CUORE DI PALESTINA cinema, teatro, musica, fotografia e altro dall’11 al 28 luglio a Bologna

Un festival dedicato alla cultura e allo spettacolo contemporaneo in Palestina, nel fresco del Parco dei Pini, a Bologna, per tre settimane dall’11 al 28 luglio (da giovedì a domenica). Dal Freedom Theatre al rap dei DAM, dai Radiodervish in tour con il loro ultimo album al jazz di Basel Zayed, dalla danza di Sareyyet al meglio del cinema palestinese degli ultimi anni. Senza dimenticare la taverna con le specialità gastronomiche e un corso di cucina palestinese.

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Programma del festival

 

Il pensiero

julianodedicato a Juliano Mer-Khamis (1958-2011)
 
C’è un paese che non ha paese. C’è un paese in cui le contraddizioni interne esplodono con le contraddizioni esterne fino a trasformarlo nel più ambiguo e complesso ginepraio nella storia mondiale degli ultimi 70 anni. C’è un paese piccolo piccolo in cui si concentrano il presente e il futuro della pace e della sicurezza internazionale. C’è un paese spaccato in due: dalla geografia, dalla politica, dai sentimenti di chi lo abita. C’è un paese che è il più strumentalizzato al mondo: tirato da una parte e dall’altra da potenti e idealisti, da trafficanti e religiosi. C’è un paese che per le Nazioni Unite non è uno “stato”, ma un “osservatore”, da pochi mesi: e questo è già un successo. Palestina.
 
 Cuore di Palestina è un festival dedicato alla cultura e allo spettacolo contemporaneo in Palestina, dopo i “Cuore di” imperniati su Cina, India, Turchia e altri paesi in emergenza, fino alla Grecia dell’estate scorsa. Un festival “per” qualcosa e non “contro” qualcuno: per conoscere una realtà nazionale complessa, che attraverso la cultura rielabora un’annosa e drammatica condizione di conflitto.
Per tre weekend (dal giovedì alla domenica, per un totale di 12 giorni) Bologna diventa idealmente “capitale culturale della Palestina” attraverso un programma che punta a far conoscere, senza strumentalizzazioni o retorica, le punta di eccellenza della produzione culturale palestinese: teatro, danza contemporanea, musica (world, rap e jazz), cinema (con una selezione dei film più premiati nei festival internazionali), fotografia. Tutto all’interno di uno spazio in cui sarà possibile sostare, anche per mangiare prodotti tipici palestinesi.
E come l’estate scorsa, il festival sarà accompagnato da un evento collaterale: lo spettacolo “L’omosessuale o la difficoltà di esprimersi” di Copi, diretto da Andrea Adriatico.
Il festival è dedicato a Juliano Mer-Khamis , l’israeliano che scelse di condividere con i palestinesi la sua battaglia per la pace e la libertà, fondando il Freedom Theatre nel campo profughi di Jenin, e che due anni fa fu ucciso, il giorno dopo il debutto di un suo spettacolo, in circostanze misteriose, probabilmente da un integralista islamico. La sua vita, la sua nazionalità di confine, il suo impegno per l’arte in un luogo di dolore, il suo impegno per la causa palestinese e per il rinnovamento della società palestinese stessa, la sua morte così tragicamente “esemplare” rappresentano al tempo stesso l’inestricabile e spesso indecifrabile realtà della Palestina moderna con le sue speranze e le sue contraddizioni, e rilanciano l’idea di una possibilità nuova e diversa per ridare dignità a un popolo e a ogni singola persona, senza pregiudizi.
Grazie per la collaborazione a Centro Amilcare Cabral, AssoPace Palestina Bologna, Michele Giorgio, Luisa Morgantini, Elena Tripodi.
Ininterrottamente, in diversi continenti, si alimentano e si consumano violenti e sanguinosi conflitti, rivoluzioni, negazioni di diritti e reazioni militari. Ma c’è un conflitto che più di tutti appare il più drammatico e determinante ai fini di ristabilire la pace e il dialogo tra mondo occidentale e mondo arabo:  l’israeliano-palestinese.  Il problema israelo-palestinese ha origine verso la fine del XIX°secolo con la nascita del moderno concetto diSionismo. Il Sionismo proclamava la necessità di fondare uno stato completamente ebraico e rivendicava i suoi “diritti storici” ed esclusivi sul territorio palestinese, abitato all’epoca da popolazioni musulmane, druse e cristiane. Il primo vero successo del movimento sionista fu ottenuto grazie alla celebre “Dichiarazione Balfour”, in cui gli inglesi, mandatari inPalestina, si impegnavano nella “costruzione di un focolare ebraico” nell’area e allo stesso tempo nella salvaguardia dei diritti della popolazione araba. La contraddizione insita nel duplice impegno della Gran Bretagna era evidente e si scontrava con la volontà di autodeterminazione nazionale di entrambe le popolazioni. L’afflusso di immigranti ebrei e la realtà di un governo imperialista straniero provocarono un risveglio nazionalista degli arabi palestinesi, la cui società si polarizzò proprio in quegli anni. Ancora una volta fu il conflitto mondiale a cambiare lo scenario politico palestinese, rendendo la situazione sempre più sfavorevole per gli arabi. Il 29 novembre 1947 l’assemblea delle Nazioni Unite approvò un piano di spartizione (risoluzione 181) che prevedeva il 55% del territorio affidato agli ebrei, il 40% agli arabi e la zona di Gerusalemme posta sotto controllo internazionale. Innanzitutto giocarono a favore di questa risoluzione e della causa ebraica, le pressioni politico-morali esercitate dall’Olocausto e dal crescente coinvolgimento americano a favore del sionismo, che rendevano ormai inevitabile la creazione di uno stato ebraico. I palestinesi sparirono dalla scena politica per un ventennio, riapparendo ufficialmente soltanto il 30 maggio del 1964,con la nascita dell’OLP (Organizzazione per la liberazione della Palestina) sotto la tutela egiziana. In quegli stessi anni iniziavano le azioni militari di Al-Fatah, creata dal futuro leader dell’OLP Yasser Arafat. La guerra dei 6 giorni del 1967sancì l’occupazione completa del territorio palestinese da parte di Israele; venne conquistata la Cisgiordania (prima in mano ai giordani), la striscia di GazaGerusalemme Est e la penisola del Sinai, con un’ennesima violazione delle risoluzioni ONU. Questo conflitto terminato con un’altra sconfitta, spinse Al-Fatah e molti altri movimenti per la liberazione della Palestina, ad unirsi sotto l’egida dell’OLP, che radicalizzò la sua politica e divenne il portavoce ufficiale delle istanze palestinesi. Il settembre nero del ’70(massacro di palestinesi in Giordania) non fece altro che esacerbare questa situazione già critica. Gli Stati Uniti sono interessati a mantenere calmo lo scacchiere mediorientale, e allo stesso tempo tendono a salvaguardare gli interessi di Israele, storico alleato. La situazione internazionale non ha quindi favorito il raggiungimento di una soluzione al problema israelo-palestinese. Le risoluzioni dell’ONU non sono mai state fatte rispettare. Risulta incomprensibile come le Nazioni Unite non ne abbiano mai imposto il rispetto ad Israele.
A distanza di decenni il diritto al ritorno dei profughi, e alla creazione di uno stato palestinese indipendente, continuano a venire palesemente ignorati. Perseverare su questa linea significherebbe aggravare una situazione già incandescente che rischia di assumere proporzioni globali, essendo la questione palestinese, per i movimenti islamici, l’emblema dell’arroganza e arbitrarietà occidentale (statunitense in particolare).
ASSOPACE PALESTINA da anni, attraverso i suoi attivisti e i volontari, lavora affinché le logiche del conflitto vengano palesate e non distorte, così come i media ufficiali diffondono, con una serie di iniziative finalizzate a supportare i Comitati Popolari di Resistenza, a realizzare importanti progetti a favore della popolazione palestinese e attraverso i viaggi conoscitivi, in quel po’ che rimane del territorio della Palestina, e testimoniare le condizioni in cui versa il popolo palestinese.  Se anche tu hai a cuore le sorti di un popolo che non ha voce e continua a subire quotidianamente le angherie e i soprusi della dominazione israeliana, se sei convinto – come noi – che la Pace non può esserci se non a partire dall’annosa  questione israelo-palestinese.
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