Gaza: appello di giuristi internazionali

Ago 1, 2014 | Notizie

Un appello di esperti in diritto internazionale con capofila John Dugard e Richard Falk . Entrambi sono stati rapporteur per le Nazioni Unite sui Territori Occupati e non si contano le loro denunce contro le violazioni di Israele.

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Quest’appello smonta sul piano giuridico tutte le cosiddette “giustificazioni” della posizione israeliana e dei loro sostenitori.

La comunità internazionale deve porre fine alla punizione collettiva da parte di Israele nei confronti della popolazione civile della Striscia di Gaza.

Nota preliminare: questa è una dichiarazione congiunta di esperti internazionali di vari paesi del mondo che sono citati alla fine come promotori. Io [Richard Falk. Ndt] sono tra questi, e il testo è stato inizialmente abbozzato da una serie di studiosi di diritto internazionale. Ben vengano altre firme che possono essere inviate a me nella sezione dei commenti, specificando l’ente o istituzione accademica di appartenenza, e i nomi verranno periodicamente aggiunti al testo. Io vedo questo [appello. Ndt] come un’importante manifestazione del parere professionale e della coscienza dei singoli [firmatari. Ndt] riguardo al comportamento di Israele a Gaza a partire dall’8 luglio, che già fatto molte vittime innocenti e provocato così estese distruzioni. Per favore, unitevi a noi e diffondetelo ovunque!)

Qui trovate appello (in inglese)

Traduzione appello in italiano

La comunità internazionale deve porre fine alla punizione collettiva da parte di Israele nei confronti della popolazione civile della Striscia di Gaza.

Nota preliminare: questa è una dichiarazione congiunta di esperti internazionali di vari paesi del mondo che sono citati alla fine come promotori. Io [Richard Falk. Ndt] sono tra questi, e il testo è stato inizialmente abbozzato da una serie di studiosi di diritto internazionale. Ben vengano altre firme che possono essere inviate a me nella sezione dei commenti, specificando l’ente o istituzione accademica di appartenenza, e i nomi verranno periodicamente aggiunti al testo. Io vedo questo [appello. Ndt] come un’importante manifestazione del parere professionale e della coscienza dei singoli [firmatari. Ndt] riguardo al comportamento di Israele a Gaza a partire dall’8 luglio, che già fatto molte vittime innocenti e provocato così estese distruzioni. Per favore, unitevi a noi e diffondetelo ovunque!)

In quanto studiosi di diritto internazionale e penale, difensori dei diritti umani, esperti giuridici e individui che credono fermamente nel ruolo della legge e nella necessità del suo rispetto in tempi di pace e ancor più di guerra, sentiamo il dovere intellettuale e morale di denunciare le gravi violazioni, mistificazioni e la mancanza di rispetto dei basilari principi delle leggi nei conflitti armati e dei fondamentali diritti umani dell’intera popolazione palestinese commessi durante l’offensiva israeliana nella Striscia di Gaza attualmente in corso. Noi condanniamo anche il lancio di missili dalla Striscia di Gaza, come ogni attacco indiscriminato contro civili, indipendentemente da chi lo commette, che non è solo illegale dal punto di vista delle leggi internazionali, ma anche moralmente intollerabile. Tuttavia, come sostenuto implicitamente anche dalla Commissione per i Diritti Umani dell’ONU nella sua Risoluzione del 23 luglio 2014, le due parti in conflitto non possono essere considerate sullo stesso piano, e le loro azioni, ancora una volta, sono di una gravità incomparabile.

Ancora una volta è la popolazione civile disarmata, le persone sotto la protezione del diritto internazionale umanitario, che sono nell’occhio del ciclone. La popolazione civile di Gaza è stata resa vittima, nel nome del falso diritto di autodifesa costruito ad arte, nel mezzo di un’escalation di violenza provocato al cospetto dell’intera comunità internazionale. La cosiddetta operazione “Confini di difesa” è scoppiata durante un conflitto armato in corso, nel contesto di un’aggressiva occupazione prolungata che è iniziata nel 1967. Nel corso di questo conflitto migliaia di palestinesi sono stati uccisi e feriti nella Striscia di Gaza durante ricorrenti ed apparenti periodi di “tregua” dal 2005, dopo il ritiro unilaterale di Israele dalla Striscia di Gaza. Neanche le morti causate dalle provocazioni di Israele nella Striscia di Gaza prima dell’ultima escalation di ostilità possono essere ignorate.

In base [a quanto affermato da] fonti dell’ONU, durante le ultime due settimane, circa 800 palestinesi a Gaza sono stati uccisi e più di 4.000 feriti, la grande maggioranza dei quali [sono] civili. Molteplici fonti indipendenti affermano che solo il 15% delle vittime erano combattenti. Intere famiglie sono state uccise. Ospedali, cliniche così come centri per la riabilitazione per disabili sono stati colpiti e gravemente danneggiati. In un solo giorno, sabato 20 luglio, più di 100 civili palestinesi sono stati uccisi a Shuga’iya, un quartiere residenziale di Gaza City. Questa è una delle più sanguinose ed aggressive operazioni mai condotte da Israele nella Striscia di Gaza, una forma di violenza urbana che costituisce una totale mancanza di rispetto della neutralità dei civili. Purtroppo, a questo [attacco] ha fatto seguito solo un paio di giorni dopo un attacco altrettanto distruttivo a Khuza’a, a est di Jhan Younis.

Oltre a ciò, l’offensiva ha anche causato la capillare distruzione di edifici e infrastrutture: in base [a quanto riferito dall’] Ufficio di Coordinamento degli Affari Umanitari dell’ONU, più di 3.300 case sono state colpite e distrutte o gravemente danneggiate.

Come denunciato dalla Missione d’Inchiesta dell’ONU sul conflitto a Gaza in seguito all’operazione israeliana “Piombo fuso” nel 2008-09: “Mentre il governo israeliano ha cercato di dipingere le sue operazioni essenzialmente come una risposta ai lanci di razzi, esercitando il proprio diritto all’autodifesa, la missione ritiene che il piano sia stato diretto, almeno in parte, a colpire un altro obiettivo: il popolo di Gaza nel suo complesso” (A/HRC/12/48, par. 1680). Lo stesso si può dire dell’attuale offensiva israeliana.

La popolazione civile nella Striscia di Gaza è sottoposta ad un attacco diretto e molti sono obbligati a lasciare lo proprie case. Quella che era una crisi umanitaria di rifugiati si è aggravata con una nuova ondata di espulsione di civili: il numero di rifugiati ha raggiunto circa i 150.000, molti dei quali hanno trovato rifugio nelle sovraffollate scuole dell’ UNRWA, che sfortunatamente non sono sicure, come dimostrato dai ripetuti attacchi contro la scuola dell’ UNRWA a Beit Hanoun. Tutti a Gaza sono traumatizzati e vivono in uno stato di costante terrore. Questo risultato è intenzionale, in quanto Israele agisce in base alla “dottrina Dahiya”, che deliberatamente fa ricorso alla forza sproporzionata per infliggere sofferenze alla popolazione civile per ottenere obiettivi politici (esercitare pressioni sul governo di Hamas) piuttosto che militari.

Così facendo, Israele sta ripetutamente e palesemente violando le leggi di guerra, che stabiliscono che possono essere colpiti i combattenti e gli obiettivi militari, per esempio “quegli oggetti che, per loro natura, posizione, scopo o utilizzo contribuiscono in modo effettivo all’azione militare e la cui totale o parziale distruzione, cattura o neutralizzazione, nelle circostanze del momento, offrono un sostanziale vantaggio militare.” La maggior parte dei recenti massicci bombardamenti a Gaza non presenta un’accettabile giustificazione militare, e, al contrario, sembra progettata per terrorizzare la popolazione civile. Come chiarito dal Comitato Internazionale della Croce Rossa, causare volontariamente il terrore è inequivocabilmente illegale in base al diritto internazionale consuetudinario.

Nel suo parere consultivo nel caso delle armi atomiche, la Corte Internazionale di Giustizia ha stabilito che il principio di distinzione, che richiede agli Stati belligeranti di distinguere tra civili e combattenti, è uno dei principi basilari del diritto umanitario internazionale e uno dei “principi irrinunciabili del diritto internazionale consuetudinario.”

Il principio di distinzione è codificato negli articoli 48, 51(2) e 52(2) del Protocollo aggiuntivo I del 1977 alla Convenzione di Ginevra del 1949, al quale non sono state apportate modifiche. In base al Protocollo aggiuntivo I, per “attacchi” si intende “atti di violenza contro l’avversario, sia di offesa che di difesa” (articolo 49). Sia in base al diritto internazionale consuetudinario che ai trattati internazionali, la proibizione di attacchi diretti contro la popolazione civile o obiettivi civili è totale. Non è ammessa nessuna discrezionalità per invocare necessità militari come giustificazione.

Contrariamente alle affermazioni di Israele, errori che possano causare vittime civili non sono giustificabili: in casi dubbi sulla natura dell’obiettivo, la legge stabilisce chiaramente che un oggetto normalmente dedicato ad una funzione civile ( come scuole, case, luoghi di culto e servizi medici), sono considerati come non utilizzati per fini militari. Durante le scorse settimane, funzionari e rappresentanti dell’ONU hanno ripetutamente chiesto a Israele di rispettare strettamente il principio di precauzione nell’attaccare la Striscia di Gaza, dove il rischio è notevolmente aggravato dall’altissima densità della popolazione, e il massimo delle precauzioni devono essere adottate per evitare vittime civili. Human Right Watch ha notato che queste disposizioni servono ad evitare errori, [ma] “quando questi errori sono ripetuti, sorge il dubbio che siano state ignorate.”

 Inoltre, anche quando vengono presi di mira obiettivi militari, Israele ha costantemente violato il principio di proporzionalità: ciò è particolarmente evidente riguardo alle centinaia di edifici civili distrutti dall’esercito israeliano durante l’attuale operazione militare a Gaza. Con l’intenzione dichiarata di colpire un singolo membro di Hamas, le forze armate israeliane hanno bombardato e distrutto anche case in cui risiedevano decine di civili, comprese donne, bambini, e intere famiglie.

  E’ intrinsecamente illegale in base al diritto internazionale consuetudinario colpire intenzionalmente obiettivi civili, e la violazione di questo fondamento del diritto può equivalere a un crimine di guerra. Inviare un “avvertimento” – come la cosiddetta tecnica israeliana del “bussare sul tetto”, o mandare un SMS cinque minuti prima dell’attacco – non ne riduce la gravità: rimane illegale attaccare intenzionalmente un’abitazione civile senza dimostrarne la necessità dal punto di vista militare, in quanto equivale ad una violazione del principio di proporzionalità. Inoltre, non solo questi “avvertimenti” sono in genere inefficaci, e possono anche causare ulteriori vittime, ma appaiono come scuse preordinate da Israele per dipingere la gente che rimane nelle case come “scudi umani”.

Gli attacchi indiscriminati e sproporzionati, colpire obiettivi che non offrono effettivi vantaggi sul piano militare e bersagliare intenzionalmente i civili e le loro abitazioni sono stati le caratteristiche costanti della politica israeliana di lungo termine per punire l’intera popolazione della Striscia di Gaza, che, per più di sette anni, è stata di fatto imprigionata dal blocco imposto da Israele. Questo sistema si configura come una forma di punizione collettiva, che viola la totale proibizione stabilita nell’articolo 33 della Quarta Convenzione di Ginevra ed è stato internazionalmente condannato in quanto illegale. Tuttavia, lungi dall’essere effettivamente contrastata dagli attori internazionali, l’illegale politica di Israele di blocco totale imposto alla Striscia di Gaza è continuata senza tregua, sotto lo sguardo complice della comunità internazionale.

***

Come affermato nel 2009 dalla commissione di inchiesta dell’ONU sul conflitto a Gaza [commissione Goldstone]:”La giustizia ed il rispetto della legge sono indispensabili basi per la pace. La prolungata situazione ha creato una crisi del diritto nei Territori Palestinesi Occupati che merita provvedimenti” (A/HRC/12/48, para. 1958). In effetti:”l’impunità di lunga durata è stata un elemento chiave nella prosecuzione della violenza nella regione e nella reiterazione delle violazioni, così come nell’erosione della fiducia tra palestinesi e molti israeliani riguardanti le prospettive per una soluzione giusta e pacifica del conflitto.” (A/HRC/12/48, para. 1964)

Pertanto

  • Noi approviamo la Risoluzione adottata il 23 luglio 2014 dal Comitato ONU per i Diritti Umani, in cui si è decisa una commissione internazionale indipendente d’inchiesta per verificare ogni violazione del diritto umanitario internazionale e dei diritti umani nei Territori Palestinesi Occupati.
  • Noi invitiamo le Nazioni Unite, la Lega araba, l’Unione Europea, singoli Stati, soprattutto gli Stati Uniti d’America, e la comunità internazionale nel suo complesso ed con il suo potere collettivo a prendere iniziative con la massima urgenza per porre fine all’escalation di violenza contro la popolazione civile della Striscia di Gaza, e a mettere in atto procedure per chiedere conto a tutti i responsabili delle violazioni del diritto internazionale, compresi i leader politici e i comandanti militari. In particolare:
  • Tutti gli attori regionali e internazionali devono appoggiare l’immediata stipula di un duraturo, complessivo e mutuamente accettato accordo di cessate il fuoco, che deve garantire il rapido accesso senza restrizioni degli aiuti umanitari e l’apertura dei confini per e da Gaza;
  • Tutte le alte parti contraenti delle Convenzioni di Ginevra devono essere urgentemente e in modo condizionale chiamate a compiere i propri obblighi fondamentali, sempre vincolanti, e ad agire in base all’articolo 1, per prendere tutte le misure necessarie all’eliminazione delle gravi violazioni, come chiaramente imposto dagli articoli 146 e 147 della Quarta Convenzione di Ginevra; queste prescrizioni sono applicabili da tutte le parti interessate;
  • Inoltre, denunciamo le vergognose pressioni politiche esercitate da parecchi Stati membri dell’ONU e dall’ONU sul presidente Mahmoud Abbas, per scoraggiarlo dal fare ricorso alla Corte Penale Internazionale, e invitiamo caldamente i leader di governo della Palestina a invocare la giurisdizione della Corte Penale Internazionale, ratificando il trattato della CPI e nel frattempo ripresentando la dichiarazione in base all’articolo 12 (3) del Trattato di Roma, per indagare e perseguire i gravi crimini internazionali commessi sul territorio palestinese da tutte le parti in conflitto; e
  • Il Consiglio di Sicurezza dell’ONU deve finalmente esercitare la sua competenza riguardo alla pace e alla giustizia portando la situazione in Palestina di fronte al Procuratore generale della Corte Penale Internazionale.

Richard Falk è uno studioso di diritto internazionale e di relazioni internazionali che ha insegnato per quarant’anni all’università di Princeton. Dal 2002 ha vissuto a Santa Barbara, California, e ha insegnato presso l’università della California studi globali e internazionali e dal 2005 ha presieduto il comitato direttivo della fondazione Pace dell’era nucleare. Ha inaugurato il suo blog anche per celebrare il suo ottantesimo compleanno.

(Traduzione di Amedeo Rossi)

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