Open Shuhada Street: lettera di Zleikha Muhtaseb donna palestinese

Zheika Muhtaseb Donna palestinese residente a Shuhada Street

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Hebron

PERCHE’ CHIEDIAMO DI RIAPRIRE SHUHADA STREET?

Molte persone potranno chiedersi perché abbiamo bisogno che Shuhada Street sia riaperta. Collegando la parte nord della città con quella a sud, costituisce una delle arterie più importanti di Hebron (Al-Khalil). Non solo: mette in comunicazione i residenti. Quando Shuhada Street è stata chiusa e presidiata dall’esercito israeliano per proteggere i coloni che si erano insediati, molte persone sono state private della loro vita sociale, dal momento che i loro familiari e amici non vogliono essere fermati ai check-point o lungo il corso del tragitto, quando decidono di far visita a chi vi abita. In passato poi, quando ancora era possibile accedervi, si trattava di una distanza percorribile a piedi, mentre oggi occorre fare il giro di diversi chilometri intorno alla città, per raggiungere l’abitazione e la famiglia dove si vuole andare a far visita. Adesso le persone ci pensano dieci volte prima di pianificare una visita a qualche famiglia in Shuhada Street: si deve, infatti, tenere in considerazione il tempo necessario per arrivare lì, oltre che il denaro che si spenderà per il trasporto. Quando la strada è stata chiusa e si perdeva lungo tempo ai check point, molti hanno perso il lavoro e le opportunità di guadagno ora sono molte meno di prima, per questo ci si pensa bene prima di spendere soldi. La casa dove vivo si trova a Shuhada Street, ma non posso usare l’ingresso principale, perché sono palestinese. I miei vicini, palestinesi, hanno creato un’apertura nel muro, un passaggio che mi permette di non rimanere prigioniera nella mia stessa casa. Infatti, vivo a casa mia come fossi in una prigione. Per proteggermi dai “regali” dei coloni – le pietre che tirano costantemente contro casa mia – ho dovuto ricoprire i miei balconi con recinti di filo spinato. Prima che li mettessi, non potevo aprire le persiane. Ma se per sbaglio le dimenticassi aperte, riceverei immediatamente i “regali” dei coloni. Le pietre continuano ad essere lanciate, ma non mi colpiscono come prima, e le ho usate per decorare il mio giardino e scrivere la parola “pace” in arabo. E’ davvero difficile vivere dove vivo, tutto è chiuso, prima andavo a fare la spesa vicino, ma ora se devo comprare qualcosa, devo camminare molto e portarmi a piedi le buste della spesa, dato che non posso usare la macchina perché ci è stato vietato dall’esercito israeliano, anche se abitiamo lì solo i coloni possono entrare con le auto. Una volta ho avuto dei forti dolori renali e nemmeno l’ambulanza – visto che era palestinese – è potuta arrivare davanti alla porta di casa mia per portarmi all’ospedale. Mio fratello vive a due minuti a piedi da Shuhada, ma impiego venti minuti per raggiungere casa sua. L’esercito e la polizia israeliana ci dicono che la loro presenza è per proteggere sia i palestinesi che gli israeliani, ma nella realtà dei fatti, sono entrati a casa mia, per perquisirla, tre volte in una settimana, dopo la segnalazione di un soldato secondo cui alcuni ragazzini avrebbero tirato pietre sulla strada dalle finestre di casa mia: nonostante io viva da sola con mia madre e non abbia figli. Molte volte i bambini e gli adolescenti, figli dei coloni, hanno tirato pietre contro casa mia. Ho presentato degli esposti ai soldati e alla polizia, eppure non hanno fatto nulla per fermali. Riaprire Shuhada Street è necessario per la pace e per l’umanità. Zleikha Muhtaseb Shuhada Street

Per maggiori informazioni sulla situazione di Hebron, Territori Palestinesi Occupati, e sulla campagna “Open Shuhada Street” www.openshuhadastreet.org

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