Ci conducono gli ulivi, diario di viaggio in Palestina a cura di Assopace Palestina

Introduzione di Luisa Morgantini

È ormai una vita, precisamente dal 1985, che vado in Palestina, un andare e tornare e voler tornare, ancora e ancora, anche quando provi solo vergogna di essere parte di quella Comunità Internazionale che permette ad Israele di perseguire un sistema di apartheid e di co- lonizzazione sulla terra dove, secondo le risoluzioni dell’Onu, dovrebbe esserci lo Stato di Palestina. Sono passati quasi trent’anni da allora e la mia sola assenza fisica da quella terra è stata dalla fine del 1988 fino al 1994, perché considerata da Israele “indesiderata” e rimandata in Italia.

Copertina-CI CONDUCONO GLI ULIVI (1)

Le mie prime volte ero sola, ma poi ho iniziato a portare gruppi. Un campo di lavoro all’Università di Birzeit nel 1986. Poi nell’87, qualche mese prima dell’inizio della prima Intifada, un campo di lavoro a Taybe nel triangolo della Galilea: eravamo in 65 persone, abbiamo restaurato un asilo e durante i weekend visitavamo i territori occupati. E ancora nell’agosto ’88, con 69 donne italiane in un progetto di Assopace, Casa delle donne di Torino e di Bologna, per costruire relazioni di donne nei luoghi del conflitto. E da allora viaggi di conoscenza e solidarietà.

Fino al 1982, per me, ma credo per quasi tutti noi in Europa, i pale- stinesi erano profughi sparsi nel mondo, oppure i fedayin dell’Orga- nizzazione di Liberazione della Palestina. Dopo l’evacuazione dei palestinesi dal Libano e il massacro di Sabra e Chatila, le cose sono cambiate. Io volevo conoscere chi fossero i palestinesi che vivevano nei territori occupati della Cisgiordania e Gaza e quelli che erano riusciti a rimanere nella parte di quella Palestina storica che era diventata Israele. Non capivo cosa significasse vivere sotto occupazione militare israeliana fino a quando non ho visto i soldati israeliani picchiare anziani e bambini, buttare giù le porte delle case, demolirle, con gli alberi di ulivo sradicati per far posto alle colonie, e finché non ho visto, nella prima Intifada, un’intera popolazione sollevarsi e con orgoglio urlare la propria identità negata: “siamo palestinesi, qui siamo nati, qui moriremo, non saremo più profughi”.

Andare in Palestina e Israele, far conoscere la verità, rompere gli stereotipi del palestinese “vittima” o “terrorista”, farlo conoscere in carne ed ossa, nella quotidianità di una vita scandita da check-point, arresti. Vedere con i propri occhi, per essere in grado di decostruire la propaganda e la narrativa israeliana del paese circondato da nemici che deve difendersi, mentre ogni giorno ruba terra, acqua, vita ai palestinesi, non per crudeltà ma per un disegno politico preciso: “questa terra – dicono i coloni di Hebron – è nostra per diritto divino, la popolazione palestinese se ne deve andare nei paesi arabi o dove vuole”. Incontrare i palestinesi che resistono con la nonviolenza alle politiche coloniali, alla costruzione del muro, i giovani e non solo che fanno della cultura la loro resistenza per la libertà: teatro, cinema, musica, pittura, sono le loro armi. Difendere l’identità culturale e il patrimonio architettonico di città come Nablus, Hebron, Gerusalemme. Mantenere la memoria dei villaggi distrutti da Israele nel 1948. Non farsi cacciare dalla Valle del Giordano o dalle colline a sud di Hebron.

È questa la Palestina che si incontra nei viaggi di conoscenza e solidarietà che tre volte all’anno organizziamo. Ma si incontra anche l’Israele che non è quello dell’apartheid e dei coloni, bensì dei giovani che si rifiutano di prestare servizio in un esercito che ogni giorno commette crimini; di chi pensa che l’occupazione militare deve finire e, insieme ai palestinesi, manifesta contro il muro; di in- tellettuali e giornalisti che disvelano il militarismo insito nello Stato di Israele e le politiche discriminatorie non solo nei confronti dei pa- lestinesi, ma anche contro gli immigrati o la popolazione ebraica di origine araba o africana.

In questa pubblicazione alcune viaggiatrici e viaggiatori del Capodanno 2014 ci offrono il loro sguardo e le loro emozioni, che a volte pre- valgono sulla storia dei palestinesi. Ma questo è un viaggio che ti entra dentro, nell’anima, nel cuore, nella testa, perché ciò che si tocca con mano è la profonda ingiustizia verso un popolo, che ogni volta ci affida un messaggio: “tornate nel vostro paese e raccontate la verità”.

Ed è per questo che invitiamo in Italia i testimoni palestinesi dei Comitati Popolari per la resistenza nonviolenta, le donne, gli ex-pri- gionieri, chi fa teatro, musica, cinema, perché chi non può “andare” può incontrare qui in Italia i testimoni di una realtà che deve essere cambiata. Noi come AssoPacePalestina, coltiviamo questa speranza e – come diceva Vittorio Arrigoni e come ci dice Issa dei “Giovani contro gli insediamenti” di Hebron – “restiamo attivamente umani”.

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