La lotta quotidiana delle donne palestinesi: alcune storie

 

Una delle tante cose che porterò dentro dall’esperienza della raccolta delle olive sono le immagini delle donne palestinesi.

Donne di ogni età.. dalla ragazzine ventenni che ballavano muovendo il bacino davanti a dei video musicali, alla contadina che teneva il bimbo in grembo mentre separava le foglie dalle olive fino alla donna di quasi novant’anni che ci impartiva ordini per raccogliere al meglio le olive del suo campo.

Khawla, Ruwyyda, Haggia, Fatima, Rawand, donne sorridenti e determinate, donne depresse e scoraggiate..è stato un piacere per me poter entrare nelle loro cucine e nelle loro stanze, ma è stato anche difficile. La presenza di persone che vengono da altri paesi suscita in loro curiosità e interesse, io come donna ho potuto accedere al loro mondo e mi ritengo fortunata..

La lingua può creare dei ponti ma anche delle barriere che si possono superare solo con il desiderio di comunicare, una smorfia, dei gesti, degli sguardi possono sopperire alla mancanza di parole…quanto avrei voluto conoscere meglio l’arabo..è vero che le ragazze più giovani conoscono un po’ l’inglese ma le donne più grandi no e io avrei voluto chiedere loro tante cose.

Come quando la madre di Ruwyyda sosteneva il marito nelle sua richiesta di un secondo matrimonio con un’altra donna. Ho chiesto alla figlia cosa ne pensasse del fatto che il padre volesse un’altra moglie, lei e il fratello non erano d’accordo, ma la madre si, il padre si giustificava dicendo che la seconda moglie avrebbe aiutato la prima in casa..e la moglie era d’accordo con lui.. io avrei voluto farle tante domande sul perché lei avrebbe accettato di dividere suo marito con un’altra donna.

Anche i racconti delle ragazze ventenni sono stati molto forti, avevano voglia di confrontarsi con me erano curiose di sapere la mia età, se ero sposata, se avessi figli, se avessi un compagno e se vivevo in casa con lui..ed erano divertite dalle mie risposte.. così stravaganti ai loro occhi. Il primo giorno erano allegre e divertite dalla mia presenza mentre il giorno dopo le ho trovate tristi e un po’ depresse, come se il confronto del giorno prima avesse messo in discussione qualcosa della loro vita. Non ridevano più ma avevano gli occhi lucidi e parlavano a stento, con un tono pessimista e rassegnato. Continuavano a chiedermi di ripassare a trovarle e per giorni hanno continuato a mandarmi sms dove dicevano di stare male e che le mancavo.

Ho cercato in tutto il periodo di permanenza in Palestina di sospendere il giudizio e di assorbire il più possibile le situazioni, pur essendo consapevole che non mi veniva stretta la mano per il fatto di essere donna, non mi si rivolgeva la parola per il fatto di essere donna e che mi dovevo comportare in maniera diversa dai miei compagni di viaggio per il fatto di essere donna. Ma ho accettato questo compromesso per cercare di capire al meglio le persone e il loro modo di vivere..non è stato facile allontanare i miei retaggi culturali ma è stato l’unico modo per entrare in relazione con le persone.

Come  “haggia” la donna quasi novantenne che per diverse mattine ha aspettato il nostro arrivo per poter iniziare a raccogliere le olive del suo terreno. Questa donna non ha parenti e ha perso la sua casa di famiglia nel periodo della Nakba. Ora i suoi terreni sono tagliati in due da una strada trafficata che porta alla megacolonia di Efrat  all’interno del campo sono rimaste solo le rovine della sua casa diroccata.
“Haggia”, che in arabo è il modo in cui si rivolge ad una donna anziana, continuava ad abbracciarmi e baciarmi e a dirmi “sukran habibti”, i suoi occhi erano vigili alla ricerca di olive cadute dai vecchi teli bucati..ad ognuno di noi diceva cosa doveva fare e dove doveva andare, se sbagliavamo qualcosa ci sgridava..
Per un momento è scomparsa e l’ho trovata in un punto alto del campo in mezzo alle rovine di un’altra vecchia casa, abbandonata dopo El Nakba, dove stava pregando, proprio davanti alla colonia di Efrat portando con sè dell’acqua per lavarsi le mani e un altro fazzoletto bianco da mettersi in testa al posto di quello sporco di terra.
“Haggia” è per me il simbolo della perseveranza e determinazione delle donne palestinesi, che dire di una donna che a 90 anni continua ad andare nei suoi terreni, adiacenti alle colonie a rischio della propria vita? Una donna che ha vissuto e vive l’occupazione ma che non rimane chiusa nella sua casa vicino a Betlemme ma ritorna nei terreni dove è cresciuta.

Mentre Fatima è la presidente del Centro donne di Al Ma’sara, donna carismatica che ahimè parlava solo arabo e questo non mi ha permesso di rapportarmi a lei come avrei voluto, ciò che diceva veniva tradotto in inglese da un’altra donna del  centro. Queste donne offrono un loro supporto in vari settori tra cui quello scolastico preparando quotidianamente il pranzo per quasi 300 alunni/e delle scuole del circondario, con prodotti dei loro campi e da loro finanziati. Abbiamo assaggiato il loro pane, il loro humos con dentro il succo di uva e le verdure del loro campo..tutto cibo naturale e sano preparato ogni mattina all’alba..
Questo gruppo di donne di Al Ma’sara si incontrano una volta al mese per parlare di loro ma anche di politica e cercano di capire assieme che tipo di attività svolgere, come per esempio la realizzazione di prodotti di artigianato come borsette, astucci, ceramiche e tutto ciò che può essere un’entrata per la donna che li produce.

Altre donne che ho conosciuto sono ad Al Quds (Gerusalemme in arabo)..donne palestinesi con documento di viaggio giordano a cui è stato negato più volte il visto per andare in Inghilterra, ragazze ventenni con il mito dell’Europa…la stessa Europa che fa finta di appoggiare il popolo palestinese con contributi economici ma che politicamente non vuole prendere una chiara posizione contro l’occupazione militare israeliana. Ragazze giovani e curiose che parlavano perfettamente l’inglese e ascoltavano musica araba che mi inondavano di domande sulla vita nella “bella Europa” e volevano sapere se io avessi mai avuto difficoltà con il mio passaporto a viaggiare…un po’ mi vergognavo di dire che non finora non avevo mai avuto nessun problema nei miei viaggi…

Altro incontro importante è stata Rawand del Freedom Theatre del campo profughi di Jenin che ci ha accolto con grande ospitalità e ci ha raccontato ciò che lei e tanti/e altri/e giovani fanno all’interno del teatro. Rawand con gli occhi lucidi ci ha raccontato dell’assassinio di Juliano Mer-Khamis (figlio di Arna donna israeliana fondatrice del teatro) avvenuto ad aprile ad opera di sconosciuti.
Rawand è una ragazza minuta ma con uno sguardo molto espressivo e una grande capacità comunicativa, mi sono commossa ad ascoltarla e a sentire il suo dolore per una perdita così importante non solo da un punto di vista umano ma anche professionale.
Mentre la salutavo mi ha abbracciata e ringraziata.
Grazie a te Rawand!

Altre sono le immagini di donne che ho impresso negli occhi, donne senza nome come quelle in coda con me al check point di Kalandia..Donne pazienti e rassegnate che aspettano di passare dall’altra parte del muro..donne che si divincolano tra tornelli, metal detector e sbarre di separazione..donne che con pazienza mostrano i loro documenti a giovani militari che decideranno se farle passare o meno..I check point sono veramente umilianti e occorre avere tanta pazienza..a me personalmente lì è cresciuta tanta rabbia e tanta tristezza…ma ho seguito l’esempio dei/lle palestinesi…se sopportano loro allora lo posso fare anche io.

Olive, pietre, sguardi, racconti, sorrisi e resistenza!

Yallah zeituna!

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