutti i territori occupati.
L’assassinio di Rabin ha bloccato questo processo. Peres, che lo ha sostituito,
invece di continuare sulla strada indicata da Rabin e non farsi fuorviare da
alcuni attentati compiuti da Hamas ha invece rincorso Netaniahu, Sharon e
le destre sul terreno della sicurezza.

L’andata al governo di Nethaniau non ha segnato solo una politica di maggior
sostegno all’ampliamento delle colonie e alla non volontà di continuare
nel solco di Oslo e del ritiro dai territori occupati, la formula due popoli due
Stati non era assolutamente prevista nel programma di governo d Nethaniahu
che ha vinto le elezioni del 2006 con un leggero margine rispetto a
Peres, conducendo una campagna elettorale all’insegna dell’attacco frontale
e all’americana dei contendenti del suo stesso partito: Nethaniahu si è fatto
portatore di una politica di “rinnovamento” (conosciuta anche in altri Paesi)
che ha trasformato il Paese. Basta con uno Stato burocratico e accentrato,
basta con le politiche di assistenza sociale, il liberismo economico e le privatizzazioni
hanno sostituito la tradizionale politica sociale dei governi precedenti,
i kibbutz sono stati radicalmente cambiati in obbedienza alle leggi
del mercato, le ineguaglianze sociali sono diventate sempre più ampie e le
discriminazioni verso i nuovi immigrati in Israele si sono fatti più evidenti,
lo si è visto nella rivolta dei gruppi di falascia, gli ebrei etiopi, trattati con disprezzo
e razzismo da parte di buona parte della popolazione ma anche delle
politiche governative che li discriminano. Oggi la società israeliana frantumata
e divisa al suo interno non è più il melting pot che ha retto fino alla
fine degli anni 90, oggi il razzismo è evidente anche all’interno della società
israeliana, ebrei ortodossi prendono sempre più il potere, scontri tra gruppi
sociali, i russi parlano russo, hanno banche, giornali e come i coloni sono uno
Stato nello Stato, gli haredim in lotta tra di loro, per non dire delle rivalità tra
askenazi e, sefarditi e misrahi.
Il nemico, Gaza e tutta la sua popolazione ha cementato il nazionalismo più
becero. Gli attacchi però non sono solo contro gli arabi palestinesi o i palestinesi
dei territori, sono rivolti anche contro chi dissente e osa stare dalla
parte del diritto per tutti e che si dichiara contro l’occupazione militare israeliana.
Israeliani coraggiosi come i giovani soldati di Breaking the Silence che
rivelano le violazione dei diritti umani commessi dall’esercito israeliano, gli
anarchici contro il muro che insieme a palestinesi dei comitati popolari per la
resistenza non violenta ed internazionali manifestano contro il muro e l’occupazione,
i Combattenti per la pace, organizzazione di palestinesi e israeliani,
docenti universitari e intellettuali che si sono ribellati alla politica di destra e
della leadership israeliana, la Coalizione delle donne per la pace israeliane che
sostiene la campagna di boicottaggio, disinvestimento e sanzioni. Attivisti che
vengono minacciati e bastonati, gli viene rifiutato il lavoro, vengono licenziati,
considerati traditori del loro Paese.
Con l’aggressione di Gaza, Nethaniahu sosteneva di voler distruggere Hamas,
in realtà ha distrutto e ucciso la popolazione palestinese, rafforzato politicamente
Hamas che aveva raggiunto il più basso indice di popolarità sia nella
Cisgiordania che a Gaza. È fuori di dubbio che l’attacco ad Hamas è stato in
realtà un attacco alla traballante leadership del presidente Mahmoud Abbas
che con il risultato ottenuto di riconoscimento della Palestina come Stato osservatore
all’Onu e la posizione ferma sostenuta durante i falsi ultimi negoziati
aveva riguadagnato la fiducia di buona parte della popolazione palestinese.
L’attacco fatto ad Hamas in realtà è stato, come denuncia Saeb Erekat, un
attacco contro tutta la popolazione palestinese e l’intera sua leadership nel
momento in cui l’Olp e Hamas avevano raggiunto un accordo e formato un
governo di unità nazionale, unità nazionale che l’attacco su Gaza non ha
completamente spezzato ma che a reso più fragile, ma sembra che la volontà
dei diversi leader sia per andare avanti. Se non lo facessero sarebbe un successo
di Nethaniahu.
L’uso e l’abuso fatto da Nethaniahu sull’assassinio dei tre giovani coloni a Hebron,
che ha incolpato Hamas pur sapendo che non era stata una scelta di
Hamas quella del rapimento, è stata la giustificazione per tutti gli attacchi
lanciati contro la popolazione palestinese. Perfino l’ultima dichiarata annessione
di 4.000 dunun di terra per un nuovo insediamento che amplia il blocco
degli insediamenti di Gush Etzion tra Hebron e Betlemme è stato motivato
come atto di vendetta per l’uccisione dei tre coloni. E nella Cisgiordania, quella
che gli israeliani chiamano la Giudea e Samaria, continuano gli arresti e le
aggressioni contro le manifestazioni pacifiche dei palestinesi.
A partire dal rapimento dei tre giovani coloni, sono più di 1.700 i palestinesi
arrestati, 32 i morti e centinaia e centinaia i feriti e le case demolite. Ad
Hebron hanno demolito anche una fabbrica di prodotti caseari in risposta al
boicottaggio delle merci israeliane che la popolazione palestinese ha iniziato
a fare come risposta di lotta all’aggressione di Gaza e alla politiche di colonizzazione
della Cisgiordania.
Ma senza un intervento internazionale che faccia pagare il prezzo al governo
israeliano per le continue violazioni della legalità internazionale, dei diritti
umani e per i crimini di guerra, non ci sarà nessuna pace in Palestina ed Israele
e vista la disparità di forze si vedrà solo la lenta cancellazione e il dispossessamento
del popolo palestinese in nome della Israele biblica: Eretz Israel.
Per un momento si era sperato che l’orrore di Gaza e la resistenza palestinese
potessero imporre una soluzione definitiva. Un cessate il fuoco che comprendesse
la fine dell’assedio di Gaza, la costruzione del porto e dell’aeroporto, ma
soprattutto un negoziato per la fine dell’occupazione militare della Palestina.
In realtà l’accordo per la tregua è fragile ed ancora una volta permette ad Israele
di dilatare nel tempo i nodi centrali, mentre come da tradizione costruisce
fatti sul terreno con la crescita delle colonie.
Tanti sacrifici, tanti morti, tanta distruzione, che resteranno ancora una volta
impuniti. Ancora una volta saremo noi a pagare per le distruzioni compiute
da Israele, ancora una volta senza chiederne il rimborso.

Ci sarà una conferenza di donatori per ricostruire Gaza e i palestinesi verranno
trattati come un caso umanitario quando la questione è politica: la fine
dell’occupazione militare israeliana dei territori occupati nel ’67, che altro non
è se non la realizzazione delle risoluzioni delle Nazioni Unite. Non si vedono
però questi cambiamenti nell’aria, se non si risolvono i temi di fondo, un’altra
crisi si succederà a questa.
La speranza è nella crescita di un movimento nel mondo che sappia lottare per
imporre ad Israele di fermarsi, cresce tra l’opinione pubblica e nei movimenti
la consapevolezza che non bisogna avere doppi standard e che le sanzioni, il
disinvestimento, l’embargo sulla vendita di armi, devono entrare nell’agenda
anche dei governi e non solo dei movimenti di solidarietà, un arma pacifica
per salvare anche Israele della sua distruzione morale e politica.
L’Italia durante la presidenza dell’Unione europea saprà imporre una svolta
all’inerzia politica dell’Ue cominciando con la sospensione dell’accordo
di associazione con Israele per una soluzione giusta ed equa della questione
palestinese che ponga fine all’occupazione militare israeliana e finalmente la
libertà per il popolo palestinese?

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