Palestina, Ein Hijleh: “Siamo noi il sale della terra”

Ein Hijleh 2Sgomberato nella notte il villaggio di Ein Hijleh, occupato dai Comitati popolari palestinesi a fine gennaio per difendere la Valle del Giordano dalla definitiva annessione israeliana. E riappropriarsi della terra.

“Ci stanno attaccando. Il villaggio è sotto attacco”. Il post sulla pagina Facebook di Lema Nazeeh, giovane attivista dei Comitati Popolari di Resistenza nonviolenta palestinese, compare nel cuore della notte. Bisognerà aspettare qualche ora, e alle prime luci dell’alba arriveranno gli aggiornamenti.

“I soldati sono arrivati nella notte, ci hanno brutalmente attaccato, hanno distrutto il villaggio. Ci sono 41 feriti”. Un video pubblicato sulla pagina del Popular Struggle Coordination Committee (PSCC) mostra la paura che ha colto gli uomini e le donne in piena notte, quando i soldati dell’esercito israeliano hanno fatto irruzione nell’accampamento sparando gas lacrimogeni, dopo averlo circondato e assediato.

Siamo nella Valle del Giordano, a pochi chilometri da Jerico, in quella striscia di terra fertile che conduce al Mar Morto, polmone verde occupato da Israele nel 1967, e paradigma di un’occupazione fatta di confische, evacuazioni, demolizioni, appropriazione delle risorse naturali.

E’ qui che persino gli animali talvolta vengono arrestati, che l’elettricità tra una colonia e l’altra corre sopra la testa di una popolazione che non vi può accedere, e che le risorse idriche fondamentali all’agricoltura sono sapientemente controllate.

E’ qui, in questa porzione di Area C sotto controllo civile e militare israeliano, che oltre il 70% dei villaggi palestinesi non ha accesso alla rete idrica, che le case vengono quotidianamente demolite, che gli accampamenti beduini vengono evacuati, che i pozzi d’acqua sono ingabbiati perché i palestinesi non possano utilizzarli.

Che i permessi di costruzione vengono negati, cosicché le case, per la popolazione locale, siano fatte di fango e paglia.

Costruite e ricostruite ogni volta che vengono distrutte, affacciate su verdi e rigogliose colonie agricole israeliane, impiantate dai diversi governi che si sono succeduti per controllare un’area strategica, unico possibile confine con l’esterno per la Cisgiordania occupata, e quindi di un futuro Stato di Palestina.

L’antico progetto sionista di “far fiorire i deserti” qui si è tradotto nell’assicurarsi il controllo di un’area fertile: solo ultima in ordine di tempo la proposta di legge presentata alla Knesset dal Likud a fine gennaio, che prevede l’annessione definitiva della Valle allo Stato israeliano e l’applicazione del sistema legale e amministrativo a tutte le sue colonie e alle strade di collegamento. Un messaggio chiaro lanciato dal governo: Israele non intende cedere di un passo, nonostante i negoziati in corso.

D’altra parte è qui che vengono coltivati frutti e ortaggi destinati ai mercati europei, attraverso un sistema di esportazione che consente l’uscita dalla Valle alle sole merci israeliane.

Ed è ancora qui, nei pressi del Mar Morto, che vengono estratti i minerali destinati a cosmetici che saranno messi in vendita nelle profumerie di tutto il mondo. Quei prodotti e quelle compagnie che i palestinesi, riuniti nella campagna BDS dal 2005, chiedono a gran voce di boicottare.

Qui “esistere è resistere” per la popolazione e per il movimento di resistenza nonviolenta, che non a caso ha scelto la Valle del Giordano – al centro dei negoziati in corso tra Israele e Stati Uniti attraverso il Piano Kerry – per lanciare, il 31 gennaio scorso, la campagna Melh Al-Ard, “Il sale della terra”, inserita nella strategia avviata nel gennaio 2013 dai Comitati con l’occupazione del villaggio di Bab al-Shams, sulle colline di Gerusalemme.

L’aveva raccontato in un’intervista a Osservatorio Iraq Abdallah Abu Rahme, coordinatore del PSCC: “La porta del sole” era solo l’inizio di una nuova lotta, basata sulla riappropriazione delle strade, delle terre, sul boicottaggio delle colonie, sulla costruzione là dove Israele vuole distruggere.

La campagna Melh al-Ard era stata pensata per far rivivere l’antico villaggio cananita di Ein Hijleh, evacuato e abbandonato dopo il ’67, che sorgeva un tempo su una terra oggi di proprietà della chiesa ortodossa, in prossimità di quella “Route 90” che collega il Mar Morto a Bisan e poco distante da Jerico.

In un comunicato stampa (che pubblichiamo di seguito) gli organizzatori della campagna lo avevano dichiarato: “Noi, le figlie e i figli della Palestina, annunciamo oggi il ripristino del villaggio di Ein Hijleh come parte della campagna Melh Al-Ard nella Valle del Giordano. L’azione mira a rifiutare lo status quo politico, specialmente alla luce delle recenti e futili negoziazioni che distruggono il diritto della nostra gente alla liberazione e alla rivendicazione della loro terra”.

Una chiara opposizione al piano Kerry, che vorrebbe negare la sovranità palestinese su quest’area chiedendo il riconoscimento di Israele come ‘Stato ebraico’, e negando di fatto il diritto al ritorno di tutti i profughi.

In oltre 300 fra giovani, uomini e donne erano arrivati dai villaggi vicini: da Nabi Saleh, Bil’in, Al-Massara e Tulkarem. E ancora, dal campo di Aida e da Hebron attivisti dei Comitati locali erano accorsi per riportare in vita un terreno brullo, alcune vecchie case abbandonate immerse in un palmeto.

Erano accorsi su un suolo ad alta concentrazione salina, circondato da terreni utilizzati dalle colonie israeliane e da un base militare, confiscato per “ragioni di sicurezza” dall’esercito, portando striscioni e bandiere.

Nel giro di pochi giorni Ein Hijleh era tornato alla vita, era stato costruito un media center e persino installati alcuni pannelli fotovoltaici per garantire corrente.

Assemblee partecipate, cene sotto le stelle, teatro, la proiezione collettiva di Omar, ultimo film di Hani Abu Assad in corsa per l’Oscar. Già il 4 febbraio scorso l’esercito israeliano aveva tentato l’evacuazione, interrompendo la fornitura d’acqua che gli attivisti avevano ripristinato. Poi, la notte scorsa, l’assalto finale, l’evacuazione, gli arresti.

Di seguito il comunicato stampa del PSCC sull’occupazione di Ein Hijleh. Qui invece il comunicato sull’attacco di questa notte.

 

Venerdi’ 31 gennaio 2014

Centinaia di palestinesi hanno annunciato oggi il lancio della campagna “Melh Al-Ard” (Sale della Terra) facendo rivivere il villaggio di Ein Hijleh nella valle del Giordano su una terra che appartiene alla chiesa ortodossa e al monastero di San Gerassimo. La campagna e’ stata lanciata nel rifiuto della politica israeliana che vuole giudaizzare e annettere la valle del Giordano.

Gli organizzatori della campagna e i partecipanti hanno dichiarato:

“Noi, le figlie e i figli della Palestina, annunciamo oggi il ripristino del villaggio di Ein Hijleh come parte della campagna Melh Al-Ard nella valle del Giordano. L’azione mira a rifiutare lo status quo politico, specialmente date le negoziazioni futili che distruggono i diritti della nostra gente alla liberazione e la rivendicazione della loro terra. Di conseguenza abbiamo deciso di far rivivere un antico villaggio palestinese Cananita nella valle del Giordano accanto alla cosiddetta “Strada 90” che collega il Mar Morto a Bisan.

L’azione e’ parte di un continuo passo contro il piano di occupazione israeliana di prendere e annettere la valle del Giordano.

Questo passo e’ un atto popolare contro l’oppressione israeliana della popolazione palestinese e la costante giudeizzazione della terra.

Dal villaggio di Ein Hijleh, noi i partecipanti annunciamo che teniamo saldo il nostro diritto a tutte le terre palestinesi occupate. Noi rifiutiamo il Piano di Kerry che stabilira’ uno stato Palestinese sfigurato e riconosce l’entita’ israeliana come Stato ebraico.

Tale Stato renderà i palestinesi che vivono dentro i territori occupati nel 1948 residenti e visitatori che possono essere deportati in ogni momento. Noi affermiamo l’unita’ della nostra gente e la loro lotta ovunque essi siano per i nostri diritti inalienabili.

Il villaggio di Ein Hijleh si trova in quella che e’ chiamata “Area C” nella valle del Giordano, che e’ sotto minaccia di annessione dalla politica israeliana e dal piano di Kerry. Per questo abbiamo deciso di convocare una azione nazionale per proteggere la valle del Giordano e mettere fine alla costante giudeizzazione dei territori palestinesi.

Basandoci sul nostro supporto al movimento Boycott, Divestment and Sanctions (BDS) noi ci rivolgiamo ai nostri amici e gruppi di solidarieta’ internazionale perche’ sostengano le richieste della popolazione palestinese e boicottino tutte le compagnie israeliane comprese le fabbriche e compagnie israeliane che lavorano nella valle del Giordano e approfittano delle risorse naturali palestinesi.

Vi chiediamo di boicottare Mehadrin, il piu’ grande esportatore israeliano di frutta e verdura, alcune delle quali crescono nella valle del Giordano. E Hadiklaim, che esporta datteri prodotti da coloni israeliani nella valle del Giordano. Chiediamo anche di boicottare sia Ahava che Premier, compagnie di cosmetici che usano i minerali del Mar Morto per produrre i loro prodotti.

Il nostro villaggio palestinese si trova vicino a Deir Hijleh o monastero di San Gerassimo, su terreno di proprieta’ del monastero ortodosso. Il terreno consiste di alcune vecchie case abbandonate e palme. Il suolo bianco ha un’alta concentrazione di sale e l’area e’ circondata da terreni presi e usati da coloni israeliani. Una base israeliana separa il terreno dal monastero di Deir Hijleh che ha una proprieta’ di circa 1000 dunams, alcuni dei quali sono stati presi dalle forze israeliane con la scusa di “ragioni di sicurezza.”

La campagna “Melh A-lArd” (Sale della Terra), cita una frase della Bibbia, Matteo 13:5, che dice, “Voi siete il sale della terra. Ma se il sale perde la sua salinita’, come puo’ diventare salato di nuovo? Non e’ piu’ buono a niente, a parte essere gettato via e calpestato sotto i piedi.” Il nome del nostro villaggio, Ein Hijleh, e’ basato sul nome originario cananita e sulla sorgente d’acqua (Ein) li’ presente.

Noi, i figli e le figlie di Ein Hijleh, chiamiamo la nostra gente a unirsi alla lotta per far rivivere il villaggio e proteggere i nostri diritti, la storia, la cultura e la terra. Figlie e figli di Palestina, siate il sale di questa terra e siate saldi su di lei”. Popular Struggle Coordination Committee

 

 

Cecilia Dalla Negra – Osservatorio Iraq

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