ESISTERE E’ RESISTERE – Manal e Narimam Tamimi a Torino 9 febbraio 2012

Manal e Narimam Tamimi hanno animato una serata ricca di informazioni quanto coinvolgente per l’empatia politica ed umana che hanno saputo suscitare.
Senza enfasi ma con lucidità e precisione hanno ricostruito il quadro del loro villaggio, situato ad una ventina di chilometri da  Ramallah e che consta di poco più di 500 abitanti. Nel corso degli anni ci sono stati 18 martiri e oltre 100 persone arrestate, fra i quali parecchi bambini. 10 case sono già state distrutte e c’è un ordine di demolizione per altre 10; hanno dovuto rinunciare alle coltivazioni in serra anche per la carenza d’acqua, erogata una volta a settimana, dopo l’accaparramento delle fonti da parte dei coloni insediatisi nei pressi di Nabi Saleh.
Il marito di Narimam, benché riconosciuto in Europa come difensore dei diritti umani, è in prigione da 11 mesi in detenzione amministrativa e loro stesse sono state imprigionate.
A questo proposito evidenziano i costi, non solo umani, dei ripetuti arresti, ma anche delle spese legali, che incidono pesantemente sulle condizioni di vita della popolazione, già provata dalle sempre più ridotte possibilità di coltivazione.
Hanno evidenziato come le donne, sempre presenti nelle manifestazioni, siano diventati obiettivi prioritari dell’esercito, nel tentativo di colpire psicologicamente la popolazione umiliando le persone ritenute più fragili: l’arresto delle madri davanti ai bambini e a tutti i familiari. Le condizioni di detenzione sono poi molto pesanti, in celle con detenute comuni israeliane.
I bambini e i ragazzi sono preferibilmente oggetto di intimidazioni nel corso dei rastrellamenti notturni: i soldati controllano i loro documenti e scattano fotografie per meglio identificarli nel corso delle manifestazioni. Quando arrestati, con le solite accuse di resistenza e aggressione, sono facilmente manipolabili: ad esempio un ragazzo di 14 anni è stato indotto a sottoscrivere un documento in ebraico nel quale si autoaccusava, ovviamente a sua insaputa non conoscendo la lingua. Il ripetersi delle intimidazioni e delle aggressioni nei confronti dei bambini richiede ormai interventi di psicologi e neuropsichiatri per aiutarli a mantenere il loro equilibrio.
Altro obiettivo privilegiato dell’esercito sono i reporter poiché la resistenza nonviolenta all’occupazione ha sostituito le pietre con le telecamere,  per smontare di fronte all’opinione pubblica occidentale l’immagine degli israeliani vittime dei palestinesi terroristi: è anche un invito agli stranieri ad esserci, a testimoniare con la loro presenza. Così come la solidarietà e la presenza  nelle manifestazioni ha fatto scoprire agli abitanti di Nabi Saleh che anche fra gli israeliani esiste un lato umano: non tutti sono coloni, non tutti sono soldati.

Manal e Narimam hanno risposto ad una fitta serie di domande, fra le altre
sullo sviluppo progressivo della colonizzazione “è come un cancro, prima o poi ti uccide”
sulla nascita e la storia del comitato di resistenza “da Budrus in poi …”
sul futuro “da 68 anni ci tolgono il futuro”
sulla ruolo e la costanza della solidarietà  “non è un giorno, ma tutti i giorni”
sulla frattura fra Hamas e ANP “speriamo di tornare ad essere un unico popolo”
sul ruolo delle donne nel comitato “più importanti degli uomini e pagano anche con la propria salute: i danni dei gas, dell’acqua inquinata, i problemi respiratori, gli aborti spontanei…”
sul problema dell’acqua “ormai goccia a goccia, erogata da Mekorot per12 ore alla settimana”

Un lungo e caloroso applauso ha salutato Manal e Narimam.
Questa breve sintesi non rende conto dell’articolazione della loro esposizione e tanto meno della solida consapevolezza con la quale ci hanno fatto partecipi della loro esperienza quotidiana: senza aggressività né autocompassione.

L’incontro è stato realizzato con la collaborazione di Associazione perla Pace, Comitato di Solidarietà con il popolo palestinese, Ebrei contro l’occupazione, Donne in nero della Casa delle donne di Torino.

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