8 Marzo in Palestina di Luisa Morgantini

L’ 8 marzo al check point militare di  Qalandia, in Palestina, non è stato il giallo intenso delle mimose a dare il benvenuto alle centinaia di donne palestinesi e israeliane che marciavano per la fine dell’occupazione israeliana,  ma soldati israeliani che ci hanno accolto con lancio di candelotti lacrimogeni, gettiti di acqua puzzolente, bombe suono che rompono i timpani, elettrosuoni che provocano nausea e perdita di senso.

Malgrado fossimo maleodoranti e piangenti per i gas, con la pelle che ci bruciava, eravamo tutte molto felici di essere arrivate davanti a quel check point che segna la mancanza di libertà di movimento dei palestinesi e l’annessione coloniale israeliane della  terra occupata nel 1967.

Anche lì si erge  il muro, illegale come sentenzia la Corte di Giustizia dell’ Aja, costruito dal governo israeliano,  per dare sicurezza,  come recita la propaganda,  nei fatti per annettersi più terra e acqua dividere la Cisgiordania da Gerusalemme e dove, così come è vietato alle donne e uomini palestinesi recarsi a Gerusalemme, è vietato alle donne e uomini israeliani entrare nel territorio palestinese.

La manifestazione era stata indetta dal Comitato delle donne lavoratrici, storica organizzazioni palestinese e dalla Coalizione delle donne per la pace israeliane, un movimento formatosi durante la seconda Intifadah. Molti i cartelli in arabo, ebraico ed inglese, uno per tutti:  le donne rompono le barriere! 

Da ormai molti anni non si tenevano manifestazioni comuni tra donne palestinesi e israeliane. I check point, la mancanza di libertà di movimento, ma anche differenze politiche che, a partire dalla seconda Intifadah, avevano troncato le relazioni tra donne palestinesi e israeliane. Associazioni come il Jerusalem link o la Commissione per una pace giusta in Palestina Israele avevano cessato le loro attività.

Dopo la manifestazione ci siamo incontrate per bere un tè e dare continuità alla lotta comune, “per la libertà e l’eguaglianza” diceva Amal Khreshi, palestinese,“per farla finita con i crimini del mio governo e per la libertà di tutte” le  faceva eco Debbie Lermann, israeliana.

La manifestazione a Qalandia non è stata l’unica iniziativa a ricordare l’ 8 marzo. Il 10 Marzo a Beit Ummar, un paese sotto la morsa dei coloni israeliani che vivono nella colonia sulla terra confiscata agli abitanti del villaggio, circa duecento donne palestinesi e israeliane hanno discusso di come praticare la disobbedienza civile, violando le leggi israeliane. Una delle azioni di disobbedienza più volte ripetuta, è  stata quella di far entrare in Israele, bambini e donne palestinesi per portarli  al  mare, luogo per loro proibito. “Ci siamo assunte il rischio di essere arrestate, perché vogliamo affermare il nostro diritto alla vita” spiegava  Yusra Hamamra di Yatta  e a lei  seguiva  Ilana Hammerman di Tel Aviv, “vogliamo mostrare al nostro governo che i loro divieti non ci fanno paura, la nostra azione non è solo umanitaria, ma è contro l’occupazione militare”. Sfidare i divieti e andare al mare, giocare e ballare insieme,  sono il pane e le rose della lotta delle donne palestinesi e israeliane.

 Non è stata però solo l’occupazione israeliana a mobilitare le donne palestinesi, mentre in quasi ogni città della Palestina, vi sono state manifestazioni in solidarietà con Hana Shalabi, in sciopero della fame nel carcere israeliano e con le prigioniere politiche, a Ramallah le donne rappresentanti di tutte le organizzazioni hanno incontrato il presidente Mahmoud Abbas, per chiedere un impegno maggiore dell’ autorità palestinese per una legislazione che assuma la difesa dei diritti delle donne e contro la violenza non solo quella domestica, perché ricordava Zahira Kamal, “noi donne lottiamo per la libertà nazionale ma anche per la nostra liberazione”.

 Luisa Morgantini

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